Fútbologia

Riproponiamo qui, in attesa di Fútbologia, l’indice dello speciale che Scrittori precari curò per i Mondiali del 2010.
Fútbologia è un festival di 3 giorni che si terrà a ottobre a Bologna, con conferenze, reading e incontri. In mezzo proiezioni di film e documentari, torneo di calcio a cinque, bar sport, workshop di costruzione della palla per bambini. E tanto altro ancora.
Fútbologia
è un modo per ripensare il calcio. E tanto altro ancora. Leggi il resto dell’articolo

Picchia tua moglie. Lei non sa perché, ma tu sì – seconda parte

[Qui la prima parte del racconto]

di Alessandro Busi

IV

Il rumore dello sfondarsi di una porta di legno sembra un suono compatto, ma non lo è. Innanzitutto c’è l’impatto del corpo dello sfondatore contro la porta. Può essere l’incidere acuto di un ariete di metallo, il tonfo sordo della spalla, il colpo vivido e profondo dello scarpone. Poi, se si presta attenzione, si sente lo scricchiolio del legno che si rompe, il cedere di alcune fibre e il soffio della laccatura che si polverizza. Poi c’è il rumore dei cardini, con le viti che si allentano nel muro e stridono quasi silenziose nel metallo del cardine stesso. Poi c’è la serratura che frantuma il telaio ed esplode fuori dai propri spazi. Poi, solo per un orecchio fino, c’è il battito della maniglia che si muove scomposta e tintinna. Poi c’è lo sbattere della porta sfondata a terra o contro un altro muro. E infine c’è il rumore a coppia dell’eccitazione di chi entra e della paura di chi subisce l’irruzione, quello che si materializza nei battiti cardiaci e nel ritmo dei respiri, ma che è anche molto di più e suona nell’aria come l’odore dell’antilope per il leone.
Marina, dal momento in cui la porta cedette, si sentiva come l’antilope. Le tornarono in mente i cani di un esperimento che aveva studiato durante gli anni di psicologia. Leggi il resto dell’articolo

Picchia tua moglie. Lei non sa perché, ma tu sì.

di Alessandro Busi

I

Ci sono dei giorni che mi innamoro. Esco di casa e mi innamoro, come se avessi un interruttore dei sentimenti: in certi periodi va tutto bene, sto tranquillo, in altri, ovunque mi giro, ci ritrovo la donna della mia vita. Anche da ragazzino mi succedeva. Una volta, per esempio, quando ero in terza media, mi innamorai di Sabrina Scalvi. Tutti dicevano che era brutta come il demonio, ma me ne innamorai ugualmente. Che poi anch’io mi ero accorto che era brutta, che assomigliava a un avvoltoio, infatti gli anni prima mi ero già innamorato di tutte le altre mie compagne di classe, a partire da Marta Rivoli. Marta, che era in assoluto la più bella della scuola, quando le passai il bigliettino dove le chiedevo se voleva mettersi con me, se voleva che andavamo assieme a vedere un film che avrebbe potuto scegliere lei e a me sarebbe andato bene, Marta mi ricordo che aveva preso il bigliettino e l’aveva fatto leggere anche alla sua amica Elda Libero – mio primo innamoramento della seconda media – e a Luca Fiorini, ragazzo con cui ebbe sette relazioni durante i tre anni di scuola: due in prima, tre in seconda e di nuovo due in terza. Poi mi ricordo che, guardando con la coda dell’occhio, li vedevo che scrivevano sul mio bigliettino e ridevano e si coprivano la bocca per non farsi vedere dalla professoressa. Dopo qualche minuto il bigliettino mi tornò indietro. Leggi il resto dell’articolo

Bruci la città #2

[Continua da qui]

Io a volte vedo delle cose che ci rimango male all’idea che le vedo. Che poi, non è che proprio le vedo, più che altro me le immagino, ma me le immagino in maniera così vivida che mi fa paura la mia stessa capacità di immaginarmi cose del genere.
Una volta, per esempio, qualche anno fa stavo assieme a una ragazza che era proprio carina, e non era male nemmeno di testa. Un giorno però, mentre prendevamo una cioccolata calda in un bar, mi venne in mente un modo di dire che si usa dalle mie parti, che sta a significare che c’è un’età in cui le ragazze sono belline, ma poi si sformano. C’è un’età in cui le ragazze hanno la bellezza dell’asino, si dice, che finché regge, regge, ma poi si sgretola e allora si capisce se la ragazza è veramente bella, oppure no. Ricordo che mentre mi pulivo i baffi dalla cioccolata, rimasi un paio di secondi a fissarla e non era più come era sempre stata. La vidi improvvisamente deforme, picassiana. I suoi occhi si tramutarono in Leggi il resto dell’articolo

