Passaggi in orizzontale ovvero perché l’Italia ha perso

Fu calciando in alto un pallone

che sentii di poter bucare il cielo

E. Vendrame

Il vecchino con il cappello stinto recante scritte che reclamizzano materiali da imbianchino o elettricista fa parte dell’arredamento di qualunque bar di provincia, al pari della Gazzetta poggiata sul frigo dei gelati e l’espositore di Chupa Chups sul banco vicino alla zuccheriera. Quando al bar la discussione decolla, tale vecchino assume immancabilmente un ruolo centrale. A volte la conduce, da regista avanzato, mostrando opinioni forti e competenza in materia, e articolando ragionamenti lunghi che il barista ascolta ghignando appoggiato alla macchina del caffé; a volte la segue con aria di sufficienza, fa parlare gli altri, e poi punge con interventi rapidi ma definitivi, da centravanti sornione, ragionamenti che si aprono e si chiudono nel giro di un paio di frasi. In entrambi i casi, le sue posizioni non sono né intelligenti né originali, salvo quando virano (e succede più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi da un vecchino) verso il complottismo più irresponsabile. Nonostante questo, il vecchino è dialetticamente invincibile, e sottolinea la propria superiorità disseminando le proprie affermazioni di espressioni quali “a me non me la danno a bere” e “non state dietro ai discorsi”.

Le occasioni che più infallibilmente stanano il vecchino sono scandali politici nazionali, decisioni controverse delle amministrazioni locali (modifiche alla circolazione stradale, ristrutturazioni di edifici pubblici, in generale qualunque tipo di cambiamento), e le clamorose sconfitte della Nazionale. Se sei al corrente di questo, sai anche cosa ti succede se ti fermi al bar per un caffè pochi giorni dopo Slovacchia-Italia.

Entro che si sta cercando di appurare ordini e gradi di responsabilità nelle disfatta azzurra in Sud Africa. Qualcuno sta dicendo male di Camoranesi, un altro maledice l’infortunio di Pirlo e la schiena di Buffon, quando una voce dal fondo della sala invita gli astanti a “non dare retta ai discorsi”. L’assenza del cappellino con le marche di materiali edili potrà ingannare gli avventori meno esperti, ma non certo me: è lui, il vecchino.

Un ragazzo, in piedi al bancone vicino a me, tenta una rivoluzione copernicana nella discussione, maledicendo tutte le persone della Santissima Trinità e affermando che a Firenze c’è solo un colore che è il viola, che la sua Nazionale è la Fiorentina e che bisognerebbe andare a Coverciano e dare foho a quel covo di mafiosi della Lega Italiana. Viene ignorato da tutti, come il tizio in giacca e cravatta che smarcandosi dall’insistenza del vecchino prova a dire la sua ricordando ai detrattori di Di Natale che il suddetto si è laureato capocannoniere nel campionato appena trascorso con oltre 20 reti.

Il vecchino, però, porta palla e fa melina. Sostiene che è tutto un fatto di motivazioni, che i giocatori oltre a essere vecchi non avevano più voglia, e trova una spalla ideale nel barista che ribatte al volo dando voce al più banale buonsenso (con tutti i soldi che prendono, gli mancano le motivazioni? Eccetera) ed aprendo così il campo ai facili argomenti sulla mollezza dei costumi di miliardari che hanno tutto. Tutti annuiscono in silenzio, compreso il fiero antitaliano alla mia sinistra e il fan di Di Natale poco più in là. Eh sì, commentano, le motivazioni dei miliardari.

Cazzo. Le motivazioni. L’età media. I giocatori strapagati. Tutti discorsi che si sono sentiti persino a Notti Mondiali. Persino Costanzo, squagliandosi sulla sedia, ha sottolineato che i vecchi dovrebbero lasciare spazio ai giovani (lui, un piduista di oltre settant’anni che ha ormai perso per sempre la propria battaglia con le consonanti sibilanti e che è in RAI dal 1963).

Il vecchino, che evidentemente sente di avere la vittoria in pugno, si concede una finta apertura al dissenso, con un retorico “O no?” a suggello del proprio successo.

Questo è il momento. Devo farlo. Il vecchino sta gigioneggiando, devo colpire in contropiede. All’Italiana.

L’ultimo sorso di caffé mi trova lucido e pronto. Lui si aspetta che dica che la colpa è di Lippi. Le convocazioni, Cassano, Marchisio all’ala, Gilardino da solo lassù. Ma io dall’inizio del mondiale so che il problema è un altro. Il problema è che non c’era in squadra uno come Ezio Vendrame.

Ezio Vendrame era un calciatore degli anni Settanta, straordinario talento, centrocampista d’attacco dal destro fatato e anarchico idealista. Capellone, hippie, poeta. Prima delle gare, scappava dal ritiro per andare a donne e ubriacarsi. Ezio Vendrame, una volta, vendette una partita; ma a metà gara se ne pentì. Andò a battere un angolo, si soffiò il naso alla bandierina, si rivolse al pubblico avversario per anticipare che avrebbe segnato direttamente da lì. Poi lasciò partire una parabola che si infilò alle spalle del portiere. Fece doppietta. Invece dei 7 milioni pattuiti con gli avversari, intascò il premio partita di 44.000 lire. «Ma vuoi mettere la soddisfazione», ebbe poi a dichiarare. Ezio Vendrame era amico fraterno di Piero Ciampi. Una volta, a Padova, durante una partita Vedrame vide Ciampi in tribuna e si fermò nel mezzo di un’azione per andare a salutarlo. «Ho fatto della mia vita un capolavoro e continuo a farlo perché ho sempre fatto il cazzo che ho voluto», spiegò una volta Vendrame, uno spirito libero a metà tra Oscar Wilde e Charles Bukowski – se Wilde e Bukowski avessero saputo mettere la palla dove volevano. Ai tifosi del Vicenza che lo osannavano, Vendrame disse candidamente: «E che cosa saranno mai queste partite di calcio. Inventatevi delle alternative domenicali!». Vendrame ora scrive poesie e allena i ragazzini della San Vitese, in Friuli. Li fa giocare sempre tutti, anche quelli brocchi. I genitori ce l’hanno con lui perché li incoraggia a chiudersi in bagno coi giornalini porno invece di stare alla Playstation.

Penso agli undici di Johannesburg che non hanno il carisma di fare mezzo tiro da fuori area, che passano palla in orizzontale, rasoterra. E mi immagino Vedrame, capellone in Sudafrica, che si soffia il naso con la bandierina in mondovisione, insacca da calcio d’angolo ed esulta con Piero Ciampi. Poi vince la Coppa del Mondo, e in conferenza stampa invita tutti a trovarsi delle alternative domenicali. Mancava in Nazionale uno come Vendrame, uno sfacciato che se ne strafotte di Lippi, del pubblico, di Costanzo e Galeazzi, che tira da calcio d’angolo e va a ubriacarsi in un bordello di Johannesburg.

«Non è questione di motivazione» vorrei dire «è che in squadra non c’era uno come Ezio Vendrame». Lo lascerei sorpreso, il vecchino, come Baresi a San Siro scavalcato dal sombrero di Batistuta durante la finale di Supercoppa nel 1996. Gli vedrei negli occhi il terrore di una vecchia volpe dell’area di rigore che non trova più il pallone a 9 metri dalla porta. Dovrei dirlo a lui, che ci manca Vendrame, dovrei dirlo al barista, a Costanzo, a Galeazzi, a Mazzocchi e a Napolitano, a Bersani, Veltroni e a Paola Ferrari.

Ma come posso recriminare sulla non convocazione di un misconosciuto ex-calciatore con zero presenze in Nazionale? Come posso io zittire il vecchino, che lì da anni ogni giorno vince le sue battaglie dialettiche con chiunque? Posso pensare di entrare in questo bar e dettare legge?

