Confessioni qualunque – 3

#3 – Giancarlo

 di Nicola Feninno

Che resti tra noi.
Sono due anni che lo faccio: vado in garage prima dell’alba, accendo la moto e parto. Tutte le domeniche. C’è silenzio, per i primi tre mesi quelli del primo piano – madre padre e un figlio – si sono lamentati alle riunioni condominiali; in realtà si lamentava solo la madre, poi ha smesso di lamentarsi e di salutarmi.
L’alba in tangenziale sorge come una forma di giustizia oltreumana. Diffonde un velo di bellezza sui casermoni coi davanzali sfioriti, sui pochi panni appesi lì fuori che forse sono solo stracci da cucina, sui capannoni della Star, sull’antenna di Mediaset, sul quadrato giallo-blu dell’Ikea. Diffonde una calma gentile sulla miseria. Una tregua, un miracolo di cui nessuno sembra accorgersi.
Di solito viaggio sulla corsia di destra senza superare i cento chilometri orari; delle volte non faccio altro che percorrere la tangenziale, prendere un’uscita a caso, riprendere la tangenziale nella direzione opposta e tornare a casa per la colazione; altre volte mi spingo fino all’A4, verso Venezia o sulla tangenziale ovest e poi verso Genova, sull’A7. Spesso non mi fermo o faccio solo una breve sosta per benzina, caffè e una sigaretta.
Domenica scorsa era il mio compleanno: cinquant’anni. E non m’importa molto che siano cinquanta o quarantotto o sessantadue: non ho avuto nessuna crisi dei cinquanta, così come non ho avuto nessuna crisi per i quaranta e i trenta. Ho avuto crisi per altri motivi. L’argomento degli anni che passano l’ho sempre usato soltanto per riempire quelle conversazioni che rischiano d’incepparsi in silenzi imbarazzanti.
Domenica scorsa, comunque, ho preso un’uscita della tangenziale ovest, se non mi sbaglio era il raccordo con la Vigentina: per il mio compleanno volevo farmi un caffè con tutta la calma del mondo, leggermi un giornale, girovagare per un paesello sconosciuto, uno a caso.
Viaggiavo in seconda, il sole era tiepido e il motore secco e regolare. Mi sono fermato a Gropello Cairoli perché mi piaceva il campanile, sembrava essersi incastrato per sbaglio col resto della chiesa: devono averlo aggiunto nell’Ottocento su una struttura del Cinquecento, secolo più secolo meno. Vi giuro che se fossi stato io l’architetto del campanile avrei fatto qualcosa di meglio, di più organico; ma mi ha fatto simpatia e così mi sono fermato lì. Mentre sbirciavo le brioches attraverso le vetrine di un bar ho notato una bicicletta rovesciata, c’era un mazzo di ortensie riverso sull’asfalto. Una vecchietta provava a piegarsi, senza guardarsi in giro. Mi sono sfilato il casco e le ho raccolto i fiori; mi ha fatto un mezzo sorriso.
“Sa signore, la mattina presto di solito non si parla mai con nessuno” si scusava per la sua bocca senza dentiera “a quest’ora vado solo al cimitero e lì di solito non parlo, mi capisce no? Grazie. Grazie tante”. Il manubrio della bici si era stortato. Ho dato un’occhiata alla mia moto parcheggiata poco distante: forse la signora non sarebbe stata a suo agio aggrappata al corpo di un centauro cinquantenne. “L’accompagno al cimitero, signora. Faccio due passi”
Aveva un modo di camminare tutto particolare, sembrava mettere la massima concentrazione in ogni passo. I fiori erano per la lapide di un ragazzo che il 12 aprile 1979 aveva 28 anni. “È morto in Jugoslavia”. Io non le chiesi niente, mi spiaceva per la sua bocca sdentata e per il silenzio del cimitero. Imitai il suo segno della croce.
“Venga da me. Le offro un caffè. E non badi alla casa, che devo ancora fare i mestieri”.
La casa, naturalmente, era il regno dell’ordine e della pulizia: soprammobili discreti intorno a una vecchia televisione, tovagliette di pizzo bianco, foto incorniciate d’argento e tutti gli oggetti di una vita che percorre i suoi binari a un ritmo lento e dignitoso. La signora mise la moka sul fornello, mi fece sedere, a mezza voce mi pregò di scusarla mentre andava un attimo in bagno. Tornò con una pila di fotografie e un sorriso pieno di denti “signore, non mi ha ancora detto da dove viene”. Le raccontai che i miei genitori erano di Savona, che mi ero trasferito a Milano per studiare e poi c’ero rimasto per sposarmi. “Prego, prenda un biscotto, sono al burro. Scusi, non ho molto altro in casa. Lei ha dei figli?”
