Un ricamo e una preghiera /2

Benedetta Torchia Sonqua

Il racconto continua da qui

 

 

Sceglievo sempre lo stesso posto, nella cappelletta sulla destra; da bambina ci andavo per mano a mia madre e, quando sono diventata giovinetta, per un po’ ho continuato a sedermi lì, vicino a quelle che venivano dalla Contrada Scaleri. Mi faceva compagnia quel loro chiacchierare costante. Si davano il cambio: mentre il gruppo in attesa del prete sgranava il rosario a voce alta, una, a turno, si produceva in un assolo bisbigliato ma comprensibile, raccontando fatti ed episodi della vita propria e altrui, cosicché tutte, prima della fine della funzione, davano fondo a tutte le cose divertenti e tristissime di cui erano a conoscenza; cattiveria e pietà si mischiavano in quei racconti camuffati da litanie. Le panche erano ordinate e lì, sul lato destro, le donne disposte in fila si davano le spalle l’una con l’altra come fosse una forma garbata e pudica per insegnarmi le cose del mondo, almeno quelle più importanti, quelle che si vedevano e si raccontavano. Ma queste donne, sulle loro panche, non erano su un’isola; erano ben piantate alla terraferma che le circondava, e questo lo si doveva al discendente ancora nobile del Barone di Risigallo, che una volta deteneva tutta la terra che andava da nord fino quasi giù a Modica, e che trepidante guardava il figlio prima resistere alle camice rosse dei garibaldini, poi negoziare con quelli che volevano l’Italia unita e senza regni, poi, di nuovo, ripartire alla volta di Roma per i concordati che interessavano le nostre terre e poi stringere e allargare i confini delle sue proprietà. Ora, poiché questo figliolo era un testa calda, uno di quelli che i suoi privilegi li voleva mantenere belli stretti alla faccia di tutti brigando e negoziando anche con i politici, e poiché il Barone, che era d’un’altra pasta, più conciliante, aveva solo paura che quell’unico figlio, che vendeva e barattava privilegi e donava terre e chiedeva lasciapassare a quelli del continente, glielo ammazzassero i briganti per strada per motivi politici più che per rapina, allora, per essere sicuro che rimanesse vivo e gli continuasse il nome della casata, fece costruire una colonnina di legno tutta ricoperta di foglie d’oro, una di quelle a torciglione che finiva in cima con gli archi di foglie che ricadevano giù, e la offrì alla madonna della chiesa madre. Una colonnina che, a guardarla, era bellissima. E il Barone, per chiedere meglio la grazia e per essere sicuro che l’abate o il Monsignore non se la venissero a prendere con la scusa che era troppo preziosa e poi lo usassero come comodino, l’aveva inchiodata a terra proprio lì a ridosso della cappelletta dove avevo preso l’uso di sedermi anche io; e ancora sta lì.

Alla madonna dell’immacolata concezione che stava nella cappella si vede che è piaciuta quella colonnina tutta d’oro, perché questo figliolo, antipatico che fosse, l’ha fatto tornare sano e salvo da tutti i viaggi e da tutti i suoi traffici e, da allora, alla stessa madonna si sono raccomandate tutte le famiglie più nobili e ricche. Perché quello e il successivo era un periodo che i nobili avevano bisogno di raccomandarsi, e infatti a loro non è successo mai niente perché nostro signore ascolta tutti e anche se non concede a tutti di passare per la cruna d’un ago, alla fine, salva tutti. Ma i tre monsignori che si sono alternati negli anni spiegavano a tutti questi ricchi di terre e commerci che non si poteva inchiodare una selva di colonne, perché altrimenti la madonna dell’immacolata concezione non si sarebbe vista più e il paese di Santa Catarina avrebbe perduto la protezione, altro che acquisita la grazia.

Allora le diverse famiglie fecero costruire panche, anziché colonnine, con le placche dorate e inchiavardate che riportavano i nomi altisonanti: lunghe, di legno scuro, con gli inginocchiatoi in velluto e le volute ai lati. E, alla fine, è accaduto che per farci stare tutto, lì davanti a quella madonna, si accordassero per sistemare le panche un po’ di sbieco rispetto al transetto della cappella, in modo tale da aprire un angolo di visuale verso la navata centrale al cui centro si stagliava l’altare. Da lì era comodissimo seguire la messa la domenica e lo stratagemma faceva sì che, girando appena poco più il collo, si riuscisse a intravedere l’ingresso posto sulla navata sinistra, quella da cui tutti entravano abitualmente. E così, ogni persona che entrava godeva dello sguardo di qualcuna delle donne di contrada Scaleri e, inconsapevole, dava il via a una nuova storia.

E le donne raccontavano e io ascoltavo e imparavo come andavano le cose di mondo. E rimasi lì, insieme a loro, fino a che mi sembrò che l’unico argomento di cui parlassero riguardasse gli uomini, i vizi dei mariti, propri e altrui, del daffare che recavano, dei difetti, delle vittorie, dei litigi, degli amanti delle altre, dei figli di questa e quella. Quasi mi sembrava di ascoltare sempre la stessa storia, perché madonnina mia, cosa vuoi farci, di uomo alla fine nostro Signore ne ha creato uno solo e a cambiare è solo quello che gli sta d’intorno, gli spazi e i campi e le città e i commerci; insomma a cambiare sono solo le cose che compra e che vende, dal vino all’amore. 