Sto zitto. Annuisco.

Vendrame invece l’avrebbe detta, la sua. Vendrame l’avrebbe fatto. Avrebbe fatto sparire il pallone, avrebbe tirato da calcio d’angolo, una palla alta, un calcio da capellone, a bucare il cielo. Non ne nascono più di Vendrame, in Italia.

Pago e sorrido, e me ne vado.

Lorenzo Orlandini

Il Maradona dei Carpazi

I campi del Ravelli sono sempre stati i peggiori della zona. E’ una follia giocare qui un intero torneo. Addirittura patetico chiamarlo Sud Africa 2010, in vista dei prossimi mondiali di calcio. E’ un appuntamento che va avanti da anni e le tradizioni vanno rispettate. Al di là del nome, che cambia ogni volta, quello per tutti è soltanto “il torneo del Ravelli”. Pazienza se le strutture cadono a pezzi. L’erba sintetica, fine, è poggiata direttamente sul cemento. La superficie del quadrato è dunque terribilmente dura e inadatta alla corsa. Senza contare che ogni caduta può costare cara. Le linee sono tanto scolorite che una delle aree di rigore è totalmente inesistente. Ci si regola a occhio, grazie alla posizione del dischetto.

Le voci dicono che siamo una squadra cuscinetto. Non si può neanche dargli torto. Siamo i peggiori e lo sappiamo. Gliel’avevamo detto a Enzo ma quello non ha voluto sentir ragioni:

“Iscriviamoci pure noi al torneo del Ravelli quest’anno.”

Hai voglia a dire che non giocavamo da una vita. Che eravamo grassi, mezzi acciaccati e pigri, tanto pigri. Niente da fare. Insisti e insisti, quel rompipalle è riuscito a convincerci. Uno alla volta. Persino arrivando ad assillarci con ripetute e fastidiose telefonate notturne.

La nostra maglia è quella della Germania. Perché Massimetto, il portiere, l’ha ottenuto da Enzo come compromesso alla sua convocazione. Massimo è sempre stato un vero nazista: o la maglia tedesca o niente. Deutschland 34 il nome della squadra. Ogni mercoledì una sfida. Fino alla vittoria finale. Nel nostro caso, una sconfitta epocale.

Gli unici tre punti che abbiamo in classifica, li abbiamo ottenuti a tavolino. I nostri avversari non si sono presentati per via dell’improvviso lutto capitato a uno dei cinque giocatori. Per il resto soltanto prestazioni umilianti, goffi movimenti e scarsa attitudine al gioco di squadra.

Negli spogliatoi, prima del match, la solfa è sempre la stessa. Enzo, il capitano, che dà la carica al gruppo elencando strategie che non seguiremo. Sistemiamo con cura i parastinchi sotto ai calzettoni. Esce fuori un pallone e qualcuno prende a calciarlo facendo rimbombare quel piccolo locale ricoperto da maioliche bianche. Fino a che Enzo, con un colpo di mano, afferra la palla gridando – E basta cazzo!

In campo siamo lenti. Ce la mettiamo tutta ma contro abbiamo ragazzini di vent’anni che vanno a mille all’ora e persone dell’età nostra, con la passione del calcetto e dello sport in genere. Di solito nei primi dieci minuti ci crediamo. Riusciamo a tamponare l’arrembaggio dei nostri avversari. Poi gli anni di fumo e inattività si fanno sentire e restiamo travolti. Uno a zero. Due. Tre. Quattro. Tutti dentro la porta di Massimetto che è un tronco umano e non ne prende una. Ciò che abbiamo speso per l’iscrizione al torneo e l’acquisto di quelle magliette del cazzo, sono gli unici motivi per cui siamo ancora qui a far figure di merda.

Best Team Tiburtino contro Deutschland 34. La prima in classifica affronta l’ultima. La pioggia ha bagnato la città per parecchie ore e anche se è tornato il sereno, il clima è freddo e umido. Quelli del Best Team sono dei veri mostri. C’è Enrico, un difensore roccioso, cattivo e attaccabrighe. E c’è il Pialla, un goleador di razza, alto un metro e ottantacinque, dotato di un tiro mancino in grado di piegare in due la porta. In mezzo al campo, a far da regista, c’è Sandrino. Ha giocato in serie C, nell’Acireale. Finita la carriera, se n’è tornato a Roma con un piccolo gruzzolo da parte con cui ha aperto un negozio di articoli per la casa. E’ appesantito e panciuto. Si muove lento come un bradipo ma non importa. I suoi piedi sono fatati. Riesce sempre a mettere il pallone dove vuole e se per caso gli capita di tirare da fuori area, Dio scampi quelli che si trovano sulla traiettoria.

Nel nostro spogliatoio manca la solita euforia. Il motivo è chiaro: un imbarazzante confronto ci attende. Stavolta non reggeremo neanche quei dieci minuti. Il Best Team ci distruggerà, con grasso divertimento dei suoi sostenitori che accorrono sempre più numerosi. Forse sarebbe meglio dargliela vinta e basta. Risparmiarsi la figura. Ma ci hanno visti tutti arrivare. Un nostro ritiro sarebbe molto più umiliante.

Guardo la preoccupazione dei miei compagni ma sono come chiuso in un guscio. Ho altri cazzi per la testa e non penso al martirio che ci attende. Davvero una pessima settimana. Il tubo del cesso esploso lunedì notte. Il concretizzarsi del rischio di perdere il lavoro. Quando Valentina m’ha confessato di aver scopato con un altro era domenica, alla televisione trasmettevano Stadio Sprint.

Devo ammettere che in questo momento, le corna che ho in fronte, pesano sull’avvenire più delle fucilate del Pialla, delle gomitate di Enrico e dei colpi di tacco di Sandrino. M’è passato addosso un carro armato, tre giorni fa e mi sento ancora schiacciato, dilaniato. Ho l’umore sotto ai tacchi, il muso lungo e qualcos’altro che mi cuoce dentro.

Il momento di entrare in campo. In fila indiana verso il terreno dello scontro. Le raccomandazioni dell’arbitro ai due capitani, a centrocampo. Il fischio d’inizio.

Gioco dietro a destra. Il mio avversario è un brutto cliente. Si chiama Marco Pandolfi. Veloce e tecnico, possiede la dote della spericolatezza e scatta di continuo come una molla impazzita. Punta sempre l’uomo sicuro di riuscire a saltarlo con un dribbling veloce o una finta perfetta, impossibile da marcare. Come quando giocavamo nel cortile dell’oratorio salesiano “Teresa Gerini”. Chi aveva la fortuna di averlo in squadra, sapeva che quella sarebbe stata una partita divertente. L’intelligenza tattica e i movimenti di Pandolfi, infatti, facevano dialogare meglio tutto il collettivo.

Ora Marco lavora in proprio. Fa l’elettricista e guadagna bene. Ultimamente è venuto anche a casa mia, per montare una ventola elettrica nel gabinetto. Quando Valentina m’ha confessato di aver scopato con lui, volevo fare un macello. Avevo immaginato di prenderlo, tagliarlo a fette e infine ficcarlo nel congelatore. Mangiarlo pezzo a pezzo, giorno dopo giorno, tenendo il cuore come ultimo boccone. Poi il pensiero è andato a mercoledì. Alla partita.

Marco mi salta. Una, due, tre volte. Fa il suo solito gioco. Sbruffone ed epilettico. Dal nostro primo scontro ha annusato l’immensa differenza tecnica che ci divide ed ora tutto sta a contare quante volte riuscirà a nascondermi la palla. Marco batte un fallo laterale. Gli passo vicino e mi faccio sentire solo da lui – Alla prossima te ne accorgi. Ti mando sulla carrozzella per Dio!

