Il corpo estraneo

Marco Montanaro, Il corpo estraneo (CaratteriMobili, 2012)

Di che cosa ci parla precisamente Il corpo estraneo?

Il sottotitolo, Una tragedia on the road, rimanda esplicitamente a una delle tematiche principali del libro: la fuga da qualcosa di imprecisato, da un mondo di affari loschi simboleggiato dal contenuto misterioso di una valigetta che il protagonista si porta appresso e che contiene probabilmente delle prove a carico dello zio senatore. Ma questa è a tutti gli effetti una copertura, un diversivo escogitato dallo stesso Danilo Dannoso per depistarsi, per darsi un’altra scelta. La fuga del protagonista sembra essere piuttosto quella dal proprio corpo, da questo involucro dannato, o dannoso (scusate il gioco di parole), che lo segue ovunque come un peso morto, che intossica anche il linguaggio: soprattutto come la propria protuberanza sessuale, materia ormai logora e smorta, che Danilo tenta continuamente e inutilmente di rianimare.

Ma dicevo del linguaggio; anzi, diciamo della lingua, poiché la scrittura di Montanaro sembra caratterizzarsi per la ricerca ossessiva di una forma che sfugge, che si confonde tra il sogno e la memoria di un sogno: avanza a strappi, per condensazioni, e si nutre degli scarti, di quei brandelli di storia che altri scrittori scarterebbero e sacrificherebbero sull’altare della trama. È una condizione, questa, enunciata dall’autore stesso all’inizio del libro, dove il protagonista tenta di leggere un altro libro: «Punti, virgole e a capo, indebitamente sottostimati, stragi di ritmo: inqualificabile. Scioglie storia e impalcatura di storia (a volte ci si può accontentare di impalcature, figurarsi: è già tanto in Penisola) nella poltiglia che molti editori si ostinano a chiamare libro» (p.11).

La trama, le trame, sono d’altronde materia oscura di questo paese che è l’Italia, attraversato da Danilo Dannoso e dalla sua misteriosa valigetta: cio che resta è piuttosto lo scheletro di una penisola spolpata, che si trascina avanti come il pene flaccido del protagonista. Di contenuti ce ne sarebbero anche troppi (la corruzione politica, la pochezza culturale, le piccole ossessioni e i tic provinciali), ma qui emerge l’impossibilità di metterli in connessione, di non farsi dirottare dai soliti luoghi comuni, che sembrano gli unici abitabili – come ad esempio la retorica dello scrittore coinvolto in un progetto della Fondazione, che serve in realtà a coprire le vere trame del senatore, o le difese d’ufficio del suo collaboratore: «Allora, lo sai come funziona in Italia. C’è chi sta per fare qualcosa, e chi sta per impedire che qualcosa accada. Adesso vogliono bloccare tuo zio e altri per arrivare più su, a bloccare il governo. È una cosa grossa, perché tuo zio voleva – vuole – fare cose grosse. Ma questo è stato un colpo, Danilo. Per questo dobbiamo stargli vicino. In fondo lo sa anche lui, che funziona così: se vuoi cambiare le cose, finisci per mettere i piedi nella merda, ma nessuno è pulito davvero, siamo tutti sporchi, dipende tutto da quanto di te riesci a salvare dalla merda, per uscirne pulito. Tuo zio è pulito. Ne uscirà pulito» (pp.44-45).

Questa idea della pulizia è d’altronde una delle fissazioni del protagonista, che da erotomane qual è si pulisce e strofina continuamente, ma dal corpo estraneo chiamato Italia ci sarà sempre da raschiare qualcosa, impudicizie da espellere: è insomma un territorio pieno di lacerazioni e spaccature, proprio come il glande di Danilo, condannato a un continuo autoerotismo che ci ricorda l’avvitarsi improduttivo del linguaggio della politica italiana degli ultimi anni.

E allora si diceva in principio della fuga, che infine sembra davvero essere l’ultima possibilità di Danilo Dannoso: una fuga insieme alla figlia reticente dello scrittore, che è l’unico apostrofo di una storia in cui non vi sono che parentesi aperte, continui rimandi in nota, ma in cui il fango finirà lo stesso per raggiungere e travolgere questi due improvvisati fuggiaschi. La marea terrosa separa infatti i due ragazzi, divide queste due storie singolari e apparentemente inconciliabili, e ci disperde con loro, ci riporta indietro: ci spinge a rileggere daccapo, e a perderci tra le prime, bellissime pagine di questo libro.

Simone Ghelli

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