Picchia tua moglie. Lei non sa perché, ma tu sì.

di Alessandro Busi

I

Ci sono dei giorni che mi innamoro. Esco di casa e mi innamoro, come se avessi un interruttore dei sentimenti: in certi periodi va tutto bene, sto tranquillo, in altri, ovunque mi giro, ci ritrovo la donna della mia vita. Anche da ragazzino mi succedeva. Una volta, per esempio, quando ero in terza media, mi innamorai di Sabrina Scalvi. Tutti dicevano che era brutta come il demonio, ma me ne innamorai ugualmente. Che poi anch’io mi ero accorto che era brutta, che assomigliava a un avvoltoio, infatti gli anni prima mi ero già innamorato di tutte le altre mie compagne di classe, a partire da Marta Rivoli. Marta, che era in assoluto la più bella della scuola, quando le passai il bigliettino dove le chiedevo se voleva mettersi con me, se voleva che andavamo assieme a vedere un film che avrebbe potuto scegliere lei e a me sarebbe andato bene, Marta mi ricordo che aveva preso il bigliettino e l’aveva fatto leggere anche alla sua amica Elda Libero – mio primo innamoramento della seconda media – e a Luca Fiorini, ragazzo con cui ebbe sette relazioni durante i tre anni di scuola: due in prima, tre in seconda e di nuovo due in terza. Poi mi ricordo che, guardando con la coda dell’occhio, li vedevo che scrivevano sul mio bigliettino e ridevano e si coprivano la bocca per non farsi vedere dalla professoressa. Dopo qualche minuto il bigliettino mi tornò indietro. Mi colpì tanto che lo imparai a memoria: non voglio andare al cinema con te anche se posso scegliere io il film e se me lo paghi tu. Non ci voglio venire perché sei proprio brutto, hai la pelle bianca come il latte scaduto, i capelli che sembrano paglia e i brufoli che esplodono come i nemici in Battle Valley. Mi dispiace, ma mi fai senso a vederti certe mattine. Alla fine, in rosso e con un’altra calligrafia, c’era anche scritto sfigat!, ma non mi fece tanto male. Di quel giorno non ricordo altro. La mia memoria riparte con l’immagine di me nudo davanti allo specchio nel bagno di mia nonna. Ero alto, magro e con la pancetta. La ginnastica correttiva non era servita a nulla per la scoliosi. Sulle spalle avevo una sfilza di brufoli allineati che parevano una barricata fatta di dune rosse coperte da un piccolo casco di pus giallo, come quelle che si vedono nelle manifestazioni degli studenti. Sul pube i peli erano radi e biondiccio-rossi, quindi si vedevano anche poco, così quell’affarino mi pareva una specie di vermiciattolo alieno caduto per sbaglio su un pianeta straniero, circondato da un deserto bianco e lentigginoso, con solo qualche albero sparuto a spuntare dall’aridità. A quel punto sentii la voce di mia nonna che mi urlava dal piano di sotto, Luca, cosa stai facendo?!, e poi diceva, non starai mica facendo piangere Gesù, vero?!
No, nonna, le risposi mentre mi rivestivo velocemente, adesso scendo che guardiamo la Signora in giallo.