Gheorghe Hagi. Soprannominato Il Maradona dei Carpazi, in un’Italia-Romania di qualche anno fa. Il campione dell’est, a un certo punto dell’incontro, era entrato con un fallo da assassino su uno dei centrocampisti italiani, procurando a quest’ultimo un gravissimo infortunio. Mentre i sanitari portavano via in barella l’atleta azzurro, l’arbitro tirava fuori il cartellino rosso, espellendo Hagi. Guardando il replay, si vedeva benissimo che l’aveva fatto apposta. Il suo volto, i suoi occhi, il modo troppo palese di mancare la palla e colpire la gamba del suo avversario. Mio padre, seduto in poltrona, sciarpetta tricolore al collo e Peroni gelata in mano, s’era alzato in piedi gridando – Guarda come cazzo è entrato sto’ cornuto!

Se Gheorghe Hagi era, come asserito da mio padre, un cornuto, di certo era un cornuto violento e spietato.

Sono passati soltanto venti minuti e siamo sotto per sei a zero. Passaggio rasoterra del solito Sandrino per Marco Pandolfi che stoppa la palla e si invola sulla fascia. Mentre corre verso di me mi guarda fisso, con quella sua faccia da stronzetto. Conosce le mie intenzioni, gliele ho promesse poco fa. Ma è anche sicuro di evitarmi come al solito. Quello che non sa, è che io non sono Gheorghe Hagi. Tutto quello che il romeno faceva in campo era classe pura. Persino quel fallo da stronzo poteva apparire elegante, dopotutto. Faccio quattro passi di corsa e poi spingo sulle gambe, con tutta la forza che ho. Mi sollevo distendendomi quasi in aria. Volo verso le gambe di Marco e a piedi pari mi infrango sulla sua tibia destra e sul suo ginocchio sinistro. Mi sorprende come, dalla suola dello scarpino che ha colpito il ginocchio, io riesca a sentire qualcosa. Un movimento. Un movimento rotto.

Ricado sul campo con l’osso sacro, una spada mi trafigge dal coccige alla schiena, un dolore della madonna. Non riesco a muovermi. Marco urla dimenandosi a terra. Enrico e il Pialla vengono verso di me, decisi a darmi il resto. L’arbitro prova a dire qualcosa ma i due lo spingono lontano minacciandolo. Sono incapace di difendermi e persino di rannicchiarmi mentre mi prendono a calcioni. Si mettono in mezzo Massimetto ed Enzo, per fortuna. Poi arrivano tutti gli altri.

E incomincia la rissa.

Il nuovo credo

Credo nel dribbling, nel passaggio laterale,
nel colpo di tacco, nel “sombrero”, nella
“bicicletta”, nello stop di petto e nella
rovesciata, nel tiro al volo all’incrocio
dei pali; credo in San Blatter, in San Rimet
ora pronobis, in Sanbittér, in San Pelè
Edson Arantes do Nascimento, credo
in San Diego Armando Maradona, credo
in San Johan Cruijff, in San Gianni Rivera,
credo nel profeta Zinedine Zidane, credo
nell’illuminismo di Michel Platini, credo
nel protestantesimo di Neeskens, in papa
Franz Beckenbauer kaiser di tutte le guerre
di religione, credo nei Freikoerper di Gerd
Mueller, credo in Ameri, Ciotti, Bortoluzzi,
credo in Pulici, in Sivori, in Paolo Rossi,
credo in Cristiano Ronaldo, in Andrade,
in Garrincha, in Vavà, in Junior, in Zico,
credo nella filosofia di Wolfgang Overath
e nella volontà di potenza di Rummenigge,
credo nell’eleganza di Jogi Loew, nel fado
di Mourinho, nella follia althusseriana
di George Best, credo nel suicidio del caro
Di Bartolomei, nella chioma dittatoriale
di Mario Kempes, nella Barilla di Falcao,
credo nel calcio, nella folle magia insensata,
in questo gioco stupido per bimbi devastati
dalla violenza, in questo lurido cortile
che è stato il nostro campo per anni,
prima che fossimo presi dal monte di pietà,
e rivenduti sul mercato d’una vita espulsa.

Franz Krauspenhaar

Il mondiale dei palloni gonfiati, giusto, scrivo quel che voglio? – II

Seconda parte

[continua da qui]

-Francia ‘98

Da Baggio a Baggio, in quattro anni appena.
Ecco: in quei quattro anni si era ribaltato il mondo, per noi tifosi del Bologna. Nel ’94 il nostro fantasista era Alvise Zago, nel ’98 era Roberto Baggio. Non proprio la stessa cosa.
In quattro anni eravamo passati di filata dalla serie C1 alla qualificazione per l’Intertoto, l’anticamera della coppa Uefa, con Uliveri allenatore. Lo sapevamo tutti che Baggio era venuto a Bologna solo per giocare titolare e conquistarsi i mondiali, d’accordo, era stata una cosa un po’ utilitaristica, ma ci aveva regalato ventidue gol, intanto, noi gli avevamo tributato incondizionato affetto, ecco, speravamo che Baggio, commosso da quell’incondizionato affetto, decidesse di rimanere a Bologna un altro anno. Giocare la coppa Uefa con noi, magari.
Invece aveva preferito andare all’Inter, a litigare con Lippi. Cioè, questo non lo sapeva, immagino, che avrebbe litigato con Lippi e sarebbe stato impiegato col contagocce, ma era andata così e peggio per lui.
Per questo avevo seguito l’Italia in preda a sentimenti misti. Il nostro amatissimo Baggio declassato a stimatissimo Baggio, che regalava assist a Vieri e segnava rigori col Cile, quel Cesare Maldini in panchina che, insomma, non mi trasmetteva proprio tutto questo sentimento di esaltazione.
C’era stata la partita con la Francia, ai quarti di finale. A un certo punto, ai supplementari, Baggio aveva avuto la palla della vittoria. Un tiro al volo, di destro. Sarebbe stato un gran gol.
Aveva fatto dei gran gol per tutto quell’anno, con la maglia sacra del Bologna. Gli faceva bene, avere addosso la maglia del Bologna. Anche litigare con Ulivieri, si vede, gli faceva bene. Fosse stato ancora del Bologna, quel gran destro al volo sarebbe finito con la rete gonfia e la Francia sarebbe andata a casa.
Invece aveva già addosso la maglia dell’Inter, e le litigate con Lippi si sarebbero rivelate meno stimolanti di quelle con Ulivieri. Il tiro al volo era finito fuori di un centimetro. Di un niente.
Poi Di Biagio aveva tirato un rigore sulla traversa. Mondiali finiti ancora una volta.
Doveva restare a Bologna, Baggio, lo ripeto. Gli avrebbe fatto bene.

-Giappone-Corea 2002

I mondiali del 2002? Qualcuno si ricorda i mondiali del 2002? Quella squadraccia orrenda? Che, sì, va bene l’arbitro Moreno, ma Vieri che sbaglia un gol da un metro e Maldini che si fa scavalcare da un nano, ne vogliamo parlare?
Io no, quella squadraccia non me la ricordo se non vagamente, non ho sofferto per la Corea, non ho inveito più di tanto contro Moreno.
Io ero in uno stato placido, da un lato. In uno stato esplosivo, da un altro lato.
Stavo placidamente con Martina. Stavo placidamente in serie A, a godermi i gol di Signori e qualche avventura in Europa senza grossi scossoni.
E avevo finalmente esordito. Nove mesi prima di quel mondiale, era uscito il mio romanzo d’esordio: Despero, la storia del peggior chitarrista del mondo.
Insomma, quando Ahn aveva mangiato in testa a Paolo Maldini e la Corea aveva mandato a casa l’Italia di Trapattoni, io avevo accolto la cosa con suprema indifferenza.
Diversa dall’aperta ostilità di quattro anni dopo.

