R-estate con noi – II parte

Ok ok, ho mentito, avevo scritto “continua tra qualche giorno” e poi invece ho staccato internet e chi si è visto si è visto. Ogni tanto bisogna disintossicarsi dal web, spegnere computer, cellulari, tutto. Tanto poi si torna sempre qui. E sta per iniziare una nuova stagione. Leggi il resto dell’articolo

Biglietto, prego

Tre racconti di Gianluca Liguori, Simone Ghelli e Luca Piccolino all’interno dell’antologia “Biglietto, prego”, a cura di Alex Pietrogiacomi, con introduzione di Filippo Tuena, postfazione di John Vignola e fotografie di Gianluca Giannone, dal 5 luglio in tutte le librerie per i tipi di Zero91.

21 scrittori italiani, sempre in bilico su una strada incapace di essere definita per colpa di un quotidiano pieno di trappole e sorprese, raccontano la vita dei pendolari, dei precari, dei viaggiatori forzati, attraverso i propri occhi e quelli di un fotografo, creando percorsi alternativi, tracciati da chi non vuole nascondersi tra i binari imposti dall’esigenza né tantomeno arrendersi a una società menefreghista.
Racconti brevi, capaci di essere compagni di percorso per una o più fermate oppure per tutto il tragitto desiderato, che hanno per protagonisti i pensieri, i sogni e i volti di chi abitualmente timbra il suo biglietto per la propria esistenza non rassegnandosi all’idea di essere uno sconosciuto da incontrare puntualmente a una fermata.
Un viaggio solitario o in gruppo, che comincia voltando pagina, da uno scorcio di irrealtà che ogni giorno chiamiamo vita.
Tra gli autori, oltre ai tre “Scrittori precari”, tante firme che hanno animato il nostro blog in tutti questi anni: Gianluca Liguori, Simone Ghelli, Luca Piccolino, Alex Pietrogiacomi, Fabrizio Gabrielli, Massimiliano e Pier Paolo Di Mino, Roberto Mandracchia, Iacopo Barison, Alessandro Hellmann, Gianfranco Franchi, Raffaella R. Ferré, Matteo Trevisani, Alessandro Raveggi, Lorenza Fruci, Matteo Bortolotti e Micol Beltramini, Francesca Bellino, Marilena Renda, Adriano Angelini, Alfredo Ronci e Ernest LeBeau.

Qui di seguito il booktrailer: Leggi il resto dell’articolo

Fútbologia

Riproponiamo qui, in attesa di Fútbologia, l’indice dello speciale che Scrittori precari curò per i Mondiali del 2010.
Fútbologia è un festival di 3 giorni che si terrà a ottobre a Bologna, con conferenze, reading e incontri. In mezzo proiezioni di film e documentari, torneo di calcio a cinque, bar sport, workshop di costruzione della palla per bambini. E tanto altro ancora.
Fútbologia
è un modo per ripensare il calcio. E tanto altro ancora. Leggi il resto dell’articolo

Siamo gente ricercata

Allora, qui c’è da fare un discorso serio: il blog è andato in vacanza, pure io mi sono pigliato una settimana di ferie, che non sono vacanze, in pratica non lavoro e quando non vado a lavorare non vengo pagato, quindi non erano proprio vacanze ma una sorta di non-guadagno: mi sono comprato la mia vacanza, ma è il bello del mio lavoro, mi dà tante altre soddisfazioni tipo quella di vedere dal vivo una tipa che si infila due bottiglie di vetro di vodka Artic, ma chiudo il discorso che altrimenti divago troppo.
Dicevo, qui c’è da fare un discorso serio: eravamo a cena con Ghelli e Liguori, che il Ghelli aveva portato la mozzarella di bufala e mentre ne ingurgitava tre insieme disse: “Mi garba vedere come arrivano nel blogghe nostro”, mastica e deglutisce un boccone facendo colare latte dalla bocca, “Ci sono certe frasi che ci si schianta dal ridere”. E per sfizio mi sono andato a vedere i famosi “termini di ricerca” che avete utilizzato per arrivare al nostro blog precario.
Per carità: post del genere ne scrivono a milioni, ma cazzo questo è un sito per intellettuali! Qui ci scrive gente coi coglioni grossi come angurie! Sapere che siete approdati qui digitando su google madre spompina cognato, beh… mi rattrista il cuore, l’anima, lo spirito e anche un po’ il corpo. Ma andiamo con ordine.
Inizio a sfogliare la lista di termini di ricerca che avete utilizzato mentre il blog era in vacanza e, per fortuna, al primo posto c’è scrittori precari, poi c’è paolo sizzi, soreni, generazione tq e blablabla, poi vedo che nove persone hanno cercato l’ultimo testamento della sacra bibbia e la mia anima si solleva allo spirito santo.
Poi di nuovo tq, qt, tq, sempre ‘sto cazzo di tq. Ma che è poi ‘sto cazzo di tq? Leggi il resto dell’articolo

