La società dello spettacaaargh! – 4

[La società dello spettacaaargh! 1 - 2 - 3]

Caro Jacopo,

mi spiace davvero di non poterti svegliare da quello che chiami «incubo», ma in questa veglia che oscilla tra l’orribile e l’assurdo, se ti è di qualche consolazione, non sei solo.
Concordo con te quando parli del precipitare «dalla […] contraffazione della logica, che allontana il concetto di verità della realtà, all’inconsistenza della realtà, che genera indifferenza», e di come ciò si accompagni al «deterioramento della capacità morale» (ossia «capacità di sentire i valori») che «agisce come un feedback anche sulla logica e sulla verità, perché anche nella logica non cogliamo più valore, e anche nella verità non cogliamo più valore, e l’indifferenza si rafforza». E ti ringrazio, perché, per dirla come Montale, hai dichiarato certe dinamiche «con lettere di fuoco» che bene restituiscono il loro agire brutalmente su «l’animo nostro informe». Non era compito facile, ma ci sei riuscito egregiamente.
Cercando una definizione sintetica, penso si possa parlare di uno scivolamento nella barbarie attraverso l’assurdo, «assurdo» da intendersi come distruzione di relazione logica con la realtà: vedi questa mia definizione come un cogliere dall’alto il fenomeno. Qualcuno userebbe l’espressione «macchina dell’assurdo», ma lasciamo stare…
Prendo magari Camus, da l’introduzione de L’uomo in rivolta: «Il senso dell’assurdo, quando si pretenda trarne subito una norma d’azione, rende l’omicidio per lo meno indifferente, e quindi possibile. Se a nulla si crede, se nulla ha senso e se non possiamo affermare alcun valore, tutto è possibile e nulla ha importanza».

Ma poiché il discorso si è focalizzato in più punti sul carattere nazionale di questa aspetto che ho definito grazie alle tue parole, e su una sua storicità, è bene comunque non dichiarare conclusa la discussione prima di passare al Potere, e al rapporto che il Potere ha con questo aspetto.

Confesso una qualche difficoltà a seguirti nelle tesi che riassumi dal libro della De Monticelli, in primis perché non l’ho letto; onestà richiede che io lo dica, perché altrimenti, parlandone, si potrebbe scivolare nell’ambiguo, e perché è davvero odioso parlare di libri fingendo di averli letti. Cercherò dunque di aderire il più possibile a quanto dici a riguardo e a quanto riassumi, e nel farlo ti dico subito che non sono esattamente d’accordo sul fatto che l’Italia non abbia mai avuto l’Illuminismo e che ciò abbia un ruolo centrale. Non sono d’accordo soprattutto sulla seconda parte di questa asserzione.
Ammettiamo che sia vero, ossia che aver avuto l’Illuminismo costituisca un vaccino o una forma di resistenza a quanto discusso finora. Prenderò un paese che dell’Illuminismo è stato la culla, ossia la Francia. Nota allora come, per la Francia, il secolo iniziato con i Lumi si sia offuscato nelle tenebre del Terrore; nota come dal Terrore sia sorto, come nuova alba, il colpo di stato di Napoleone ratificato da un plebiscito. Colpo di stato che ha sancito l’inaugurazione di una dittatura moderna, dove chi comanda non ha nulla a che fare con Dio e con investiture dall’alto, ma legittima il proprio potere con l’idolo della volontà popolare e della maggioranza, grazie al quale non può essere additato come dittatore senza che colui che punta il dito cada in apparente contraddizione (l’ha voluto il popolo!); e la massa, si sa, lo vediamo ancora oggi, è molto sensibile alle apparenze. L’Illuminismo, che in Francia ha prodotto due degli ideali delle democrazie moderne, divisione dei poteri, sovranità appartenente al popolo, ha prodotto anche il loro esautoramento sostanziale. E mi pare poco Illuminista e molto feroce quest’inno che ancora oggi cantano i francesi, inno che gronda sangue e violenza senza pietà da più di duecento anni!

Circa la formazione dei «costumi degl’italiani», che nella storia, è questa la mia teoria, ci ha dato quella che chiamerei attitudine all’assurdo, ritengo sia centrale il concetto di Principato Ecclesiastico e le sue eccezionalità rispetto ad altre forme di governo, come teorizzato da Machiavelli ne Il Principe. Cito dal capitolo XI dell’edizione Einaudi (il grassetto è mio):

Restaci solamente al presente a ragionare de’ principati eclesiastici, circa quali tutte le difficultà sono avanti che si possegghino; perché s’acquistano o per virtù o per fortuna, e sanza l’una e l’altra si matengono: perché sono sustentati da li ordini antiquati nella religione, quali sono stati tanto potenti e di qualità ch’e’ tengono e’ loro principi in stato in qualunque modo si procedino e vivino. Costoro soli hanno stati e non gli difendono; hanno sudditi e non li governano. E gli stati, per essere indifesi, non sono loro tolti; ed e’ sudditi, per non essere governati, non se ne curano, né pensano né possono alienarsi da loro.

