La società dello spettacaaargh! – 22

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Caro Jacopo,

beato te che non devi mettere il punto dopo una settimana come quella che abbiamo passato. Ma va bene, tu hai iniziato, io metterò una “FINE”. Non la FINE: quella la mette il caso, o Dio, o la BCE. Spero non risulti una patetica e debole fine: è che in tasca pure io non ho molto, se non questa fine, di cui sto per scrivere.

Nei momenti in cui guardando avanti c’era per me solo buio, o nebbia, o deserto, o quando mi sono sentito cadere addosso le stelle, come a te nel sogno che racconti, ho sempre cercato di guardare dentro, e indietro. Ché nei momenti di crisi, ho imparato, si vive uno strano, atavico terrore di separazione (come da etimo), ci si sente chiamati a prendere una scelta, o si ha questa urgenza che preme senza che si vedano possibilità Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 20

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Caro Jacopo,

trovo difficile parlare di Nessun Paradiso. È un libro che ho apprezzato, ma con cui fatico a entrare in risonanza. C’è un dinamismo efficacissimo nel suo stile che distrugge e rigenera continuamente sul piano linguistico le idee, come se volesse impedire alle parole di farsi idolo (così come hai rilevato tu nella settimana scorsa), o anche mostrando come esse facilmente diventino un idolo, prendendo il sopravvento sulle cose o sui pensieri da cui si originano; oppure come esse, da idoli che esistono sedimentati nella memoria, generino false percezioni.1 Parole che diventano immagini delle cose, e che nello Spettacolo si impongono come cose: nella narrazione Enrico, e forse questo è uno dei principali meriti che scorgo nel romanzo, dà forma a una frase di Debord che altrimenti, di per sé, potrebbe sembrare un assioma appagante per l’intelletto, «il vero è un momento del falso», un falso che è fin troppo facile assimilare sul piano cognitivo:

Leopardi era l’unico in Italia in grado di tradurre Aristotele e aveva tredici anni. Pasolini era l’unico a dire in faccia ai democristiani che erano fascisti, e s’è accorto trent’anni prima cosa c’avrebbe fatto la tivì. Cosa saremmo diventati. E perderemo anche noi, ché non siamo Pasolini e non siamo Leopardi. E ci diranno che eravamo impotenti e sfigati: saremo degli abominii, eppure non possiamo fare altro che proseguire il Pensiero, che tentare di tramandarlo a qualche altro sfigato, che verrà dopo di noi. È il nostro ruolo. È il nostro dovere.
E allora lei mi dice: – E tu? Tu dove sei stato, finora?
Io ci penso un po’, solo un po’ e poi glielo dico: – Sai? Non sono sicuro che Leopardi a tredici anni traducesse Aristotele. So soltanto che era l’unico in Italia a conoscere il greco e l’imparò da solo e lo chiamarono a Milano ch’era un bambino, anche se poi non c’andò, ché a lui non gliene fregava un cazzo, d’andare a Milano.
Un rivoluzionario, altro che pippaiolo. Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 19

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Ciao Matteo,

questo meditare sulle vie della cancellazione e sulla loro praticabilità mi ha fatto venire in mente Nessun paradiso (Round Robin 2011) di Enrico Piscitelli. Conosci la storia: nell’Italia della “dittatura democratica”, all’indomani dell’assassinio del Capo del Partito, un dissidente si reca a Venezia per incontrare il coordinatore della rete d’opposizione al regime, e a Venezia gli accadono due cose: si innamora e scopre la verità sul potere, e la verità non è bella, almeno per il lettore.
A un primo sguardo, complice la bandella («il Potere è inevitabile», «le rivoluzioni sono impossibili»), lo spirito del romanzo appare rassegnato, negativo: una sorta di atemporalità1 fa pensare a una natura umana sempre uguale, mai progredita e destinata a non progredire mai; e poi c’è una Venezia che la avverti sempre postuma e spoglia, fatiscente; e c’è un protagonista i cui pensieri sembrano poggiare sempre su un sentimento di vanità di tutte le cose. Dunque in Nessun paradiso c’è l’opposto della rivoluzione, del tempo come forza progressiva, dell’esaltazione della vita. Qualcuno potrebbe giudicarlo reazionario, o nichilista2. Eppure non fa questo effetto. Anzi, quando l’ho terminato, non solo mi sentivo bene, più pulito, e con le idee più chiare, ma addirittura con più speranza e con un maggiore controllo sulla realtà. Mi sono domandato perché. E penso di aver trovato la risposta. Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! -18

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Caro Jacopo,

il tuo discorso sulla vittima mi ha fatto venire in mente una delle prime pagine de La società dello spettacolo, quando Debord dice: «Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone, mediato da immagini», spettacolo che, nella rappresentazione, distanzia ciò che una volta era direttamente vissuto, e spettacolo che, nelle emozioni che suscita, ci lega a quelle rappresentazioni, e alla realtà che incarnano, che non è la realtà, ma una realtà. Una realtà però che, pompata emotivamente, ingigantita, dilatata e moltiplicata crea, di emozione in emozione, di relazione sociale in relazione sociale, una realtà che per noi è la realtà, anche perché, per l’appunto, non è nostra esperienza esclusiva, ma è inserita in una rete di rapporti sociali (credo che a Debord Facebook – libro, faccia – non sarebbe piaciuto).1 Ma è l’immagine il problema, o il nostro modo di guardarla? Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! -17

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Ciao Matteo,

nel tuo ultimo intervento ti soffermi sul ruolo dei mostri nell’espulsione dell’osceno. Mi è venuto spontaneo domandarmi quale fosse il ruolo delle vittime. È una questione sulla quale sto meditando da un po’ di tempo, andando più che altro a intuito: la chiamo la questione delle tecnomistiche, e riguarda la trasformazione delle vittime in simulacri sentimentali.
Chiamo tecnomistica quel fenomeno che si verifica a seguito della mediatizzazione dell’identità – l’immagine, il nome proprio – di una vittima di un incidente o di un’ingiustizia, quando questa identità è posta letteralmente alla portata di chiunque; spesso accade qui che questa identità sia trasformata in un simulacro di dolore collettivo. Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 16

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Caro Jacopo,

torno molto volentieri sul libro di Federica Sgaggio: è un libro molto denso, nel recensirlo ho potuto scegliere solo alcuni nuclei tematici del libro e, come suggerisce la tua interessante espressione «eros per la logica», solo alcuni nuclei emotivi. Forse, a proposito della tua espressione, essa sintetizza ciò che manca a volte nella filosofia, la capacità di esprimere l’autenticità del sentimento che muove verso il sapere, dando forma e vita all’etimo del termine. A giudicare dalla dedica e dall’introduzione del libro (o anche da questa intervista), quell’eros nasce per una considerevole parte dall’esperienza in redazione, dal contatto con quegli ambienti che nel giornalismo vengono prima delle retoriche messe su carta (o su una pagina web), e forse questi aspetti avrebbero bisogno di essere raccontati e testimoniati al pari di quelli linguistici.
Ma è un altro aspetto quello che mi ha maggiormente colpito.

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