Il re che ride

Il re che ride (Marsilio, 2010)

di Simone Barillari

 

Chissà cosa direbbe del suo aforisma René Clair, ascoltando le barzellette di Berlusconi, osservando il ghigno plastificato, che nulla ha da invidiare al buon Joker di Nicholson, che si espande, si tira e soddisfatto fa da commento auto-celebrativo all’arguzia appena proferita.

Non possiamo dire che penserebbe e come reagirebbe Clair, ma di certo possiamo immaginare le reazioni degli italiani che assistono, da dietro lo schermo oppure dal vivo (ahiloro!) a questo imbarazzante siparietto offerto da IL RE CHE RIDE. Occhi spalancati, commenti acidi, mezzi sorrisi imbarazzati come quando ci accorgiamo di avere la patta dei pantaloni aperta, bestemmie e imprecazioni. E tante domande.

Ma di cosa ride poi? E re di cosa? Ma il re una volta non era nudo!?

Oggi (in) vestito più che mai di quell’aura di onnipotenza tipica dei piccoli dittatori dello stato di Banana, il buon monarca politicante è (auto) convinto di avere nella sua faretra strali, capaci di piegare ogni situazione e ogni avversario, con comicità consona a ogni occasione che non può che sedurre l’auditorium di proseliti e non che fa da bersaglio a ogni appuntamento.

Ma è veramente così? Nel suo saggio, Simone Barillari fa un suo punto di reputazione mostrarci tutto quello che si nasconde dietro le ingenue (?) battute del Silvio internazionale.

Perché tra le quinte di ogni comica storiella si affastellano momenti ben precisi della carriera politica dell’imprenditore con un sogno, nomi e cognomi di alleati e avversari vessati bonariamente come i poveri carabinieri (che mai dovrebbero prendersela per quello che si dice su di loro… visto che è la verità …) e scandali più o meno importanti che hanno scosso (ma davvero!?) le fondamenta del cielo azzurro in cui abita il Dio-RE.

L’autore del libro è quindi uno studioso pluri – competente che porta avanti con scaltrezza e bravura il lavoro dello storico, del sociologo e dello scrittore con una nota ironica che traspare leggendo molto bene tra le righe ma anche con un’oggettività intraprendente per un tema del genere.

Affatto banale Il Re che ride è un libro da leggere con molta attenzione, che serve da promemoria, da allerta costante per la nostra capacità di critica e autocritica.

Il re ride. Il popolo piange. La nazione trema e ridere non è il vero segno della libertà ma la bandiera bianca sventolata di fronte a un nemico che avanza con i fantocci di paglia.

 

Alex Pietrogiacomi

Intervista a Mishna Wolff

Con “Credetemi, c’ho provato” (Fandango, 2010) Mishna Wolff si mette a nudo e racconta la sua incredibile vita da bianca cresciuta come una nera, le tragicomiche peripezie di un’adolescente in bilico tra due culture.

Un romanzo incantevole e una vita decisamente non convenzionale di cui abbiamo parlato con l’autrice in Italia per la promozione del libro.

 

Alex Pietrogiacomi: Il tuo sguardo sul mondo. Bianco, nero o… ?