-Germania ‘06

Quattro anni dopo mi ero ritrovato a sperare che l’Italia uscisse al primo turno, che andassero tutti a casa bastonati e umiliati e vilipesi. Tutti, senza pietà.
Il Bologna che era finito in B grazie a Calciopoli, il Bologna aveva perso uno spareggio col Parma che mai dovuto giocare, grazie alle alte manovre che ci avevano affondati.
E io, di conseguenza, odiavo tutti. In ambito calcistico, eh?
Incattivito da Calciopoli, mi ero dedicato a un totale e orgoglioso disprezzo per la squadra di Lippi, di Cannavaro, di Camoranesi, per la nazionale in generale, in verità, che tanto lo sapevo, lo so com’è fatto questo paese: c’era sdegno in quel momento, sì, tutti erano per la mano pesante, si parlava della Juve nel dilettanti, del Milan in B, della Fiorentina penalizzata di venti punti, ma se l’Italia avesse vinto i mondiali, cosa sarebbe sucesso? Tarallucci e vino, volemose bene, le solite cose di casa nostra, e poi, di lì a qualche anno, si sarebbe parlato di un complotto dei giudici, di ingiustizie, del povero Moggi capro espiatorio, cose così, già viste in altri ambiti.
E io che invece volevo il sangue, niente di meno, in quanto parte lesa, mandato da Calciopoli a giocare a Crotone e a Terni, mi ero dato al tifo contro. Cioè, la metà delle partite neppure le avevo guardate. Il giorno del rigore di Totti all’ultimo minuto con l’Australia, per dire, ero su un treno per Lucca.
Se le avevo guardate, lo avevo fatto sibilando disprezzo e disgusto verso i nemici della mia povera e vessata squadra rossoblu. Io che andavo in giro a dire che quella canzoncina che cantavano tutti si chiamava Seven Nation Army, mica po-poppòpoppoppò-po, era dei White Stripes, lo dicevo a tutti, in quei giorni in cui ero particolarmente insopportabile per me stesso e per il mondo.

Il gol di Grosso con la Germania, quello l’avevo accolto con sentimenti misti.
Dopotutto Grosso era il meno colpevole di tutti. Non ci aveva fatto niente, lui. Era il classico normalissimo giocatore baciato dall’energia cosmica che ogni tanto, per un mese, durante i mondiali, trasforma un qualunque Schillaci in un bomber implacabile.
Al raddoppio di Del Piero invece, avevo pensato Ecco, il solito juventino inutile che si prende la gloria quando il lavoro importante l’ha già fatto un altro.
Comunque, l’Italia era approdata in finale. Contro la Francia.

Avevo preso una decisione difficile. Considerando l’antipatia per il ct della Francia –non che mi fosse simpatico Lippi, ma con Domenech si trascendeva a un livello superiore-, considerando il momento, come dire, storico, l’idea di veder vincere un mondiale, vabbè, avrei seppellito per una sera la mia personale ascia di guerra, e tifato Italia. Però, in caso di vittoria, niente festeggiamenti e niente caroselli d’auto. A casa, subito. A pensare al mercato del Bologna.
Con quella lontana finale dell’82 c’erano stati dei curiosi parallelismi.
Intanto, la partita l’avevo vista di nuovo in Riviera. Allo stabilimento Hana-Bi di Marina di Ravenna, qualche decina di chilometri a nord di Igea Marina. Poi, come quando avevo esultato per il gol di Antognoni annullato col Brasile, di quel che era accaduto sul campo non avevo capito niente.
C’era stato il rigore di Zidane che aveva colpito la traversa, ed io mi ero prodotto in un sentito gesto dell’ombrello. Io che negli anni, di tiri dagli undici metri, ne avevo visti cinquemila.
Poi mi ero chiesto Ma perché quel deficiente di Zidane sta esultando?

Poi Toni era scattato in avanti su una punizione, colpo di testa, gol. Avevo esultato –con moderazione- sulla spiaggia, poi mi ero girato, avevo visto che Toni non stava esultando affatto, neppure con moderazione. Fuorigioco. Annullato.
Con tutte le partite di calcio che avevo visto in vita mia, ero ritornato al grado zero della comprensione.

Cos’avevo pensato quando Grosso aveva preso la rincorsa per l’ultimo rigore?
Avevo pensato: adesso, in qualche modo, entriamo nella storia.
Avevo pensato: domani assolvono metà degli imputati di Calciopoli.
Avevo pensato: bello vincere un mondiale.
Avevo pensato: Grosso non sbaglia, non può sbagliare, non sarà un gran giocatore ma ha la luccicanza addosso, quel superpotere che non ti abbandona per tutta la durata di un mondiale e poi ti fa tornare il giocatore mediocre che eri, ma con anni e anni di ingaggi futuri garantiti.
Avevo pensato: adesso festeggio un po’, sbevazzo nella calca festante, mi tappo le orecchie per non sentire quell’insopportabile po-popopoppò-po, e poi corro alla macchina, che ho collocato in posizione di fuga strategica, torno a Bologna seguendo strade secondarie che solo io conosco, mentre tutti quanti si ammasseranno sul lungomare a clacsonare.

Due ore dopo, con la testa ancora rintronata da Seven nation army udita settecento volte per tutta la lunghezza della pineta di Marina di Ravenna, ero arrivato finalmente a casa. Avevo cercato su internet le ultime di calciomercato.
Il Bologna aveva quasi concluso l’acquisto di Emanuele Filippini, ex Brescia, Parma, Lazio, Palermo e Treviso.
Ed io, già mentalmente lontanissimo da Grosso e Materazzi e Luca Toni, avevo sorriso soddisfatto.

-Sudafrica 2010

Chi sta trattando il Bologna? Meggiorini?
Chi è, quello del Bari? E con Diego Perez, poi, come siamo d’accordo?

Gianluca Morozzi

Il mondiale dei palloni gonfiati, giusto, scrivo quel che voglio?

Prima parte

-Spagna ‘82

Un giorno, quando sarò vecchio e completamente pazzo, conterò tutte le partite viste nella mia vita dal vivo e in tv. Le mille partite del Bologna, le partite della Nazionale, le partite di altre squadre…
Ecco: l’elenco partirà dal primo mezzo incontro di calcio visto con i miei occhi. Su uno schermo tv. A Igea Marina, hotel Eliseo. Ovvero, il secondo tempo di Italia-Argentina. Due a uno.
E proseguirà con la famosa Italia-Brasile –i tre gol di Paolo Rossi-, con la meno famosa Italia-Polonia –i due gol di Paolo Rossi-, e la celebre finale.
Ora, ci sono immagini di quel mondiale che ho visto e rivisto, per cui mi sono quasi convinto di ricordare cose che in realtà non rammento davvero. L’esultanza folle di Tardelli sono sicuro di averla ricostruita in seguito: in quel momento ero coperto da una massa di tifosi a braccia alzate -tutti più alti di me- che si abbracciavano scomposti nella sala tv dell’albergo.
Pertini che festeggiava in tribuna, boh, non lo so se me lo ricordo davvero o se ho ricostruito anche quello.
Chissà.
Io, di quei mondiali, ricordo di sicuro due cose:
-di aver creduto che l’Italia avesse battuto il Brasile quattro a due, non conoscendo il concetto di fuorigioco, causa dell’annullamento del gol di Antognoni
-il rigore sbagliato da Cabrini nella finale.
Questo e basta, ricordo di sicuro.
E poi ricordo di sicuro di aver festeggiato con una bandierina tricolore in mano, sul lungomare di Igea Marina, mentre passavano caroselli di auto strombazzanti. Ma giusto così, per partecipare all’evento.

