Le sfortune degli altri
giugno 30, 2010 4 commenti
Mario era seduto sul divano. Aveva in mano una birra in lattina e guardava la partita dell’Italia contro la Slovacchia. Accanto a lui, sul cuscino ricamato a punto croce da sua madre, c’erano un cappio fatto con una corda spessa e dei pezzi di cotone imbevuti di sangue e di alcool. Alcune gocce dello stesso sangue avevano macchiato il centrotavola della cucina, ma Mario aveva pensato che questo sarebbe stato un particolare poco rilevante, dopo il suo suicidio.
Alle quindici punto quaranta esatte era in piedi, davanti al lavandino del bagno, al lavandino del bagno sporco di dentifricio color verde mare, e fissava la propria immagine riflessa.
Nella mano sinistra stringeva forte un rasoio usa e getta blu, un bilama della Gillette, che aveva comprato in offerta al supermercato.
Nella mano destra non stringeva nulla, ma aveva comunque le dita chiuse in pugno. I tendini del polso si vedevano come ponti che deformavano la pelle chiara, mentre la cassa toracica si gonfiava e si sgonfiava a gran velocità.
Con un movimento deciso, il gomito sinistro si chiuse e la mano avvicinò le due lame del rasoio verso il polso destro. Con un altro movimento altrettanto deciso, il braccio scese verso il basso e sulla carne comparvero due strisce rosse di sangue.
Cazzo che male, pensò Mario, e poi non dovevo fare così, dovevo fare per il lungo!
Sullo specchio apparve un’espressione sofferente, con i denti stretti e gli occhi stroppicciati.
Porca puttana che male, iniziò ad imprecare.
Intanto, gocciolando per tutto il bagno, pensò che il tentativo di suicidio numero uno poteva dichiararsi fallito e, presi cotone e alcool, andò a sedersi in cucina per medicarsi.
I primi cinque minuti della partita se li era persi per annodare il cappio come si deve.
Guardava il foglio delle istruzioni che aveva stampato da un sito di SelfBondage, dove, nella sezione Tecniche di self bondage, appunto, era spiegato sia come fare un cappio che non si stringe, sia uno che si stringe, perché, come era scritto, che Bondager saremmo se non avessimo il pieno controllo delle corde?
Dopo vari tentativi, Mario si trovò tra le mani un nodo scorrevole perfetto e se ne compiacque. Provò a muoverlo lungo la corda per un paio di volte e vide che funzionava.
Bravo, pensò, potrei fare il cappista se non mi dovessi ammazzare.
Con un mezzo sorriso triste sulle labbra, poggiò la sua creazione sul divano, accanto a lui, prese la birra che stava sul tavolino di cristallo e la aprì.
Alla fine della partita mi ammazzo, si disse, mentre deglutiva il primo sorso, ah bella fresca.
Poi si mise comodo ed alzò il volume.
Era seduto in cucina e premeva forte il cotone contro le ferite.
Che cretino che sono stato, si ammoniva, l’avevo letto su un sacco di siti: per il lungo se ti vuoi suicidare, di traverso se vuoi fare finta, come i ragazzini tristi, magri e con il ciuffo di capelli che gli copre la faccia.
Senza lasciarsi perdere d’animo, però, aveva già attivato il piano due: l’impiccagione.
Dal cassetto del comodino in camera, aveva preso le istruzioni per fare un cappio con il nodo scorrevole e un altro foglio per lasciare le sue ultime parole. Con una penna bic nera scrisse di getto una lettera che spiegasse il suo gesto e, con un pezzo di scotch, se la attaccò alla maglietta.
Le poche frasi frammentate che aveva scritto, riassumevano bene, a suo parere, il disfacimento della sua vita:
mi ammazzo per colpa di Sabrina, la mia ex moglie, che mi ha lasciato da due mesi e voglio che si senta in colpa, troia.
Mi ammazzo per colpa di Luigi, il mio ex capo, che con la scusa che non produco e che il lavoro è diminuito, mi ha licenziato, bastardo.
Mi ammazzo per colpa di Marchionne, che non ordina più le marmitte da Luigi, ma le fa fare in Polonia, porco borghese.
Poi mi ammazzo anche per colpa di tanti altri, perché tutti mi raccontano le loro sfortune e nessuno mi chiede mai delle mie, e allora mi sono stufato. Stavolta, però, non faccio i nomi, che bastano quelli di prima.
Invece voglio bene a mia mamma e a mio papà, che sono morti, e anche al mio cane Laika, che è morta anche lei da un mese e la ritroverò in cielo. Addio.
Mario Rossi
Finito il primo tempo, l’Italia perdeva uno a zero grazie ad un gol ridicolo. Mario pensava che era meglio se quei giocatori fossero andati a lavorare, come quelli della Nuova Zelanda, però, poi, pensò anche che c’è talmente poco lavoro in Italia, che manca appena di trovarsi Cannavaro e company alle agenzie interinali.
No, no, meglio che stiano lì a fare i fenomeni, si disse, aprendo la seconda birra.
La sensazione di fresco che gli scendeva dentro la gola, gli fece rilassare le spalle e socchiudere gli occhi. La testa la lasciò indietro, sullo schienale, aprendo leggermente la bocca per inspirare.
