Let. In. 4

Let. In.
Antologia di Letteratura Inesistente a cura di Carlo Sperduti
(#1 – #2 – #3)

BEST-SELLERS

Pastelli di sabbia

Esordio narrativo di Sandro Ribacco, giovane imprenditore torinese che ci racconta la storia di un coprofago costruttore di treni e di sua moglie, e della sua relazione con un bambino demolitore di sogni. È la storia della fuga dal desiderio e della demolizione del sogno.
Pastelli di sabbia è un libro che segna una nuova rivoluzionaria idea di letteratura, idea di letteratura di cui l’autore del romanzo in questione è privo e, appunto per questo, ancor più rivoluzionaria, tanto rivoluzionaria da fargli permettere una casa in Costa Smeralda.

Gianluca Liguori

Standy Pan
(Ed. Einaudite)

La vera storia della bambina sperduta e del suo dramma.
A pochi mesi riusciva a gettare fuori dalla culla il ciuccio perché lo detestava. Quella fastidiosa protesi in silicone che le ostruiva la bocca impedendole di urlare in santa pace! Imparò a perfezionare il lancio in breve tempo, fino a sfiancare i suoi genitori che ogni volta dovevano raccoglierlo, lavarlo e rificcarglielo in bocca. Alla fine decisero che era meglio farla urlare e lei lì cominciò a godere un sacco. La sua voce all’ennesima potenza, giorno e notte, per qualsiasi motivo, fame, sete, sonno, oppure semplicemente per il gusto di rompere le balle.
Suo padre lavorava tutto il giorno e si doveva alzare all’alba per consegnare ai bar le brioche. Una notte che la bimba era particolarmente brillante con i decibel e le corde vocali, confessò a sua moglie che stava per gettarla dalla finestra.
La bambina sperduta è però sopravvissuta.
Poi è stata sbattuta a due anni in un asilo nido di suore, dove la costringevano a dormire con le braccia conserte sul tavolo, anche se non aveva sonno. Trovò però il modo di convincere i suoi a portarla via.
Si mise a prendere a calci una bambola che le avevano dato a scuola per farla smettere di piangere. La colpì così tante volte alla testa, alle reni, alla pancia, calci e pugni sui fianchi, alle gambe, un pestaggio in piena regola degno di Clint Eastwood.
Le suore non rimasero indifferenti.
Chiamarono subito la madre e la bimba non tornò più all’asilo. Come scrive l’autore, la protagonista ha sempre fatto ciò che le pareva. La sua vita è andata avanti molto bene, a suo avviso proprio per questo. Ma allora dove sta il dramma?
La crescita.
Per la prima volta in vita sua, alla tenera età di 45 anni la bimba sperduta non può più fare quello che vuole. Ha messo su famiglia, ha un marito e due figli. Il marito vorrebbe fosse «intercambiabile», o «l’uomo dai mille volti». «Seh! Solo dei volti?» Qui l’autore azzarda ma è accettabile. Perché la bambina sperduta, a questo punto cresciuta, non dovrebbe avere simili desideri? Oramai per lei è più sorprendente Topo Gigio. Il loro rapporto di coppia si potrebbe scrivere in un bel libro, con tutte le virgole al posto giusto, chiuderlo e riaprirlo tra 10 anni. Non si troverebbe nulla di diverso, nessuna sorpresa, se non l’invecchiamento fisico. La protagonista ha anche due bellissimi figli che vorrebbe fossero egoisticamente “a disposizione”. Lo sa che sono importanti, fondamentali e che sono loro a tenerla ancorata in maniera sana alla realtà. Ma sono pur sempre un’àncora.
La loro presenza la costringe a rimanere ferma in un posto, in una situazione obbligata e lei non ha sempre il ragionevole stato d’animo. Sarebbe bello se potesse scegliere i momenti giusti. Invece non è bello ma paradossale.
Lei non è wonderwoman, ma un’ex bambina sperduta.
Insomma, la protagonista vorrebbe fare quello che le pare, ma non ci riesce. Vorrebbe sparire alle Galapagos. Le piacerebbe mettersi a studiare le testuggini giganti o le larve del Peloponneso, oppure semplicemente non alzarsi più presto la mattina, mangiare quando le va, prendere la macchina e farsi due giorni in una spa, massaggiata e coccolata da scultorei mulatti senza peli, ma non può. A questo punto il romanzo si pregna di drammaticità, la vita che sta conducendo non va nella direzione che desidera, le pesa, affatica il suo spirito libero. Alla fine del romanzo si troverà davanti a una scelta: andare via assieme all’amica del cuore aprendo un ristorantino in riva al mare sull’isola che non c’è, oppure comprare una bambola.
Al lettore scoprirlo.