II

Marina era stesa rannicchiata quando si sentì prendere per i capelli. Non dormiva. Il rumore dei vetri rotti, delle grida e dei colpi, il battere degli scarponi e dei manganelli, l’avevano irrimediabilmente svegliata. Cosa faccio? Cosa succede?, si era chiesta. Come le altre ragazze della sua stanza era rimasta nel sacco a pelo, in silenzio e con la luce spenta. Fuori rumori spaventosi, dentro solo il sibilo del respiro che entra ed esce dai polmoni. Sembrava di poter ascoltare anche il dilatarsi e il restringersi veloce delle casse toraciche tese, nervose, assieme al battito cardiaco accelerato. Ci fosse stato uno spiraglio di luce, si sarebbero visti gli occhi delle quattro ragazze spalancati come fari spenti; si sarebbero viste le lacrime sui loro volti; si sarebbero viste le mani di Marina, nascoste strette fra i seni e tremanti come foglie. Da fuori arrivavano parole scomposte e rabbiose, assieme agli urli internazionali di pacificazione No Violence, oppure Help. E dopo ognuna di queste esclamazioni, puntuale come un orologio, lo stesso timbro di voce lanciava un grido. Uno di questi aveva urlato I’m a journalist, con una modulazione medio-bassa, un evidente difetto di pronuncia tipo patata in gola e un forte accento statunitense. Dopo c’era stato un rumore sordo, seguito da un grido sulla stessa modulazione della frase precedente e da un’altra esclamazione, what a fuck. Un altro tono di voce stranamente alto per un uomo e con l’accento di un sud Italia non ben identificato rispose, Fuck a chi?! Zecca demmerda!, e proseguì alternando offese a rumori di colpi. Marina provava a chiudere gli occhi, a convincersi che nella sua stanza non sarebbero entrati, che non sarebbe successo niente. Se lo ripeteva come un mantra, finché non veniva distratta dai rumori esterni. Prestava attenzione alle voci, a sentire se tornavano, a immaginarsi da dove provenissero. Quelle dalle scale, pensava, avranno più eco. Quelle dal piano di sopra, pensava, saranno più ovattate. Quelle più chiare, pensava, saranno qui fuori dalla nostra porta. La voce di una ragazza era iniziata lontana, poi si era avvicinata, poi era tornata lontana e poi l’eco. Marina s’era immaginata l’avessero tirata per i capelli lungo tutto il corridoio. Meglio non pensarci, si diceva, meglio se chiudo gli occhi.

III

Ci sono dei giorni che mi innamoro. Non so bene come funzioni. So solo che esco di casa o dalla caserma, mi guardo attorno e bum, la prima donna che vedo mi innamoro. È come in quel cartone animato giapponese dove un angioletto tutto nudo e con l’ombelico di fuori lanciava le sue frecce e faceva innamorare tutti. Che poi mi si potrebbe dire, vabe’ ti innamori perché c’hai voglia di scopare, invece no, perché se così fosse non dovrei innamorarmi, dato che mi è sempre andata male. No, è proprio che mi innamoro, come quelli della Marcuzzi di Colpo di fulmine. Vedo una ragazza, provo a parlarci, lei si ritrae, le chiedo se vuole uscire, mi dice di no, ma nel frattempo, in quei cinque minuti di interazione, ho vissuto una vita. Ho visto le nostre nozze e il nostro album sfogliato dai parenti al Natale successivo. Ho visto lei incinta e l’ho vista partorire e mi sono sentito le guance bagnate di lacrime di fronte ai nostri gemelli. Ho visto Marco alla prima partita di calcio e Andrea alla prima di minibasket. Ho visto gli sms di mia moglie dopo il servizio d’ordine allo stadio, tutto bene? Ti amo tanto e ho visto il regalo per il nostro venticinquesimo anniversario. Ho visto Luca urlarmi contro che faccio un lavoro di merda, che sono un uomo di merda, ma poi chiedermi scusa di tutto e dirmi che mi rispetta molto. Ho visto Andrea in divisa mimetica partire per una missione di pace. Ho visto le espressioni tese di mia moglie mentre guardiamo il tg che mostra i combattimenti. Ho visto la mia malattia e ho visto il volto cupo dei medici che dicono a mia moglie che ho un brutto male. Ho visto il mio corpo consumarsi e il mio spirito scherzare con lei fino all’ultimo giorno. L’ho vista sciogliersi nelle lacrime di fronte al mio ultimo respiro e ho visto la mia bara di mogano con gli interni bianco panna. Ho visto il mio corpo in divisa con a fianco il casco e il manganello. Ho visto la prima cena di mia moglie da sola, che piange di fronte alla tv accesa, e ho visto la mia metà del letto ben sistemata. Ho visto i miei vestiti alla Caritas e poi… poi sento la voce della ragazza dirmi, mi spiace, ciao, e la osservo andarsene. A quel punto anche le mie fantasie si interrompono e rimango a fissare il vuoto per qualche secondo e poi sorrido, perché mi sento come se avessi vissuto una vita intera in più e sono contento. Che poi, io credo, anzi, sono proprio convinto che un giorno o l’altro la troverò quella che mi dice di sì. Mi sono fatto due belle spalle, i brufoli non li ho più nemmeno sulla schiena, i peli me li tengo rasati e, qualche volta, mi faccio anche delle lampade per dare vitalità all’incarnato. Mica c’ho niente da invidiare a tanti che si vedono in giro, no?

[La seconda parte il prossimo venerdì]

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