Mishna Wolff: Qualsiasi storia che parla di una maturazione e di una crescita come la mia storia, parla in realtà di un cambiamento che ti porta a spostare la prospettiva, il tuo sguardo sul mondo diventa diverso e non vedi più questo come bianco e nero, ma come quello che è: grigio, complicato, pluridimensionale. E quando ero una bambina piccola guardavo il mondo dall’esterno e volevo crescere per entrarne a far parte, ma crescere significava anche vedere le crepe di questa facciata e capire che tutto non è come pensavi da sempre che fosse.

 

A.P.: Qual è la cosa più difficile dell’integrazione per un bianco? E in generale?

M.W.: Non credo che ci sia una differenza, quello che è difficile è restare autentici, quando tutti quelli che ti circondano sono molto differenti da te. Crescendo nel mio quartiere ho capito che la gente non mi avrebbe rispettato o sarebbe stata diffidente se avessi tentato di imitarli in qualche modo, se avessi cercato di essere a tutti i costi come loro, se mi fossi sforzata di piacere. La difficoltà è questa, in situazioni del genere: l’autenticità, il saperla mantenere. Continuando a rispettare le differenze di chi ti sta attorno. Nel libro si legge che ero un’outsider e che ho cercato di imitare gli altri per piacere. A volte funzionava altre no, ma comunque alla fine ero io a non piacermi. Ero spaventata, insicura, ma indossavo una maschera che non mi apparteneva…

 

A.P.: Scrivi che al tempo del trasferimento nel ghetto, si poteva essere talmente poveri da non potersi permettere di essere razzisti, credi che sia ancora valido questo discorso?

M.W.: Era un tempo di controcultura dove c’erano gli hippy bianchi che si trasferivano nel ghetto per far crescere i loro figli, succedeva in parte per motivi economici e in parte per motivi politici. Nel nostro caso non era così però, perché i miei nonni abitavano lì, poi si sono trasferiti in un quartiere migliore lasciandoci casa. Noi siamo sempre stati poverissimi perché mio padre combatteva sempre per riuscire a tenersi un lavoro, ma i nostri vicini pensavano che fossimo poveri apposta, visto che essendo bianchi non potevamo esserlo.

 

A.P.: C’è una grande quantità di nomi neri nel tuo libro, lanciati qua e là, presi dalla musica, dalla storia e dalla letteratura, come ad esempio Iceberg Slim. Come hai vissuto questo tipo di contraltare alla cultura bianca?

M.W.: Io rimanevo assolutamente stupefatta di come nella scuola dei bianchi i miei compagni non conoscessero nomi che per me erano assolutamente imprescindibili come Huey P. Newton, co-fondatore dei Black Panthers che aveva coniato lo slogan Fight the power,del fatto che non avevano mai sentito parlare di George Benson, Run DMC, mentre invece erano ferratissimi su The Smiths o Beastie Boys. Ecco non capivo proprio come si potessero ascoltare i Beastie Boys mentre nel mio quartiere si ascoltava il vero Rap, quello appunto dei neri.

 

A.P.: Prendere la propria vita e raccontarla al mondo. Voglia di sfogarsi? Un atto di ribellione verso il padre o un’assoluzione?

M.W.: Io diciamo che ne ho sempre parlato della mia vita, ma dopo 6 anni da modella mi sono resa conto che dovevo parlare, che avevo qualcosa da raccontare e quando cominci a parlare ti rendi conto che non sei più “cibo” e che hai qualcosa da dire, quindi la prima ribellione è stata proprio questa, il cominciare a parlare, quando non volevo essere più un oggetto. Il primo saggio che ho scritto sulla moda ha offeso molte persone, ma questa storia, che ho impiegato dieci anni a metabolizzare prima di scrivere, mi ha stupito perché non pensavo che la mia vita potesse essere letta come “così speciale”, così diversa, e questo l’ho capito raccontandola. Ho avuto però bisogno di molto incoraggiamento dall’esterno prima di poterlo fare.

 

A.P.: Dopo aver scritto il tuo romanzo cosa hai scoperto in più su tuo padre e su di te?