Daniela Rindi

Nella tana dello scrittore

Quando mi sono trovato per la prima volta davanti a un suo manoscritto, ricordo che quasi mi giunse la febbre al pensiero di dover decifrare quella scrittura così minuta e sofferta, scarabocchiata a matita, con una punta sottilissima che man mano, consumandosi, lasciava il tratto più spesso e sfumato. Ero un privilegiato, nessuno mai aveva messo piede nel suo studio. Dopo di me nessuno ha più avuto il permesso di farlo. Lo avevo intervistato per un paio di minuti e così, quasi per una sfida alla fortuna, gli chiesi se poteva mostrarmi il luogo in cui scriveva. Certamente, rispose. Mi fece frugare tra le sue cose per mezz’ora, ero stranamente tranquillo e non diedi mostra delle emozioni che mi percorrevano. Non volevo dargli la soddisfazione. Mi capitò tra le mani un quaderno, si trattava di un titolo che non conoscevo, Il canto del vigno. Il titolo non compare nella sua bibliografia e sono quasi certo di non averne trovata traccia nell’unica biografia da lui autorizzata, Uno scrittore con i calli alle dita. Avevo tra le mani un segreto, delle pagine nascoste che forse nessuno aveva mai letto. Naturalmente riconobbi fin dal titolo un tratto caratteristico del suo stile. La parola “vigno”, infatti, non esiste sul vocabolario. Si trattava sicuramente dell’italianizzazione di un qualche termine tratto dal suo dialetto d’origine, la lingua da cui muove i passi tutta la sua letteratura. Non riuscii al momento a riconoscere né il termine originale, né il corrispettivo italiano e non chiesi spiegazioni per non fare brutta figura. Lui mi guardava in silenzio, appoggiato al telaio della porta, con le braccia incrociate. Camminava ancora senza bastone. E io facevo come se il suo sguardo non pesasse affatto mentre sfogliavo quel quaderno coperto di scrittura per appena quindici pagine. In realtà quasi non riuscivo a concentrarmi a leggere perché pensavo a lui che mi guardava. Sullo scrittoio in melo due libri incastrati l’uno nell’altro a tenersi reciprocamente il segno. Ancora leggeva Dumas e Stendhal, a distanza di quarant’anni dalle sue prime letture giovanili, durante i riposi invernali dai lavori nei campi o nelle brevi pause tra una semina e un raccolto, o ancora durante le giornate di pioggia quando preoccupato per il lavoro interrotto trovava occasione per leggere qualche pagina.
Il ricordo di quei libri abbracciati sullo scrittoio mi impone al pensiero i tratti essenziali della vita di Antonio Di Paolo, ceco di nascita, italiano di adozione. Di famiglia contadina, contadino lui stesso per necessità e abitudine, ma con la curiosità degna di uno scienziato. Non si sa come riuscisse a leggere così tanto nonostante quel lavoro massacrante, ma che lo appassionava. Amava Dumas e Stendhal e dopo quarant’anni erano ancora lì l’uno nell’altro.
La sua vita non è priva di immagini buffe, che possono farci ridere oggi, come le scale a pioli lunghe sei metri legate strette sulla sua minuscola centoventisette color ciclamino, oppure i carri pieni di letame che a fine inverno profumavano l’aria.
La scrittura è arrivata tardi nella vita di Antonio Di Paolo, ceco di nascita, italiano di adozione. Sui sessanta, dopo che un numero imprecisato di ernie lungo la colonna vertebrale lo ridussero a un riposo forzato. Iniziò a scrivere per passare il tempo e più tardi scoprì che si guadagna di più a maneggiare una penna che a seminar patate. Così è iniziata la sua carriera letteraria che oggi vanta trentasei best-sellers non privi di intelligenza, freschezza e originalità.
