Una vita da romanzo

Nel 1889 la letteratura italiana attraversò una piccola crisi perché a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro saranno pubblicati Mastro Don Gesualdo e Il piacere: da un lato si chiudeva il verismo naturalistico neopositivista e dall’altro si apriva il periodo del “poema moderno”, come ebbe a definirlo Angelo Conti.
Queste due scuole di pensiero e di scrittura si scontrarono essenzialmente sull’accidentato terreno della critica letteraria. Infatti, se Conti definì Il piacere un “poema moderno”, Luigi Capuana lo tacciò di scarsezza contenutistica (rileggersi Gli “ismi” contemporanei).
Per il critico siciliano il romanzo di d’Annunzio possedeva solo alcuni sprazzi di sostanza che, però, venivano soffocati da uno stile troppo elaborato e liricheggiante: esercitava la «malìa dell’artifìzio squisito». Per Conti, invece, si trattava dell’emanazione continua e prepotente dell’io dell’autore che permeava tutto il libro: era un genuino prodotto d’autore.
A dar retta a Conti, allora, si potrebbe perfino identificare ne Il piacere l’antesignano del post-modernismo, visto che del post-modernismo ha l’introspezione, le contraddizioni del personaggio e soprattutto l’illusorietà del fine: Il piacere è un libro fondamentalmente senza scopo, non ha – come direbbe Lyotard – una metanarrazione.

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Il piccolo Lupo e il Ponte della Ghisolfa

L’arancione sembra quello della maglia dell’Olanda, mentre il sole si apre il passo tra le nuvole, un po’ scostante. Guardando verso Torino il tramonto affonda nei fumi, screziati dal colore riflesso. Una enorme palla rossa e gialla. Dal Ponte della Ghisolfa, il cui nome è in realtà Cavalcavia Bacula anche se oggi solo gli immigrati lo chiamano così, si sono sempre visti questi tramonti da brivido. Il traffico è continuo, come una nebbia tra i lati della strada. Stando li, con le mani e gli occhi sulla rete metallica di protezione, sembra quasi di tornare all’infanzia e alle ore passate guardando i treni che passano lenti. Oggi come allora, gli zingari si scaldano bruciando copertoni e rami secchi sulla massicciata della ferrovia. Quando frequentavo le medie venivo qui con Rebecca. Lei abitava proprio qui dietro. Suo padre era invalido ed era sempre a casa. Noi bambini ci sentivamo un po’ in soggezione di fronte a quell’uomo, un vecchio ai nostri occhi. Da solo, a casa, senza far nulla, sempre mezzo ubriaco. La mamma di Rebecca invece andava a lavorare, visto che la pensione di invalidità non bastava a crescere una figlia. Forse faceva le pulizie, ma dopo tanti anni non ricordo bene. Era una brava mamma e ci trattava sempre con gentilezza, noi bambini. Leggi il resto dell’articolo

Precari, per cominciare…

Una delle accuse che ci rivolgono più spesso, che è anche la più scontata, poggia sull’assunto che lo scrittore sia precario per definizione – è insomma l’idea un po’ romantica dell’artista a prevalere, col corollario di un immaginario beat (o maudit) ormai digerito e assimilato, al punto che del ribelle è rimasta soltanto l’apparenza un po’ freak: l’idea cioè che lo scrittore sia un precario della vita, molto spesso per scelta, che dilapida tutto in nome del sacro fuoco della scrittura. Immagine un po’ comica, a dire il vero, se poi si prova ad esempio a contestualizzare la sua figura nella cameretta a casa coi propri genitori; o addirittura triste, se lo si pensa intento, egli scrittore, a costruirsi quel minimo di stabilità che ha già pensato qualcun altro a dilapidargli. Leggi il resto dell’articolo

Carta taglia forbice – 9

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Una piccola città dell’Europa occidentale

Lei

Il Tempio è una cosa importantissima nella vita delle persone e anche nella mia. Io posso essere me stessa, nel Tempio, posso infilare il filo nella cruna e sentire l’odore della fede. Da quando sono piccola i miei genitori mi portano tutte le domeniche al Tempio, che è la chiesa dei Santi degli ultimi giorni. Noi siamo mormoni. Così ci chiama la gente. Ci chiamano mormoni perché Leggi il resto dell’articolo

Dreadlock!