Bruci la città #1*

Io a volte vedo delle cose che ci rimango male all’idea che le vedo. Che poi, non è che proprio le vedo, più che altro me le immagino, ma me le immagino in maniera così vivida, che mi fa paura la mia stessa capacità di immaginarmi cose del genere.
A volte, per esempio, a volte vado in giro in bici per delle strade che hanno dei paletti grigi per delimitare il marciapiedi, e inizio a pensare a cosa succederebbe se, mentre una macchina mi sorpassa, cadessi su uno di quelli. Mi immagino che picchio la tempia destra sull’angolo fra la plastica dura che fa da tappo al paletto cavo e il ferro mal levigato. Mi immagino che la bici vola via in mezzo alla strada e viene schiacciata da un’auto che sopraggiunge e che fa il rumore stridulo dei freni che bloccano le ruote. Mi immagino che chiudo gli occhi e cado a terra, grattandomi d’asfalto le braccia e le gambe. Mi immagino che con lo sterno vado a sbattere contro il paletto successivo e che si sentirebbe il rumore di ossa rotte, se non fosse per quello di ferraglia della bici schiacciata dalla macchina che assorda tutto il resto. Mi immagino che picchio la testa anche contro l’angolo del marciapiedi e che mi si rompono i denti. Leggi il resto dell’articolo

Uomini e donne

Sabina le accarezza i capelli e fissa la tv.

L’anziano signore nello schermo sta seduto su una poltrona rossa con i braccioli a forma di leone dorato. Ha grandi orecchie e i radi capelli imbrillantinati tirati tutti indietro. Parla con un accento del sud difficile da definire. Fra il siculo e il romano. Probabilmente è emigrato da giovane. Magari subito dopo il militare. Tiene in mano un foglio con una serie di scritte e, con tono solenne, le legge.

«Io non la voglio che si droghi,» dice, «e voglio che sia desiderosa e vogliosa».

Di fronte a lui, sedute su poltrone di plastica trasparente, ci sono altre signore della sua stessa fascia d’età. Una indossa un abito rosso con un lungo boa di piume che le tocca terra. Un’altra, con le mani sulle orecchie, viene spesso inquadrata, mentre finge di non ascoltare l’appello dell’uomo. Un’altra ancora, dalla lunga permanente bionda, annuisce alle parole lette, con sguardo intenso rivolto verso la telecamera.

«Io voglio che abbia un’età massima di settant’anni,» dice, «e che mi porti un certificato di buona salute e, se possibile, che faccia un check up assieme a me».

D’un tratto, interviene, o meglio irrompe, un’altra signora magra e con i capelli corti, che tutti chiamano Rosetta e che sta seduta accanto ad un’imitazione casereccia di una Marylin sotto vuoto. Con gesti plateali, chiede al lettore se sua moglie fosse morta di noia, scoppiando poi a ridere e producendo un’ilarità generale nel pubblico.

L’uomo, stordito per la domanda inattesa, le dice di no. Le risponde che è morta di vecchiaia, che una mattina non si è più svegliata.

«Non si è più svegliata per non avere più rotture di palle così!» gli risponde la signora, urlando e facendo il gesto con le mani. Anche stavolta, tutto il pubblico scoppia a ridere e la conduttrice fa uno sguardo di richiamo bonario, come quelli che si vedono nei vecchi telefilm, quando il bambino fa una marachella in chiusura di puntata.

Sabina le accarezza i capelli e fissa la tv. Accanto a lei, sdraiata sul divano, dorme la sua bambina di quattro anni. Le immagini sullo schermo sono quelle della puntata di Uomini e Donne Over che ha registrato nel pomeriggio.

Quella stessa sera, poche ore prima, ad un ragazzo con cui usciva da un paio di mesi, aveva confessato questa abitudine.

«Io mi registro le puntate e alla sera le riguardo con mia figlia, sai che risate che ci facciamo con Martina?» gli aveva detto.

Lui aveva spalancato gli occhi e le aveva chiesto se non pensasse che fosse diseducativo per la bambina vedere quelle cose.

«Vedere quelle scene di violenza verbale e di vacuità di pensiero, oltre che di pochezza grammaticale e lessicale,» aveva sentenziato.

Lei era scoppiata a ridergli in faccia e gli aveva risposto che forse aveva ragione, ma che con i suoi diktat morali da censore del nuovo millennio si sarebbe pulita il culo, così aveva preso la borsetta e, senza salutarlo, se ne era andata.

Mentre tornava a casa dei suoi genitori a riprendere Martina, durante il viaggio in macchina, aveva pensato rabbiosa come fosse possibile che, ancora oggi, gente che aveva anche studiato, si permettesse di mettersi sul pulpito per dire cosa guardare e cosa censurare.