“Uno solo. Si chiama Andrea. Ha compiuti diciotto anni il mese scorso, il 23”. Le dissi che ero divorziato e che io e la mia ex-moglie facevamo i turni: una settimana Andrea stava a casa mia da lunedì a venerdì, la settimana dopo durante il weekend “oggi è dalla madre”.
“Mi spiace, è un peccato. Faccia attenzione che il caffè è caldo”. Le spiegai che i rapporti tra me e la madre di Andrea erano ottimi “si figuri che lavoriamo anche insieme!”. Pensai che Andrea non mi aveva ancora chiamato per gli auguri, ma d’altronde erano le dieci di una domenica mattina.
Svuotai la tazzina e subito la signora l’afferrò, la lavò e la mise a sgocciolare sopra uno straccio.
“Posso dare un’occhiata alle fotografie?”
“Prego, gliele ho portate apposta!”
Feci scorrere una trentina di foto, c’erano soprattutto ritratti di persone anziane: un arabo con una tunica di un blu sbiadito, di spalle, contro un muro bianco scalcinato che gli arrivava fin quasi al collo, oltre il muro c’era il mare, o forse era un oceano; un ritratto della signora di almeno trent’anni prima, in questa stessa casa; una donna seduta nella corrente del fiume, con un costume nero che lasciava impietosamente scoperte le smagliature della schiena e con una cuffia bianca a raccoglierle i capelli.
“Sono stupende, signora.”
“Le ha fatte mio figlio” mi dava le spalle mentre passava lo straccio su una mensola, alzando i soprammobili “era un’artista”. Era quello della lapide. “E’ morto in Jugoslavia”.
Iniziò a raccontare con calma, girandomi intorno mentre continuava a spolverare, mentre rassettava il telo che copriva il divano, mentre passava uno straccio sui vetri, mentre asciugava la tazzina rimasta a sgocciolare e la riponeva nella credenza col vetro dipinto.
Si chiamava Michele. E ai tempi fare l’autostop era una cosa normale: erano gli anni settanta. Il piano era di arrivare fino a Teheran in autostop. Voleva fare un reportage sulla rivolta contro lo Scià: volti giovani invasati, odio e amore di dio negli occhi. “Si era stancato di fotografare i vecchietti, era giovane. Mi ha detto che era l’occasione della vita. Aveva da parte un gruzzoletto e con le foto di quel reportage era sicuro di fare il grande salto. Il grande salto, diceva così”. I voli per Teheran erano sospesi, l’autostop era un’ottima soluzione: avrebbe scattato fotografie in Jugoslavia, Bulgaria, Turchia; cattolici, ortodossi, islamici sunniti e alla fine gli sciiti dell’Iran; villaggi tagliati in due dalla strada, paesaggi desolati, i volti di chi gli avrebbe offerto un passaggio.
“Non dormiva più la notte, mi creda. Aveva gli occhi infuocati, non potevo fermarlo”.
Pensai agli occhi di ghiaccio dell’ayatollah Khomeini; nel 1979 avevo 18 anni, come mio figlio, smettevo di mangiare quando in televisione trasmettevano le immagini della sua rivoluzione. Puntava il dito verso la folla, il volto e la barba sembravano squassarsi a ogni parola urlata in una lingua malvagia – ce l’aveva con gli Stati Uniti, ce l’aveva con noi – gli occhi restavano immobili.
“Sono venuti qui in due, con la divisa, il cappello e tutto il resto. Mi hanno detto che era morto nelle montagne. Forse volevano rubargli la macchina fotografica ed era finita male”. Era solo all’inizio del viaggio.
“Vuole qualcos’altro, un bicchiere d’acqua frizzante. Mi spiace ma non ho molto nel frigo”.
“Sono a posto, grazie signora”.
Al ritorno andavo più veloce. La tangenziale si era riempita: i milanesi della gita fuori porta. Comunque si scorreva ancora bene.
Che resti tra noi, dovevano essere circa le undici, forse le undici e mezza.

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One Response to Confessioni qualunque – 3

  1. Alessandro scrive:

    Cominciano a piacermi queste “Confessioni”

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