-Messico ‘86

Ai mondiali dell’86 ci ero arrivato da invasato ed enciclopedia umana. Conoscevo tutti i nomi dei terzini della Bulgaria e i gol segnati in carriera da Butragueno e il clima medio stagionale del Messico e il fuso orario e tutto quanto, insomma.
E, anche se la cosa sorprenderà chi mi conosce, avevo ancora delle simpatie estranee al rosso e al blu. Per le grandi squadre. Per i grandi giocatori.
In nome del patriottismo, avevo tifato per la Juve contro il Liverpool –pensa!- nella finale di Supercoppa. In fondo era una squadra italiana, no?
Non ci si crede, a ripensarci.

In nome del mio nuovo amore per il calcio, mi ero lustrato gli occhi pieno di ammirazione di fronte alle imprese di Platini o di Maradona. In fondo, come dire, Maradona e Platini appartenevano a un pianeta differente a quello del Bologna che languiva in serie B.
Platini, Maradona, la finale di Supercoppa, la finale di Coppa dei Campioni, la coppa Uefa, la Coppa delle Coppe, la Coppa Intercontinentale, erano tutte robe al di fuori del bolognacentrismo. I miei problemi erano ben altri, in quegli anni. Cos’aveva a che fare la finale di Tokio col triste Bologna dei due –due!- gol in trasferta in tutto l’anno, della salvezza all’ultimo respiro sul campo del Varese, dell’appena più decente Bologna di Mazzone? Mondi diversi. E io la serie A, da tifoso, non l’avevo ancora vista. Ogni tanto qualche squadrone veniva al Dall’Ara per la coppa Italia o per un’amichevole, ma erano brevi vacanze, toccata e fuga.
Era il Cesena, la mia rivale. Era il Campobasso, la mia realtà.
Certo, noi eravamo sempre il Bologna, una società carica di gloria e di vecchi scudetti. Guardavamo dall’alto in basso la Sambenedettese, il Parma, la loro totale mancanza di titoli. Tra le squadre di B rispettavamo giusto il Genoa, che di scudetti ne aveva nove -due più di noi- un po’ la Lazio, e basta.
Poi, scudetti o non scudetti, in serie A ci andavano l’Ascoli e l’Empoli. Ma noi restavamo fieri e arroganti lo stesso.

Se avessimo vinto quel mondiale, quello lì, io avrei veramente goduto. Ma davvero. Non come quello di Spagna, di cui in fondo non avevo capito niente, non conoscendo neanche le regole. Se avessimo vinto quel mondiale lì, io, che avevo quindici anni e vivevo per il calcio, avrei perso la testa davvero.
Non mi ero spaventato per l’agghiacciante girone eliminatorio, per il triste pareggio con la Bulgaria, per l’errore di Giovanni Galli su Maradona contro l’Argentina, per la sudata vittoria sulla Corea con i gol di Altobelli. In fondo era andata così anche in Spagna, no? Girone eliminatorio pietoso, poi l’esplosione. Ora arrivava la Francia, ci saremmo rifatti con la Francia.

La Francia ci aveva massacrati con un secco due a zero, e il mondiale per noi era finito così.
Mi era toccato consolarmi con i godimenti estetici che mi regalava Maradona.

-Italia ‘90

Ai mondiali di Italia ’90 avevo tifato per gli azzurri senza riserve e senza storcere il naso per certi nomi e certe facce, come avrei fatto in seguito. Ero decisamente di ottimo umore.
Avevo una fidanzata per la prima volta in vita mia. Valeria. Avevo una fidanzata, il Bologna era in serie A e, per di più, si era qualificato per la coppa Uefa.
Con questo umore, potevo tifare per i giocatori dell’Inter, anche se due anni prima erano venuti a vincere in casa nostra sei a zero.
Potevo tifare per i giocatori della Juve, anche se ci avevano battuti in casa quattro a tre.
Potevo tifare a denti stretti per i giocatori del Milan, che pure in quei primi anni berlusconiani cominciavo a guardare storto. Non per motivi politici, eh? Era ancora presto, per quello.

Quello è stato l’anno in cui scendevamo in strada a festeggiare qualunque vittoria. Ci eravamo scaldati poche settimane prima, festeggiando in piazza l’approdo del Bologna in Uefa, e allora avevamo festeggiato il gol di Schillaci nella prima partita contro l’Austria, il gol di Giannini con gli Stati Uniti, la qualificazione contro la Cecoslovacchia, e la vittoria sull’Uruguay e poi sull’Eire…
Eravamo sempre in piazza a festeggiare una vittoria, in pratica.
Eravamo tutti convinti e straconvinti che avremmo vinto i mondiali, e anche lì io ero puro, ero ancora puro, davvero. Il mio cuore batteva sincero per l’azzurro. Avrei festeggiato il mio secondo mondiale ballando nudo nella piazza del Nettuno.
Fino a che, naturalmente, eh, be’, lo sappiamo.
Zenga che esce così e così, Caniggia che tocca di nuca così e così, i rigori tirati così e così, Maradona che festeggia. Fine dei mondiali di Italia ’90.

-USA ‘94

L’anno dopo i mondiali italiani, il Bologna aveva avuto una stagione orribile. Una tragedia dopo un’altra tragedia.
Io, alla fine di quell’anno atroce, odiavo tutte le squadre e tutti i giocatori del mondo. Schillaci, in particolare. Dopo che Schillaci si era buttato in area e avevamo perso uno a zero su rigore con la Juve e Poli era andato a insultarlo per quel tuffo e Schillaci aveva risposto Ti faccio sparare, ecco, mi ero vergognato di aver esultato ai suoi gol in azzurro. Avrei voluto cancellare retroattivamente l’immagine del me stesso più giovane che alzava i pugni ai gol di Schillaci contro l’Uruguay o l’Eire o l’Argentina, dopo quell’immondo episodio.
Comunque, miseramente retrocesso, io odiavo chiunque. Per fortuna, da lì ai mondiali del ’94, c’erano stati tre anni di purificazione. Tre anni in cui avevo avuto ben altro da pensare, due orrende serie B, un fallimento, la serie C, i playoff persi con la Spal…
Quando la nazionale di Sacchi era approdata a quegli strani mondiali giocati a orari bizzarri col sole a picco, io stavo in un mondo abitato da squadre come Ospitaletto e Leffe e Fiorenzuola, quelle che sarebbero state le nostre avversarie anche nel campionato successivo, e non avevo tempo di odiare nessuno che non fosse Mino Bizzarri della Spal.
Così avevo tifato Italia, pur perplesso per le scelte di Sacchi, tipo, togliere Baggio nella partita con la Norvegia, o far giocare Beppe Signori sulla fascia per far spazio a Casiraghi.
(Già sapevo, profetico, chi sarebbero stati i due futuri numeri dieci del Bologna.)
Avevo storto il naso sul tiraccio di Houghton che aveva battuto Pagliuca nell’esordio con l’Eire, esultato al gol di Dino Baggio con la Norvegia, a quello di Massaro col Messico. Mi ero intristito al lento trascinarsi verso la sconfitta con la Nigeria, fino alla doppietta di Roby Baggio che aveva ribaltato le sorti. Di nuovo mi ero esaltato per i due futuri numeri dieci del Bologna che confezionavano il gol della vittoria sulla Spagna, e per la doppietta del codino con la Bulgaria, in semifinale.
La finale col Brasile l’avevo guardata con i miei amici Pasciu e Bomber insieme a tre simpatiche ragazze di Modena, in casa di Pasciu, con la pizza e la birra a preludere ai festeggiamenti. Festeggiamenti che, nei nostri piani, avrebbero dovuto contagiare le tre ragazze fino a indurle a concedersi a noi virili tifosi. Peccato che Baresi, Massaro e Baggio non avessero nessuna intenzione di agevolare i nostri intenti romantici.
Tre rigori tirati a minchia di cane.
Dalla finestra di fronte, un istante dopo il tiro sbilenco di Baggio, con la palla ancora in volo sopra la traversa, il dirimpettaio di Pasciu aveva urlato fortissimo “Sacchi, sei un povero idiota”.