E mi pareva, già allora, una cosa brutta star lì a giudicare e ad avere la presunzione di pensare che a distinguere un uomo buono da un uomo cattivo fosse solo la sua volontà autonoma. Perché io avevo capito che è solo nostro signore che ci rende buoni o cattivi, e noi possiamo solo chiedere di essere aiutati a diventare buoni. 

Ecco cosa credevo e credo. Che noi da soli non possiamo far niente se non chiedere aiuto a nostro signore o ai santi tutti. Per questo, madonnina mia, per questo aiutalo tu al mio nipote che mi fa passare le notti insonni quando viene in vacanza qui da me. Non è cattivo, questo nipote mio, però si dimentica di chiedere, a te vergine santa, di essere buono, e allora lo chiedo io per lui, madonnina mia. Tanti se ne dimenticano, tanti. Troppi non pensano più alle parole delle preghiere e pensano che sia inutile chiedere. Per questo mi sono trovata a chiedere al posto di qualcun altro.

Insomma, di domenica in domenica rimanevo seduta lì, davanti alla cappellina, tra quelle donne, e maturavo una specie di senso di straniamento e, allora, mi concentravo sulle preghiere e letture, sulle fiammelle che ondeggiavano davanti agli affreschi in chiesa o sul colore delle stole dei preti che cambiavano di stagione in stagione annunciando l’avvento, il Natale, la Quaresima e la Pentecoste; e nel frattempo mi portavo dietro i fazzolettini bianchi del corredo da ricamare. 

Solo ogni tanto, quando gli occhi si stancavano, mi guardavo d’intorno e contavo le persone alla messa. Lì sulle panche le osservavo sedute e le sistemavo abbinandole in modo da ricomporre le famiglie e, con quei giochi lì, indovinavo quelle che andavano d’accordo e i litigi e gli schieramenti e quelli che erano diventati compari e quelli che cercavano di fare gli affari pure in chiesa. Un movimento continuo che, di domenica in domenica, disegnava le geometrie familiari e l’economia del paese. 

Ma, per lo più, stavo attenta alle parole dei salmi e quel chiacchiericcio, in sottofondo, diventava sempre più lontano.

Per aiutarmi, perché sempre bisogna aiutarsi che poi dio ci aiuta, per aiutarmi, dicevo madonnina, a rimanere concentrata sul senso delle parole, tiravo fuori i fazzoletti bianchi di lino. E ricamavo. Ricamavo così come facevamo tutte in paese perché Santa Catarina era famosa per l’arte del ricamo e ogni ragazza da marito doveva dimostrare di sapersi preparare il corredo da sola e portare in dote tutto quel campionario di trini e centrini e lenzuola che avrebbe mostrato la maestria al promesso sposo e che, insieme, sarebbe stato buono, nel caso di stagioni difficili e di magra, almeno ad essere venduto a buon prezzo, come merce ricercata, alle signore di città.

Così, mia madre e le mie zie, come tutte le altre, mi invitavano a ricamare e ricamare; le tende all’uncinetto e le tovaglie della festa e le federe e il poggiatesta delle poltrone e i centrini sui braccioli e la copertura per l’altare da usare il giorno del matrimonio e da donare poi subito al termine della cerimonia alla chiesa affinché potesse benedire meglio le nozze.

E io l’avevo fatto il mio corredo, l’avevo finito da qualche anno ma non mi serviva ancora. Le zie, ogni tanto, mi guardavano di nascosto e continuavano a dire a mia madre che non c’era niente che non andasse. Timorata di dio, le dicevano. E, dopo aver detto questa cosa, si guardavano l’un l’altra come a sottintendere e a far capire a mia madre che, forse, ero troppo timorata di dio e che bene avrebbero fatto a farmi diventare monaca. Io, dal canto mio, un fidanzato con cui uscire il pomeriggio e che mi portasse, la domenica, a prendere la granita di mandorle con mia madre al seguito, non lo volevo. Un fidanzato, che poi m’avrebbe toccato di nascosto dietro i battenti dei portoni come succedeva alle mie amiche, non lo cercavo. Mi sembrava sempre tutto troppo complicato, sempre tutto molto faticoso. Non lo volevo. E neanche monaca volevo essere. La testa l’avevo persa per un giovanotto che s’era presentato insieme al geometra del catasto di Caltanissetta qualche anno prima e che era venuto a misurare le colline che ci separavano da Siracusa e da Palermo, e che faceva rilievi e rilievi. Ma poi l’avevano visto a braccetto della Gina che era bellissima e io ho deciso che soffrir così non valeva la pena. Piuttosto, era meglio che tutte quelle farfalle nella pancia volassero a fin di bene e non per cavare gli occhi alla Gina e così, anno dopo anno, di fidanzati ne avevo mandati via più di qualcuno. E, una volta finito il corredo, ho cominciato a ricamare fazzoletti. Alcuni li tenevo, altri li regalavo in cambio di nuovo filo o di scampoli di stoffa o di un po’ di frutta buona. Poi ricamavo le bavette e mi piaceva quando le mamme mi facevano vedere che le usavano per le prime pappe dei bimbetti. E guardavo questi fagottini tutti fasciati e con la pelle rosa. E che buon odore avevano i bambini e che morbidezza c’era in quelle gote. Che, quando ne vedevo uno, pensavo subito subito a quante scarpette avrei potuto tirare giù con l’uncinetto, le cuffiette con le stringhe e le vestine del battesimo. Così, pian piano, cominciai a far di queste cose, e mi venivano un gran bene e alcune le tenevo con più cura del corredo, altre le donavo in occasione di qualche bel battesimo.

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