Un certo tipo di apatia e indifferenza, un certo nichilismo nella pratica del rapporto con il potere, dunque, di cui abbiamo parlato e su cui, mi pare, siamo d’accordo, trova cittadinanza in questa definizione, poiché i sudditi di un simile potere sono cittadini-non cittadini, governati-non governati. Siamo già nell’assurdo in una simile definizione, nello «stress del principio di non contraddizione» di cui hai parlato, stress che è istituzionalizzato. Come si fa a dire, infatti, dove finisce quel che è di Cesare, e dove inizia quel che è di Dio?
Parlando di Principato Ecclesiastico, il discorso va esteso al concetto di potere temporale delle istituzioni religiose, e in particolare alla Chiesa, al suo essere stata ed essere ancora spina dorsale dell’Italia, al suo essere istituzione temporale oltre che spirituale. E tanto più essa si manifesta in concreto come potere temporale, tanto più questo assurdo, secondo me, vive e si promuove come attitudine. Poiché la fede, che come tale è un mistero, se entra nella polis, laddove agisce dall’alto verso il basso, tende a trasformare l’esercizio della dialettica in una mistica dell’obbedienza, e nel tempo e nella reiterazione permette che il proprio linguaggio diventi appannaggio di istituzione meramente temporali, a danno del piano spirituale. Dico tende, perché non sono sicuro che ciò sia automatico, e dico dall’alto perché “calando” dall’alto s’impone a senso unico il linguaggio; ciò, penso, è più difficile che avvenga in un gruppo ristretto di persone e in un contesto orizzontale dove autorevolezza e autorità dipendono più dalla capacità di mettersi in relazione con gli altri, che dagli apriorismi. Ma lo svuotamento del piano spirituale, rimanendo quello formale, trasforma indubbiamente la fede e le sue rappresentazioni in idoli.
Sia chiaro: quando dico «mistica dell’obbedienza» intendo un linguaggio, o una trasmissione di contenuti che usa in modo oscuro, non immediato e a-critico la propria forza di persuasione, occultando il processo di persuasione. È un atto comunicativo in cui contano la trasmissione di significanti e il rafforzamento del legame emittente – destinatario, più che i significati in sé.
Per fare un esempio, pensa al decreto sulla Difesa della razza, approvato con la dicitura «Per grazia di Dio e per volontà della nazione» O non è una dicitura tutta assurda? Che cosa dice, esattamente? Dice in sostanza che Dio ci fa la grazia dell’istituto della disparità umana, ci dona la consapevolezza che alcuni figli suoi sono meno suoi di altri, e ciò avviene in accordo con la «volontà» tutta della «nazione» (neanche la maggioranza, la nazione tutta); garante di ciò è il Re. E come la confuti, una frase del genere? Qui sia Dio che la volontà popolare sono forme vuote, immagini sovrapposte al reale: in una parola, idoli.

Tu dici, circa noi italiani e rispetto al passato «avverto un salto di qualità. È un’illusione dovuta al fatto che, per svariati motivi, oggi è più facile ritrovarsi a confronto con altre mentalità, con altri popoli?». Per me, pensa, è proprio il confronto che mi fa dire come oltre le italiche sponde non è che le cose siano così diverse, migliori o estranee. Ad esempio, a proposito di mistica dell’obbedienza: perché il dollaro USA riporta il motto In God we trust? Il valore del dollaro USA non cambia se sei ateo, agnostico o credente. Dove finisce Cesare, e dove inizia Dio nel dollaro USA? E quanto ai tic linguistici, non è assurda la tendenza dei politici statunitensi a infilare Dio il più possibile in ogni discorso, sebbene nel preambolo della loro costituzione si parli di «We the people», e non di «God, our Father»? Forse noi, per fortuna, non ascoltiamo Sarah Palin tutti i giorni, e forse la distanza linguistica e fisica ci dà una diversa proporzione del problema. Ma, ti prego, non costringermi a citare una sfilza di teocon! Già dovrebbe bastare la parola, che unisce sfera religiosa con sfera politica, potere spirituale e potere temporale.
Io ti dico, e poi concludo la mia replica, in attesa magari di parlare del Potere: la differenza, per noi italiani,  è di esposizione nel tempo all’assurdo, di tradizione dell’assurdo; quanto al salto di qualità, ritengo sia un fatto in primis di tecnologie. Tv e internet, oggi, permettono la diffusione di un messaggio con una rapidità e un’ampiezza tale che la trasmissione del messaggio risulta enormemente più rapida e indipendente sia rispetto a qualunque tentativo di valutare tale messaggio assiologicamente, sia rispetto a qualunque tentativo di replicare in modo altrettanto efficace al messaggio originale. Quindi l’assurdo per me è potenziato, amplificato e moltiplicato, iscrivendosi così con più facilità nei nostri codici.
Ma poiché, metaforicamente parlando, gioco questa partita con il nero, è bene che non mi avventuri per il momento in attacchi, sacrifici o gambetti, e lasci di nuovo a te la parola.

Matteo


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