Bologna-Babilonia è la città sfondo di questo romanzo breve (uscito per la collana Novevolt) scritto dal giovane Jacopo Nacci. La ballata di Dreadlock, o meglio quella di Matteo, è la triste storia del suo perduto amore e del suo fatale destino, che porta Nacci a cantare una Bologna surreale e perduta, che muore e si rialza, vittima sacrificale ma anche zombie infetto e putrefatto. È difficile articolare per punti una trama che racconti brevemente questo romanzo. Più che la sequenza degli eventi, è l’atmosfera a caratterizzare la narrazione. I protagonisti sono degli studenti che vivono il melting-pot della bassa padana, dove le antiche cancrene politiche vengono rigenerate da nuove violenze di stampo razzista. La follia che sorge dal disperato desiderio di autoaffermazione fa nascere mostri, figli più della lucidità che della passione. Matteo, il suo amico/mentore Lorenzo e la sua compagna Valeria ne sono vittime. A Matteo però giunge un dono: Dreadlock. Dreadlock è un demone, che si incarna in Matteo, e tutto il romanzo – visto come possessione – altro non è che una discesa agli inferi, un percorso iniziatico, un rito di passaggio per un ragazzo che deve diventare uomo, crescere, al punto che i suoi genitori stessi non lo riconoscono più. Come a Delfi e a Cuma, anche qui a Bologna-Babilonia sono i fumi dell’oracolo a inebriare il questuante e a permettere al Dio di possederlo, di trasformarlo nella sua voce, nei suoi occhi, nelle sue braccia. Lorenzo è il mentore, più Don Juan che Virgilio: seguendo Matteo/Dreadlock sale lo ziqqurrat di Babilonia così come scende i gironi dell’inferno. Ma la purezza non esiste, e Ser Galahad è solo il sogno di un’umanità adolescente. Così Valeria/Euridice non ha possibilità di salvarsi, deve subire la Grande Metamorfosi, elemento nel processo di rinascita e purificazione di Matteo/Dreadlock e di Bologna/Babylon. Fluttuante tra l’immaginario dei super-heroes Marvel e DC comics da un lato, e la mistica olistica roots return del reggae giamaicano dall’altro, Dreadlock dà il titolo a una delicata e poetica ballata. La ballata di un amore che trascende la grigia realtà della provincia, per morire in un mondo nuovo. L’idea di fondo è che se si combatte contro gli dei non si può averne altro che dolore. Leggi il resto dell’articolo

Se Foscolo non fosse… /4

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Dei sepolcri e Le Grazie sono due componimenti speculari, in cui – come già detto – si ravvisano i medesimi stati d’animo del Foscolo-Ortis e del Foscolo-Didimo: per rendercene conto ci basterà analizzare per sommi capi le due sillogi poetiche.

Della prima sappiamo che nacque per caso, dopo una chiacchierata col Piedimonte (che stava progettando in quel periodo il poemetto Cimiteri) e la conoscenza dell’editto di Saint Cloud. In questo momento Foscolo è ancora combattivo: è disposto a polemizzare su vari temi (sull’editto stesso, sulla concezione cristiana della morte, sul suo gusto per immagini di disfacimento e morte), fa esempi, introduce simboli e scrive versi impetuosi come: «A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti». Insomma, più che un poeta è un regista: appronta scena per scena la sfilata dei carmi. Leggi il resto dell’articolo

ContraSens – Ugualmente lunghi e soli

Piccoli accorgimenti fonetico-sociali.