Ha influito molto sul successo di quest’uomo anche il suo carattere schivo e solitario, qualità che ne hanno fatto in breve un mito. Io che ho avuto la fortuna e il privilegio di poter mettere piede nella sua casa, posso testimoniare l’esattezza di quella voce che circolava tra i dubbi e le incertezze nei salotti mondani: Antonio Di Paolo, ceco di nascita, italiano di adozione, non possiede un televisore. Mai si è lasciato riprendere da una videocamera né ha mai permesso che venisse immortalato in una fotografia. Esiste una sola immagine che lo ritrae, mi riferisco al famoso ritratto di Domenico Ciccuzzi, della collezione privata del principe Osvaldo Maria Nicolini. Questo documento straordinario (olio su legno di pioppo che misura 77×53 cm), ritrae un uomo di tre quarti, seduto su un divanetto, con una penna all’orecchio e le mani massicce con le dita corte e tozze incrociate a tenersi il ginocchio della gamba sinistra, a cavallo della destra. Il viso strizzato e gli occhi stretti a difendersi dalla luce del sole che penetra da una piccola finestra. Fuori si distinguono chiaramente gli aghi di un pino.
Lessi quelle pagine come chi non beve da tre giorni e a stento riuscii e nascondere la delusione. Credevo di trovarmi di fronte a un piccolo capolavoro, a una scoperta che avrebbe risollevato le sorti della mia carriera giornalistica e invece niente. Erano pagine sbiadite, sconclusionate. Pareva che non dicessero nulla. Pensavo che in quindici pagine fosse stato concentrato tutto l’universo letterario di Antonio di Paolo, ceco di nascita, italiano di adozione. Il Canto del vigno appena reggeva il confronto con il discreto esordio di La vita mi ha preso a sassate, era lontano ventimila leghe dall’avvincente Il topo e la tagliola e figurarsi se avrebbe mai raggiunto le vette del commovente Il raglio dell’asino. L’intero Canto del vigno non vale una singola pagina della saga della Trilogia dell’occhio di bue.
Lui mi guardava con un sorriso velenoso. Aveva capito tutto di ciò che mi passava per la testa e con pazienza mi spiegò che quella era la sua unica e credibile biografia. Subito iniziai a controbattere che era impossibile che una vita densa come la sua potesse essere contenuta in quelle quindici miserabili pagine (in realtà non usai il termine “miserabili” e ammetto che fui anche un poco ruffiano). Poi non diceva nulla della sua vita, spiegava semplicemente, con uno stile bizzarro e una continua zoppia nel respiro delle frasi, che cosa fosse il canto del vigno.
Ecco l’incipit di quello sciagurato opuscolo: «Mi ricordo come se fosse mo quando papà mio mi faceva sentire sugli stinchi il dolore che facevano le scudisciate del vigno». Lo stile è inconfondibile. Si tratta della totale italianizzazione di un dialetto, se si esclude il termine “scudisciate”. Più tardi mi informai e venni a sapere che il “vigno” non è altro che il ramo di un anno del salice da vimini. Veniva usato per intrecciare canestri e per dare sonore lezioni ai ragazzini disubbidienti. A farlo vibrare nell’aria emette un suono inconfondibile che fende l’aria come se la tagliasse di netto. Antonio Di Paolo, ceco di nascita, italiano di adozione, era abituato a quel suono che spesso e volentieri si spezzava di netto sulle sue gambe.
Me ne parlò come un fatto naturale, persino determinante nella sua vita. Quel suono era diventato un richiamo all’ordine, alla disciplina: – Quando scrivo con la penna, penso al vigno, e scrivo meglio, – questo mi disse, in un momento di irripetibile sincerità.
Me ne tornai al giornale disgustato e con l’impressione di dover tacere qualcosa. Scrivo questa testimonianza solo ora che Antonio Di Paolo, ceco di nascita, italiano di adozione, è morto e sepolto.

Matteo Porretta

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11 Responses to Let. In. 4

  1. ‘Antonio Di Paolo, ceco di nascita, italiano di adozione,..’ trasmette, attraverso la penna del giornalista, tutte le emozioni, i costumi, i sapori di un passato lontano e vicino. Lo stile, fluido e allo stesso tempo condensato, si muove attraverso originali costrutti anaforici.
    Annamaura e Angela Maria

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