«Tutti preti mancati, cazzo,» si era detta a mezza voce, prima di accendersi una sigaretta.

«Che odio,» si era ripetuta.

Alla rotonda, costeggiata da un grandissimo edificio verde e bianco, con le luci accese anche di notte e una scritta Brico rossa che svetta sul tetto, aveva svoltato a sinistra ed era passata accanto alla pubblicità del Cepu. Sul cartellone, era raffigurata la faccia sorridente di un calciatore con accanto una scritta gialla: Se ci sono riuscito io!

Sabina aveva seguito con lo sguardo quegli occhi stampati e, dal nulla, era scoppiata a piangere. Aveva accostato l’auto in mezzo alla fermata dei bus e poggiato la fronte sul volante. I pensieri le giravano a vortice, mentre fuori il vento faceva muovere i rami e le foglie morte cadute a terra.

Io non ce la faccio, pensava, io non ce la faccio più.

Pensava che, a ventotto anni, avrebbe voluto andare all’estero a fare il dottorato in psicologia, come il suo ex ragazzo, non stare a casa a crescere una bambina, lavorando part time in un centro commerciale. Pensava che tutti vogliono insegnarle a vivere e lei non ne può più. Pensava che, in fin dei conti, a lei Uomini e Donne aveva sempre fatto cagare, ma essendo l’unico modo per far addormentare sua figlia, l’avrebbe guardato anche cento volte in una sera.

Ripreso fiato, si era asciugata gli occhi e le guance dalle lacrime, si era soffiata il naso e, dopo aver controllato nello specchietto di non aver sbavato il trucco, era ripartita.

«Mamma, sei triste?» le aveva chiesto poco dopo Martina in macchina.

«No, Marti, figurati, e tu ti sei divertita dai nonni?» le aveva risposto Sabina, guardandola dallo specchietto retrovisore.

Ogni volta che arrivano a casa, Martina va subito a lavarsi i denti e a mettersi il pigiama, mentre Sabina manda all’inizio la videocassetta.

La bambina si stende sul divano coprendosi con una coperta blu di pail. Quando la madre torna dal bagno, accende la tv e schiaccia il tasto play sul videoregistratore. Si siede e si copre anche lei assieme alla figlia.

«Oggi ci sono i vecchi,» fa notare Martina.

Sabina annuisce senza parlare, ma prendendole i piedi nelle mani per scaldarglieli, e la fa ridere.

Dopo pochi minuti dall’inizio della puntata, un uomo di ottantaquattro anni si posiziona al centro dello studio, e inizia a leggere una lista di caratteristiche che dovrebbe avere la sua amata.

Dopo pochi minuti dall’inizio della puntata, Martina si addormenta di sasso, poggiando la testa sulla gamba destra di sua mamma. Sabina continua ad accarezzarle i capelli, fissando la tv.

Alessandro Busi

Le sfortune degli altri

Mario era seduto sul divano. Aveva in mano una birra in lattina e guardava la partita dell’Italia contro la Slovacchia. Accanto a lui, sul cuscino ricamato a punto croce da sua madre, c’erano un cappio fatto con una corda spessa e dei pezzi di cotone imbevuti di sangue e di alcool. Alcune gocce dello stesso sangue avevano macchiato il centrotavola della cucina, ma Mario aveva pensato che questo sarebbe stato un particolare poco rilevante, dopo il suo suicidio.

Alle quindici punto quaranta esatte era in piedi, davanti al lavandino del bagno, al lavandino del bagno sporco di dentifricio color verde mare, e fissava la propria immagine riflessa.

Nella mano sinistra stringeva forte un rasoio usa e getta blu, un bilama della Gillette, che aveva comprato in offerta al supermercato.

Nella mano destra non stringeva nulla, ma aveva comunque le dita chiuse in pugno. I tendini del polso si vedevano come ponti che deformavano la pelle chiara, mentre la cassa toracica si gonfiava e si sgonfiava a gran velocità.

Con un movimento deciso, il gomito sinistro si chiuse e la mano avvicinò le due lame del rasoio verso il polso destro. Con un altro movimento altrettanto deciso, il braccio scese verso il basso e sulla carne comparvero due strisce rosse di sangue.

Cazzo che male, pensò Mario, e poi non dovevo fare così, dovevo fare per il lungo!

Sullo specchio apparve un’espressione sofferente, con i denti stretti e gli occhi stroppicciati.

Porca puttana che male, iniziò ad imprecare.

Intanto, gocciolando per tutto il bagno, pensò che il tentativo di suicidio numero uno poteva dichiararsi fallito e, presi cotone e alcool, andò a sedersi in cucina per medicarsi.

I primi cinque minuti della partita se li era persi per annodare il cappio come si deve.