Se lo teneva dentro dall’inizio dei mondiali e non vedeva l’ora di dirlo, secondo me.

Gianluca Morozzi

Il racconto dell’uomo chiuso in bagno

Il racconto dell’uomo chiuso in bagno

(da La maledizione di Roberto Baggio, di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni)

È il 1990 e l’Italia si prepara ad ospitare i mondiali di calcio.

Per chi, come voi, in quel periodo non era più che un ragazzetto, alcune immagini saranno di certo ancora ben stampate in testa. Sono immagini nitide, a tratti struggenti, che richiamano sempre le solite parole: gli “occhi spiritati” di Totò Schillaci, le “veroniche” di Roberto Baggio, la sciagurata “papera” di Walter Zenga. Sono dei luoghi comuni che suscitano sempre delle forti emozioni.

Ma se provate a pensare a freddo, a distanza di vent’anni, a quel complesso di emblemi, i pensieri che nascono non saranno a senso unico. Appariranno macchiati da una tenebra, da un’essenza che affoga la naturale purezza del gesto. L’ovatta della vostra infanzia diventerà un parco di trucioli, alcuni sporchi di fango, altri intinti nel veleno.

La sensazione che ne deriva è contrastante, giocata fra la magia incancellabile dei mondiali italiani, e un altro discorso, più gretto, che preme per rileggere, perlomeno in parte, la questione. Che la fa vedere da un altro punto di vista: la inquadra all’interno di premesse più miserabili, la riveste di altri vocaboli e ricordi.

Il parco dell’infanzia diventa spoglio, uno scenario quasi grottesco, privo del vincolo sentimentale che istintivamente gli abbiamo sempre attribuito. Esiste un doppio, un cono d’ombra, forse addirittura di grigio, una zona che noi adulti –specialmente chi faceva parte del mondo del calcio – sospettavamo, una zona scura che potrebbe spegnere gli occhi di Schillaci, accartocciare le veroniche di Baggio, salvare in corner lo sciagurato Walter Zenga.

Ecco che, all’improvviso, i mondiali italiani diventano i mondiali all’italiana. Di un’Italia diversa, lasciatemelo dire, da quella un po’ olandese che trionfava in Coppa dei Campioni. Diventano dei mondiali italiani come gli spaghetti, come Rai2, come il Colosseo, come Mataresse e Lanese.

Questo sottotesto che si distende – accanto, tutt’intorno e come impalcatura dell’alone iridescente e nazionalfamiliare delle “notti magiche” – non si identifica con la realtà favolosa delle piroette, del gol alla Cecoslovacchia e delle esultanze sull’erba. Fa appello a un altro principio di realtà.

La prima cosa che instilla il dubbio, è lo stile con cui un intero popolo, reduce, abbrutito e stordito dai sortilegi degli anni ottanta si dispone ad affrontare il gravoso e glorioso evento che è chiamato ad allestire. Uno stile squisitamente italiano. Un’atmosfera che accompagna Italia ‘90 fin dagli esordi e le fa da madrina fino ai bordi del campo. Da una televisione che aveva al tempo, ricordate, Gianfranco Magalli, Fabrizio Frizzi e le sorelle Carlucci come arieti di sfondamento, apprendiamo la primaria ed estenuante necessità di dare una ragione popolare al simbolo del mondiale italiano: di dargli un nome. Fino a quando non sgorgherà trionfante dagli schermi e poi nelle vetrine la silhoutte profeticamente pirelliana del “Ciao” nazionale – la snodabile, lucida o talvolta pelosa cosa che di quei mondiali sarà la mascotte – ogni domenica a “Domenica In,” ogni sabato a “Scommettiamo Che,” ogni mezzogiorno ad “Affari Vostri,” il pubblico italiano è chiamato a sciogliere il dilemma.

Ma c’è di più. A fare da contraltare alle solite ed inevitabili agitazioni massmediatiche fanno la loro bella parte le ragioni calcistiche. Mai, come per Italia ‘90, l’apparato sportivo – gli organizzatori, gli atleti, i dirigenti stessi – si presenta ai mondiali in un modo così uggioso e prosaico. [1]

Una sorta di armata brancaleone affatto divertente e ridicolmente seriosa, si prepara ad affrontare, in pantaloncini corti e parastinchi, le compagini venute da ogni parte del mondo.

Zenga, Bergomi, Maldini, Ferri, Ancelotti, Baresi, Donadoni, De Napoli, Vialli, Giannini, Carnevale.

Questa la formazione tipo, che affronterà il 9 giugno 1990 l’Austria di Polster. Se si aggiunge la presenza in panchina del brizzolato Serena e si confrontano le attrattive delle squadre ospiti – l’Higuita e il Valderrrama colombiano, il Roger Milla camerunense, l’argentina di Maradona e Caniggia, la personalità rocciosa della Germania di Klinsmann e Mattheus, gli azzurri, a distanza d’anni e storia alla mano, non possono che provocare un debole e triste brivido.

E ancora: nei mondiali delle 24 morti bianche e degli appalti fantasma, nei mondiali dei nuovi stadi e dell’Italia che funziona [2], il CT della nazionale è Azeglio Vicini, la cui lunga carriera di calciatore (nel LaneRossi di Vicenza, quattordici stagioni in serie B) e una breve parentesi come secondo allenatore a Brescia è sufficiente ad assicurargli il secondo e forse ultimo mondiale giocato in patria dagli azzurri. Nel volto e nelle parole di Azeglio Vicini leggiamo poco, o nulla. Non l’apprensione per una panchina ambita. Non la paura per un compito delicato. Rari sono i gesti di stizza. Gli sforzi profusi dalla stampa, gli sporadici proclama del diretto interessato, le singolari uscite di Matarrese valgono a poco [3]. Il peso, e persino il senso di una responsabilità tanto grande sembrano essersi svincolati dall’uomo. La lunga militanza dietro una scrivania ne ha ammansito ogni caratteristica, smussato tempra e bontà, livellato in un sordo continuum entusiasmi, debolezze ed arroganza.

Insomma, proprio nell’occasione dei tanto attesi mondiali italiani, dei mondiali che possono consacrare l’Italia nell’olimpo delle grandi, che devono regalare il quarto mondiale agli azzurri, dei mondiali in cui l’Italia intera è chiamata a dare nervo e sfoggio delle proprie qualità l’Italia giunge all’appuntamento con un burocrate in panchina, una compagine anestetica di atleti in gioco, e un’atmosfera affatto pirotecnica alle spalle. È da queste premesse, su questa architettura che si aprono le notti magiche.

Fra gli undici titolari che scenderanno in campo nella gara iniziale con l’Austria, schierati in uno schema che obsolescente è dire poco, non figurano i nomi Nicola Berti, che di quel mondiale avrebbe potuto essere la sorpresa, né di Totò Schillaci, che di quel mondiale sarà il mattatore, nè di Roberto Baggio, che di quei mondiali sarà la luce. Il ragazzo di Caldogno, dopo una burrascosa transizione che ha visto mettere a ferro e sangue la città di Firenze ed un’operazione storica da quasi venti miliardi di lire, è appena passato alla Juventus. In bianconero troverà proprio Totò, il perfido gnomo di Messina. Per adesso siedono al fianco in panchina ed assistono ad un primo tempo sconsolante, arido, macchinoso. Nel secondo tempo Vicini dà fiducia a Totò Schillaci. Totò entra, segna il gol del provvisorio e definitivo vantaggio e una crepa si apre.

Nello stesso identico modo, sostituendo nel secondo tempo Carnevale nella partita con gli Usa, Schillaci entra, segna il gol decisivo, ed allarga la crepa, la ricalca, la dirama. Nella partita con la Cecoslovacchia – inutile ai fini della qualificazione alla seconda fase – Baggio e Schillaci sono schierati come coppia d’attacco.

