La società dello spettacaaargh! – 9

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Caro Matteo,

devo confessarti che la lettura del tuo ultimo Spettacaaargh! mi ha gettato in un meditabondo sconforto; per questo motivo oggi il mio intervento sarà molto più colloquiale, confuso e aperto del solito. L’allegoria che hai usato – Brazil – non credo sia poi così lontana da ciò che tutti – più o meno, in fondo – sappiamo, o almeno crediamo. E così, all’improvviso, come dal di fuori, mi sono guardato produrre discorsi sull’allontanamento della complessità e sull’attivismo del clic; allora mi sono domandato: tutto questo mio dire e fare cos’è, all’ombra dello spaventoso apparato evocato da Matteo, se non la mia versione del tentativo di allontanare la complessità del reale? Cos’è, se non un tentativo di convincere me stesso che sto facendo qualcosa di utile? Addirittura: non è che sto inerpicando piani meta- io stesso?
Il Leviatano che hai evocato è distante, iperprotetto, militarmente e mediaticamente blindato, e non sta certo a Roma. Domina le nostre vite in un modo distante e insieme pervasivo.
Eppure non riesco a smettere di fare ciò che faccio, anche se mentre lo faccio mi rendo conto che è difficile distinguere tra lo sfogo della propria impotenza e un’insopprimibile, giusta e gratuita tendenza a opporsi al potere, alla prevaricazione, alla violenza. Forse una consapevolezza come questa può anche aiutare a scorgere meglio le sincere istanze di giustizia che gridano al di sotto di quei comportamenti che spesso reputiamo ingenui e controproducenti.
Ma cosa è cambiato rispetto al passato? Un carro armato era un carro armato, una prigione era una prigione, il capo dello stato era il capo dello stato, il padrone della fabbrica era il padrone della fabbrica. O forse era già diverso, ma è oggi che riusciamo a pensarlo. Oggi la comprensione dell’apparato e della coercizione – che è qualcosa a metà tra l’autocoercizione e la persuasione, non voglio qui aprire un dibattito sul libero arbitrio – sembra sempre più una faccenda alla portata cognitiva dei soli addetti ai lavori: filosofi, linguisti, semiologi, psicologi, sociologi. Senza contare che la sfera mediatica delle sovrastrutture e delle narrazioni, dell’inquinamento linguistico e mentale, sembra essere solo la nuvola che avvolge il fortino dei manovratori economici.
A questo punto io ho due prospettive, ma niente paura: non si escludono a vicenda, anzi. Ho una prospettiva ciclica perché quotidiana, verticale, una sorta di mistica della giustizia, nella quale io continuo a smontare, mostrare, denunciare il potere al livello cui mi è dato di poterlo fare – il nostro è quello della lingua e dei concetti, per altri sarà il livello dell’economia pura, per altri ancora quello della geopolitica – perché è un atto che si motiva da sé nella relazione tra me, la persona che mi sta accanto, la verità della giustizia e la giustizia della verità; del resto è qualcosa che quasi non scelgo, è qualcosa che scaturisce dal mio modo in cui sono nel mondo ora. L’altra prospettiva è progressiva, orizzontale sul piano del tempo, e su di essa si dispone il mio desiderio di contribuire a realizzare concretamente una diversa configurazione generale dei rapporti sulla Terra.
Ora, non starò a spiegare perché per me la prima prospettiva rimanga valida indipendentemente da qualsiasi cosa io pensi possa accadere sulla seconda – qui siamo alle questioni del sentire – piuttosto ti pongo una domanda ingenua in merito alla seconda, perché ho l’impressione che, mentre io me ne stavo concentrato sui piccoli fenomeni locali della comunicazione, tu abbia passato molto tempo a ragionare al livello di più ampi sistemi: secondo te, quali sono, se ci sono, le possibilità che questa attività critica possa portare a migliorare la situazione in generale, e secondo quali dinamiche?

Jacopo

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