Guardava il foglio delle istruzioni che aveva stampato da un sito di SelfBondage, dove, nella sezione Tecniche di self bondage, appunto, era spiegato sia come fare un cappio che non si stringe, sia uno che si stringe, perché, come era scritto, che Bondager saremmo se non avessimo il pieno controllo delle corde?

Dopo vari tentativi, Mario si trovò tra le mani un nodo scorrevole perfetto e se ne compiacque. Provò a muoverlo lungo la corda per un paio di volte e vide che funzionava.

Bravo, pensò, potrei fare il cappista se non mi dovessi ammazzare.

Con un mezzo sorriso triste sulle labbra, poggiò la sua creazione sul divano, accanto a lui, prese la birra che stava sul tavolino di cristallo e la aprì.

Alla fine della partita mi ammazzo, si disse, mentre deglutiva il primo sorso, ah bella fresca.

Poi si mise comodo ed alzò il volume.

Era seduto in cucina e premeva forte il cotone contro le ferite.

Che cretino che sono stato, si ammoniva, l’avevo letto su un sacco di siti: per il lungo se ti vuoi suicidare, di traverso se vuoi fare finta, come i ragazzini tristi, magri e con il ciuffo di capelli che gli copre la faccia.

Senza lasciarsi perdere d’animo, però, aveva già attivato il piano due: l’impiccagione.

Dal cassetto del comodino in camera, aveva preso le istruzioni per fare un cappio con il nodo scorrevole e un altro foglio per lasciare le sue ultime parole. Con una penna bic nera scrisse di getto una lettera che spiegasse il suo gesto e, con un pezzo di scotch, se la attaccò alla maglietta.

Le poche frasi frammentate che aveva scritto, riassumevano bene, a suo parere, il disfacimento della sua vita:

mi ammazzo per colpa di Sabrina, la mia ex moglie, che mi ha lasciato da due mesi e voglio che si senta in colpa, troia.

Mi ammazzo per colpa di Luigi, il mio ex capo, che con la scusa che non produco e che il lavoro è diminuito, mi ha licenziato, bastardo.

Mi ammazzo per colpa di Marchionne, che non ordina più le marmitte da Luigi, ma le fa fare in Polonia, porco borghese.

Poi mi ammazzo anche per colpa di tanti altri, perché tutti mi raccontano le loro sfortune e nessuno mi chiede mai delle mie, e allora mi sono stufato. Stavolta, però, non faccio i nomi, che bastano quelli di prima.

Invece voglio bene a mia mamma e a mio papà, che sono morti, e anche al mio cane Laika, che è morta anche lei da un mese e la ritroverò in cielo. Addio.

Mario Rossi

Finito il primo tempo, l’Italia perdeva uno a zero grazie ad un gol ridicolo. Mario pensava che era meglio se quei giocatori fossero andati a lavorare, come quelli della Nuova Zelanda, però, poi, pensò anche che c’è talmente poco lavoro in Italia, che manca appena di trovarsi Cannavaro e company alle agenzie interinali.

No, no, meglio che stiano lì a fare i fenomeni, si disse, aprendo la seconda birra.

La sensazione di fresco che gli scendeva dentro la gola, gli fece rilassare le spalle e socchiudere gli occhi. La testa la lasciò indietro, sullo schienale, aprendo leggermente la bocca per inspirare.

Questa situazione di trance lo cullò fino all’inizio del secondo tempo, e ancora oltre, fino al secondo gol della Slovacchia. Al settantatreesimo minuto e poi ancora all’ottantottesimo, momento del terzo gol, Mario sentì una sensazione che non gli capitava da tempo: gli venne da ridere. La voce incupita dei commentatori e le espressioni torve dei tifosi inquadrati, compresa quella di un centurione con le ciglia glitterate, gli misero un particolare buon umore, che tentò subito di sopire ripetendosi come un mantra, che, nella sua vita, non c’era proprio nulla da ridere.

Arrivato al novantesimo, però, capì che non poteva proprio più resistere. Vedere Quagliarella a terra che piangeva e il volto tutto rosso di Lippi, lo fecero tornare a sentire il piacere per la vita, lo fecero tornare a sentire che non solo lui stava male e di questo, non riusciva a smettere di godere. Quando arrivò lo stacco pubblicitario, si trovò steso a terra, con le lacrime agli occhi da tanto ridere che aveva fatto e con l’idea del suicidio più lontana che mai. Mentre scorrevano gli spot e lui fissava il soffitto con gli occhi spalancati e la mandibola indolenzita, ripensò ad una frase che gli aveva detto sua nonna riguardo al perché non sia una brutta cosa il pettegolezzo.

Vedi Mario, non è per deridere le sfortune degli altri, gli aveva detto, è per ricordarsi che alla fine, soffriamo un pochino tutti, prima o poi.

Alessandro Busi

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