Al venticinquesimo del primo tempo, Roberto Baggio è a centrocampo, chiede e ottiene un triangolo da Giannini, scende, quasi a balzi, sulla tre quarti avversaria, salta un uomo con un tocco rapido, scheletrico, salta un secondo avversario, tutto d’un fiato, come in un unico gesto atletico, arriva al limite dell’area e finta, si avvicina alla porta, finta ancora, incrocia il tiro, e segna.

Da quel momento comincia Italia ‘90. A dire il vero, da quel momento comincia anche USA ’94, ma questa è un’altra storia, troppo dolorosa. Comunque: lì comincia Italia ’90, quella che custodisce i ricordi, ne prepara le tratte e i ritorni improvvisi, che li fermenta e li fa sussultare. Quella che offusca il superfluo ed annichilisce la stasi della memoria, i suoi monumenti, che manda a gambe all’aria le sorelle Carlucci e le logorroiche ola dell’Olimpico. Come andrà a finire poi, è una storia a parte. Testa di Caniggia. Serena e Donadoni che sbagliano il rigore. Baggio che lo segna. Baggio che fa tirare il rigore della finalina a Schillaci. Schillaci che vince la classifica marcatori. Ma è tramite il gol alla Cecoslovacchia, tramite quell’esultanza e quel momento che Italia ’90, all’improvviso, trova un altro spazio, trova un modo diverso per essere raccontata, e ricordata come la ricordiamo tutti.

Matteo Salimbeni e Vanni Santoni

- Nota 1

Vialli inventa uno slogan:

<<C’è la giusta insicurezza per fare grandi cose>>

Carnevale, viva l’egoismo:

Sogno un gol da dedicare soltanto a me.

Montezemolo allo specchio:

Caro mondiale, grazie a te non sono più antipatico: ma mi hai tolto 4 anni di vita

- Nota 2

Italia ’90, Italia che funziona, di Candido Cannavò

“Ormai è inutile nasconderlo: il mondo si attende da noi il meglio della storia. E noi, spazzando via le ultime scorie della cialtroneria nazionale, tra guizzi di fantasia e brividi dell’ultima ora, siamo in grado di offrirlo: in 12 stadi, spiegamento senza precedenti, e con la nostra benedetta Italia, protagonista sublime, sullo sfondo. […] Nel giorno del sorteggio – spettacolo osiamo pensare che questa Italia ’90 possa essere, in tutta onestà, un riflesso dell’Italia che funziona.”

- Nota 3

Le guide della Gazzetta”, supplemento alla Gazzetta del sport Giugno 1990

Vi presentiamo il C.T. degli Azzurri.

L’esatto contrario di Bearzot. E’ Vicini, il Gran Timoniere.”

Sorridente, misterioso, ma anche cocciuto. Quando è convinto delle sue idee, Vicini infatti non si lascia influenzare da nessuno. Neppure… Da sua moglie, la simpaticissima signora Ines […]