Questa situazione di trance lo cullò fino all’inizio del secondo tempo, e ancora oltre, fino al secondo gol della Slovacchia. Al settantatreesimo minuto e poi ancora all’ottantottesimo, momento del terzo gol, Mario sentì una sensazione che non gli capitava da tempo: gli venne da ridere. La voce incupita dei commentatori e le espressioni torve dei tifosi inquadrati, compresa quella di un centurione con le ciglia glitterate, gli misero un particolare buon umore, che tentò subito di sopire ripetendosi come un mantra, che, nella sua vita, non c’era proprio nulla da ridere.
Arrivato al novantesimo, però, capì che non poteva proprio più resistere. Vedere Quagliarella a terra che piangeva e il volto tutto rosso di Lippi, lo fecero tornare a sentire il piacere per la vita, lo fecero tornare a sentire che non solo lui stava male e di questo, non riusciva a smettere di godere. Quando arrivò lo stacco pubblicitario, si trovò steso a terra, con le lacrime agli occhi da tanto ridere che aveva fatto e con l’idea del suicidio più lontana che mai. Mentre scorrevano gli spot e lui fissava il soffitto con gli occhi spalancati e la mandibola indolenzita, ripensò ad una frase che gli aveva detto sua nonna riguardo al perché non sia una brutta cosa il pettegolezzo.
Vedi Mario, non è per deridere le sfortune degli altri, gli aveva detto, è per ricordarsi che alla fine, soffriamo un pochino tutti, prima o poi.

La grande ola. Le bocche spalancate. Poi è tutto un abbracciarsi tra vicini sconosciuti, tutto un orgiastico collettivizzare la gioia del cannonniere. Lì, nella pellicola porno gay meglio nota come «partita», lui è il grande mandingo. I tifosi spettatori possono solo accontentarsi della gloria riflessa.
calciatore della manifestazione. Il Totò Schillaci che quando esultava – occhi spiritati, corsa folle, pugni chiusi – esultava anche il quartiere CEP di Palermo in cui era nato e poi esultava anche la Penisola. Il Totò Schillaci paragonato al Paolo Rossi dei mondiali del 1982. Quando ti viene eretto un monumento da vivo vieni messo nelle condizioni di non dover mai sgarrare. E Totò Schillaci lo fa. Sgarra. Il 3 luglio allo stadio San Paolo di Napoli si consuma la semifinale fra l’Argentina e l’Italia – fra i due monumenti animati: Maradona e Schillaci – con un assurdo pubblico napoletano combattuto fra l’acclamare Maradona e il sostenere la Nazionale; con un’Argentina che, ad un certo momento, vuole arrivare ai rigori e un’Italia che dei rigori ne farebbe anche a meno. E più di tutti proprio Totò Schillaci che, scrollandosi il marmo di dosso, rifiuta di far parte della cinquina dei rigoristi. Ne nascono polemiche.
, tra soci di uno stesso organismo, si parli anche di queste cose, anche se sono cose spiacevoli” dice Totò Schillaci ai giornalisti, ma il giorno in cui dovrebbe deporre come testimone dell’accusa non si presenta. Poi viene chiamato a testimoniare nel maggio del 2008 e per la seconda volta Totò Schillaci – il monumento da vivo di Italia ‘90 che continua a stupire essendo stato, in seguito, il primo calciatore italiano a giocare nel campionato giapponese – non si presenta. Ammenda di duecento euro, ingiunzione di accompagnamento coattivo alla seguente udienza.
cantavano cose a lui incomprensibili, era felice, e dovette arrivare a pensare che il cuore e la testa non sempre s’intendono. Guardava con fare interrogativo i due connazionali, Scopelli e Stagnaro, arrivati come lui per giocare e salvare le sorti dalla squadra della Roma, per capire se a loro la testa diceva qualcosa, ma i compagni si limitavano a salutare tutti con ampi gesti del braccio e il pubblico a ricambiare, a fare versi strani. Questi italiani erano proprio come glieli aveva descritti il nonno: dei gran mattacchioni, sempre a far festa e a cantare ad ogni occasione e poi come per brindare innalzavano la mano al cielo e urlavano:
Molte cose erano diverse nella seconda metà degli anni Ottanta. Lo Stadio Olimpico era ancora splendido e scoperto. Montezemolo (Montezuma!) non ci aveva messo le mani, Italia ’90 era ancora una prospettiva e così sedevamo tranquilli sui gradoni numerati, col cuscinetto portato da casa (avevo e conservo ancora quello con l’effige sacra del divino Paulo Roberto da Xanxere). Da marzo in avanti in Tribuna Tevere si stava a torso nudo, con cappellino alla muratora, fatto piegando per bene due o tre fogli del Messaggero, del Corriere dello Sport-Stadio o dei giornali in distribuzione gratuita, prima dell’ingresso. Guardando al di là della Monte Mario, si vedeva lo zoccolo duro dei tifosi della madonnina di Monte Mario, sulla collina, tranquilli e portoghesi (ma non vedevano tutto il campo, eh no!). Io dovevo ancora superare le elementari. La vita non era molto difficile: la settimana passava tra scuola e palestra, Commodore 64 e qualche libro. Qualche volta papà tornava da lavoro per cena, se non era troppo nervoso era stupendo. Ma la domenica, finalmente, era tutto per me. Noi avevamo il nostro rito: niente week end, si sta insieme allo stadio. Eravamo, nel 1986, reduci dalla terribile delusione di Roma-Lecce.








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