Le lettere che contraddistinguono i suoni della lingua romena, e che di conseguenza ne affilano la musicalità in senso specifico, in questi testi non hanno subito traslitterazione. A seguire, una breve guida fonetico-esplicativa per la loro lettura corretta:
Ă: una -a più gutturale, pronunciata con la parte anteriore della gola, a bocca mezza aperta.
Â: una -a gutturale che tende alla -i.
Ț: corrisponde ad una -z dura, come in pazzo.
Ș: corrisponde al suono -sc, come in sciare.
Buona lettura.

Ugualmente lunghi e soli
di Adrian Schiop
Traduzione di Clara Mitola

Ho 37 anni, lavoro nella stampa, due libri pubblicati e un affitto sul Prelungire Ferentari1. Fumo Kent lunghe perché sono tirchio e mi si spezza il cuore a buttare i soldi per le sigarette light; per fortuna nella stampa e sul Prelungire Ferentari, l’opzione Kent da dottore è di tutto rispetto. Il testo qui l’ho scritto nel 2000, nel periodo in cui lavoravo come docente a Cluj, fumavo Viceroy rosse e mi piaceva il postmodernismo. Nella buona tradizione degli autori che riciclano correnti e testi di gioventù, ho deciso di pubblicarlo in quest’antologia.

“Chiacchieravo col mio fratello immaginario.
Gli mentivo, gli dicevo di essere in quarta
elementare, che doveva ascoltarmi sottomesso.”

Con il fumo è un’altra cosa, non è come quella faccenda. Per quella faccenda, vedi qualcuno, immagini che ti piace, fai un passo avanti, è ok, ne fai ancora un altro, sei ugualmente libero, poi ancora uno, nemmeno questo ti chiude, ancora uno e un altro ancora e di colpo ti accorgi che non sei più libero, che sei preso nel desiderio di qualcun altro come dentro una trappola – e allora, quando realizzi questo, ti passa la voglia; tutt’altro rispetto al fumo. Come se i tuoi stessi desideri ti dessero alla testa, non ho idea di come dirlo diversamente, così forse è meglio senza, semplicemente meglio – come nel momento in cui sei a letto con qualcuno e siete entrambi ugualmente lunghi e soli e solo l’aria si distende calma tra voi. Avete 20 anni e qualcosa, fumate entrambi più di un pacchetto di sigarette al giorno, e questo si vedrà con certezza a un certo punto, per nessuno dei due è arrivato ancora il momento di chiudersi in casa dopo esser tornati dal lavoro, con una birra di fronte, perché entrambi avevamo 20 anni e qualcosa, ugualmente lunghi e soli, e stavamo uno accanto all’altro a letto a fumare e potevamo mettercela o non mettercela, e in effetti non è così importante che no, e dopo un po’ uno ha chiesto “e come dici che è con la vernice?”. Leggi il resto dell’articolo

Diario di bordo – Bolzano

Da Roma a Bolzano è come cambiare mondo: c’è un varco preciso, tra Modena e Carpi, dove il sole scompare nella nebbia, e la temperatura si abbassa d’improvviso. Esci dall’auto e senti che qualcosa è cambiato – forse è lo spazio che procede per accumulo, e si manifesta tutto insieme: dalla sveglia delle 6 alla Stazione Tiburtina, che è diventata tutto vetro e acciaio nell’alba, al treno semivuoto che mi porta a Spoleto, attraverso i campi ricoperti di brina dell’alto Lazio e dell’Umbria. Scendo e sento d’aver cambiato tempo, lontano dalla nevrosi cittadina: i quaranta minuti di attesa a cui mi costringe il Liguori non mi pesano, perché ogni cosa appare più lenta. A Foligno persino ci perdiamo, finché non troviamo la strada che buca l’Appennino toscoemiliano (un paesaggio in cui mi perderò al ritorno, senza la mannaia del tempo) e avanziamo tra le parole nostre (sempre la solita letteratura, questo mondo contro cui ci ostiniamo a rimbalzare) e quelle della radio (è l’ora dei discorsi al Senato, e il giorno dopo saranno alla Camera: l’ora in cui capire se c’è qualcosa di nuovo dopo lo spettacolo che ci ha fagocitati per anni). Leggi il resto dell’articolo

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