I miei mondiali – quasi un racconto…

Siamo arrivati al fatidico appuntamento con i mondiali, cazzo. Da ragazzino l’anno dei mondiali mi metteva allegria, adesso mica tanto, ché mi dico son già passati altri quattro anni, porca d’una zozza, e io sono ancora qui a coglioneggiare. Tanto per ingannare l’attesa mi sono messo in testa di scrivere un racconto sui mondiali, pure se di calcio m’importa una mazza dal 1998 o giù di lì, guarda caso proprio l’anno dei mondiali in Francia. Il tempo vola, Berta ‘un si marita e io non sono messo meglio di lei, ché devo ancora decidere cosa fare da grande, sono rimasto quello di Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura, che si barcamena tra editore, scrittore, traduttore e lettore. Faccio di tutto ancora oggi, magari male ma lo faccio. Ho smesso di occuparmi di calcio, però, ed è un bel vantaggio, ché sai quanto tempo risparmio in discorsi oziosi il lunedì mattina, sai che libidine non sapere chi è in testa alla classifica e chi allena la Juventus… non te lo immagini nemmeno. Ti fa l’effetto d’essere un alieno, ma è divertente vedere l’espressione inebetita del barista mentre ti serve il caffè e si rende conto che non sai dove gioca Totti e quante reti ha segnato nello scorso campionato. E tu lo sai quanti libri ha scritto Leonardo Padura Fuentes e quanti premi Casa de las Americas ha vinto? ti verrebbe da chiedergli, ma non glielo chiedi, temi che ti ricoverino alla neuro di prima mattina, ché a Livorno l’ottavo padiglione l’hanno chiuso, ma un posto per i matti lo trovano sempre.
I miei mondiali ve li voglio raccontare, però. Un tempo ero parecchio fissato col calcio, roba che se la domenica non mi facevo una pera d’olio canforato non vivevo, drogato perso di pallone, prendevo metadone d’erba tagliata (di campo… cosa avete capito?), se non vedevo una partita a settimana stavo male e spesso non bastava…
Era il 1966 e non capivo una mazza, facevo la prima elementare, a casa mia c’era un televisore in bianco e nero comprato a rate, il ricordo dei mondiali inglesi è confuso, rammento le bestemmie di mio padre seduto in poltrona mentre malediceva un dentista. Cosa cazzo gli aveva fatto il dentista l’ho capito dopo, c’è voluto del tempo, anche se adesso un ritornello mi perseguita, ogni volta che sbaglio qualcosa e provo a giustificarmi c’è babbo che dice: “Dài la colpa alla Corea!”. Povero Mondino Fabbri che portava un paio di occhialini da persona tanto per bene e povero anche Pascutti con la pelata da pensionato, ma povero anche me che mi ciuccio il refrain del dentista da oltre quarant’anni.
Il Messico me lo sono goduto di più, avevo un’età ragionevole, potevo imparare a mente la formazione e scambiare figurine con gli amici, ma le partite si giocavano di notte e – a parte la finale – me le son viste tutte registrate. Italia – Germania 4 a 3, partita indimenticabile, c’hanno pure fatto un film, siamo andati avanti anni a rivederla, quel goal di Rivera, i sette minuti di staffetta con Mazzola, roba pesante, droga allo stato puro. Gigi Riva, Boninsegna, zio Valcareggi, De Sisti, Domenghini… mitologia del calcio. La finale col Brasile mi fa venire a mente la colata continua dell’acciaieria, non so il motivo, forse perché vivevo a due passi dalla fabbrica che da tempo immemorabile ammorba la mia città. Era estate, tra il primo e il secondo tempo me ne stavo in terrazzo a sparare cazzate con gli amici dei palazzi vicini che si affacciavano su cortili sporchi di polvere di carbone. Si vinceva uno a zero, aveva segnato il vecchio Bonimba, ma il miraggio durò poco, alla fine il Brasile ce ne dette quattro e il resto mancia.
Triste Germania del 1974 che mi fa venire a mente un libro di Giovanni Arpino, me lo sono letto cinque volte Azzurro tenebra da quant’era bello, chissà perché non ci sono più gli scrittori di calcio d’una volta, gente come Gianni Brera e Beppe Viola. Avranno fatto la fine delle mezze stagioni, dei discorsi portati via dal vento e delle biciclette rubate dai livornesi? Non lo so, ma la storia di quei tristi mondiali la racconta bene Arpino, non voglio sciupare la magia che sa dare uno scrittore vero, leggetelo se avete tempo. A me viene a mente solo Mazzola con la maglia numero sette che fa l’ala tornante, ma lui non ci vuole stare sulla fascia destra, non è il suo ruolo. Mi ricordo Giorgione Chinaglia, gigante buono, che d’un tratto s’incazza e manda affanculo zio Valcareggi, povero Cristo. Tutto il resto buio totale, rammento solo che ci cacciarono fuori al primo turno.
L’Argentina del 1978 è il ricordo dei miei diciott’anni, cazzo, quanto tempo è passato. Arriviamo quarti, ma il mondo è cambiato, il calcio è degli olandesi che corrono come matti, sembrano pagati. Forse pensavo ad altro, era l’anno della maturità, la strizza mi perseguitava in vesti di folle paura che mi cambiassero la materia, avevo studiato solo italiano e filosofia, del resto non sapevo un cazzo. Tu pensa se usciva greco, non ce l’avrei mai fatta. E in quell’estate di paese, finita la matura e uscito da quel cesso di liceo classico Giosuè Carducci con quarantadue, minimo sindacale per uno che studiava poco come me, c’erano tante sagre e parecchie feste di partito, ancora non era finita la prima repubblica. Ricordo i mondiali del 1978 visti in televisione alla festa del garofano, ai tempi che c’era ancora il partito socialista, ma pure alla festa del bianco fiore sui giardini prensili di via Leonardo Da Vinci, erano salsicce democristiane ma andavano giù bene come quelle comuniste di piazza Dante. Ci tirammo su dalle delusioni mondiali a forza di birra chiara e sbornie di vino, ché sarebbe stata l’ultima estate da fancazzista, dopo cominciava l’università e si studiava davvero.
I mondiali di Spagna del 1982 scorrono come un sogno sui lungarni di Pisa, esame di diritto diplomatico e consolare mentre al Bar Cipriani facciamo nero il Brasile, mi vedo la partita di straforo prima di beccarmi un onesto ventinove. E per la finale non posso fare a meno di scappare a Piombino, insieme agli amici della sezione arbitri, ché facevo pure l’arbitro di calcio, mica mi bastava vedere le partite. Mondiali di Spagna che vinciamo alla grande contro gli odiati tedeschi, girandole di auto a far casino in piazza Verdi, inno di Mameli come fosse Baglioni, Viva l’Italia di Francesco De Gregori che esce gracchiando da un Autovox Canguro parecchio scassato. Bearzot aveva capito tutto ma non lo dava a vedere, i tifosi lo portano in trionfo come un eroe nazionale, aveva avuto parecchio culo come capita spesso, ma non fa niente, quel che conta è restare nella leggenda. Paolo Rossi finisce nel refrain d’una canzone di Stefano Rosso, una cosa intitolata L’italiano che sono rimasto solo ad ascoltare: e la domenica ho problemi grossi/ segna Giordano oppure Paolo Rossi. Povero Stefano Rosso, che è morto sei o sette mesi fa, nessuno si ricorda più di lui, ma a noi ragazzi degli anni Settanta piaceva parecchio.
Messico 1986 non mi ricordo un cazzo, ché stavo insieme a una ragazza pallosa, lei odiava il calcio, diceva sempre ce l’ho qui la brioche! tamburellando le dita sul mio capo, perché una sottospecie di comico chiamato Zuzzurro aveva inventato quella gag maledetta insieme alla spalla Gaspare. Per lei la brioche era il gioco del calcio, diceva che ce l’avevo in testa e forse era pure vero, ma mica facevo niente di male se volevo vedere i mondiali. Niente da fare. Se guardi i mondiali non si tromba, diceva. L’argomento era convincente.
La mia età d’oro dei mondiali finisce qui, ché dopo tutto diventa più ordinario, anche se nel 1990 si gioca in Italia e arriviamo terzi, lasciamo il primo posto alla Germania. Ma ho già trent’anni, una laurea in tasca in una materia che non m’interessa per niente, come capita a molti, lavoro da tre o quattro anni, un cazzo di lavoro che mi logora l’anima, ma me lo porto dietro ancora oggi, pure se sogno di lasciarlo ma so che non accadrà mai. Nel 1994 andiamo negli Stati Uniti e si perde ai rigori con il Brasile. Arrigo Sacchi è parecchio antipatico, per lui sono quasi contento, ma Franco Baresi e Roberto Baggio fanno tenerezza, poverini, si battono il petto da veri responsabili della sconfitta. Arrivare secondi per colpa dei rigori dispiace, ma si perde col Brasile, mica con la Corea del dentista, ci può anche stare. La Francia del 1998 me la ricordo bene perché è stato l’anno che ho chiuso con il calcio, ho smesso di arbitrare, staccata la flebo dal braccio, mi sono disintossicato. Peccato che nello stesso anno mi sono innamorato di Cuba e d’una cubana, sono passato da una malattia all’altra, adesso il mio metadone non è l’erba tagliata d’un campo e l’olio canforato, ma l’opera completa di Pedro Juan Gutiérrez e i racconti di Yoani Sánchez. Meno male che in Francia facciamo cagare, perché non vedo neppure una partita, ho portato via Dargys da Cuba, passiamo da un locale all’altro, balliamo, mangiamo pizze, sbafiamo cene cinesi, la gastrite non mi tormenta ancora e i figli devono arrivare. I mondiali coreani passano come una meteora nel 2002, non mi rendo neppure conto che qualche partita la giocano in Giappone. Si riperde contro la Corea, questa volta è quella del Sud e non ci sono dentisti, tutti danno la colpa a un arbitro cornuto che fa il possibile per spezzarci le gambe. Non lo so, non me ne sono accorto e poi da ex collega non posso infierire. Spero solo che l’abbiano pagato bene. Siamo all’altro ieri, cazzarola, sono passati quattro anni, come dicevo prima, e siamo sempre qui che ce la meniamo senza trovare il bandolo della matassa. Siamo al 2006 quando si rivincono i mondiali in Germania, mia moglie è incinta di Laura, vediamo la finale sul terrazzo della casa di mare, insieme a mia madre e mio padre, lei col pancione seduta per non affaticarsi, mio padre parecchio meno incazzato che nel mondiale inglese del dentista. Il tempo passa, le emozioni si stemperano, la vita modifica caratteri e persone, in meglio o in peggio non so, ma cambiare si cambia. Cabeza blanca Lippi guida gli azzurri in panchina, più antipatico non potrebbe essere, quasi peggio di Sacchi, arrogante come pochi, parla di calcio e gli pare di spiegare la critica della ragion pura, non si rende conto che dice un mare di cazzate. Ma hai voglia a dire, ha ragione lui, ché per dire cazzate lo pagano piuttosto bene, mica come me che le dico gratis. Agroppi ci litiga spesso con il vecchio Lippi, a me sta più simpatico Agroppi, pure per campanile, ché lui vive a Piombino e ogni tanto lo vedo, mi saluta, mi chiede come vanno le cose. Povero Aldo, mi sarebbe piaciuto vederlo allenare la nazionale in Sudafrica, invece che al circolino della Magona mentre gioca a brisca e tresette con i pensionati. Agroppi mister di un’Italia sudafricana al posto di Lippi, pensa che goduria, almeno ci si divertiva, si sentiva qualche battuta della serie io mica so’ nato a Nazaret, so’ di Piombino e i miracoli non li faccio, oppure prendeva per il culo qualche giornalista intervallando i battibecchi con Mourinho. Ne avesse azzeccata una anche Agroppi, meno male che una partita in nazionale l’ha giocata ed è stato pure una colonna del Torino. Tengo ancora tra le cose più care una sua foto con dedica mentre indossa la maglia della nazionale, me la dette in via Gaeta un milione di anni fa, davanti al ristorante di sua madre. “Conosco tua mamma”, mi disse. Avevo dieci anni e mi sentivo importante. Aldo Agroppi conosceva la mia mamma. “Si viveva in via Pisa e si faceva la fame, ma ci si voleva parecchio più bene”. Allora mica lo capivo questo fatto del volersi bene, caro Aldo. Adesso sì, ché sono più vecchio e ho visto tante cose, persino posti dove non c’hanno un cazzo ma si vogliono bene. E mi piacerebbe davvero tornare ai tempi di via Pisa, così, tanto per vedere. Sarebbe come vincere un mondiale.

Gordiano Lupi

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