M.W.: Credo di aver scoperto qualcosa di più sulla narrazione in realtà e cioè che la perfetta commedia e la perfetta tragedia si ottengono quando hai due persone con punti di vista totalmente conflittuali e che hanno entrambe ragione.

 

A.P.: Dove finisce la vecchia Mishna e dove comincia la nuova?

M.W.: Non credo che la vecchia Mishna sia mai finita, spero di essere in continua mutazione.

 

A.P.: Cosa butti della tua vita nel quartiere e cosa tieni assolutamente?

M.W.: È una domanda molto difficile. Io avevo molti giudizi su persone che ritenevo più privilegiate, più “bianche”, sono venuta al mondo con molti pregiudizi su parecchie cose che ritenevo borghesi e alcuni di questi erano profondamente sbagliati. So che non suona molto ribelle, però ci sono altre prospettive, altri punti di vista che non sono sbagliati. Certo non potrei mai essere testimonial del manifesto del capitalismo, per me tutti quelli di Wall Street dovrebbero essere ammanettati, però avevo molto bagaglio superfluo su alcuni concetti come il successo, il denaro: guardavo chi aveva i soldi e davo per scontato che fossero dei deficienti, ma non sapevo cosa succedeva veramente nella vita, nelle case delle persone. Butto via questo. I giudizi. Tengo assolutamente il divertimento! Perché crescere così è stato folle ma divertente, i ragazzini erano spontanei in un modo che non ho più avuto modo di vivere, sapevano raccontare storie e lì ho imparato perché se non sapevi farlo non avevi il diritto di parlare. E le donne nere che ho incontrato portavano avanti famiglie, avevano un senso di responsabilità, di comunità meravigliose. Donne incredibili.

 

A.P.: Ti sei avvicinata alla musica, sei una scrittrice, una bianca e una nera, modella… in queste tue “anime” qual è il comune denominatore?

M.W.: La curiosità.

 

A.P.: Cosa hai trovato in Italia?

M.W.: Ho viaggiato molto in Italia e la cosa che mi piace di più sono gli italiani perché sono molto acculturati ma anche capaci di stare insieme, di divertirsi. E queste due cose non sempre vanno di pari passo.

 

A.P.: Cos’è l’ironia per te?

M.W.: Tutto. È vedere la scena che si scrive da sola, tu che osservi lui e lei e ti rendi conto che tutto è perfetto e non vedi l’ora di scriverlo.

 

A.P.: Come andava con i tuoi ragazzi quando gli raccontavi la storia della tua vita? Hanno mai pensato di trovarsi davanti una svitata?

M.W.: Li preparavo, gli spiegavo la situazione dicendo che mio padre era veramente grosso. Cercavo di fargli accettare la situazione e loro pensavano che esagerassi, ma poi capivano e ci credevano davvero, altro che svitata!

 

Alex Pietrogiacomi

Non Sono Sidney Poitier

Non sono Sidney Poitier (Nutrimenti, 2010)

di Percival Everett

 

Torna il funambolico Percival Everett, uno dei pochi scrittori capaci di mettersi alla prova con qualsiasi genere narrativo senza lasciare mai il lettore inappagato.

Dopo il grottesco Deserto Americano, arriva Non Sono Sidney Poitier (sempre edito da Nutrimenti), un romanzo surreale, parossistico eppure così lineare nel suo allucinato sviluppo.

Non Sono Sidney Poitier, nasce con questo nome e questo cognome, dopo due anni di gravidanza isterica in un quartiere nero e povero degli Stati Uniti. La morte della mamma, pazza ma in fin dei conti saggia, lo porta a conoscenza, a soli 11 anni, di essere ricco sfondato, miliardario, grazie a un investimento fatto dalla genitrice nel mondo della tv. A questo punto a tirarlo fuori dallo stato di orfano entra in scena il magnate-logorroico-stralunato Ted Turner, proprietario della Turner Broadcasting System, che prende in custodia il piccolo e lo porta ad Atlanta.

Comincia così la vita di Non Sono Sidney, che crescendo diventa sempre più somigliante all’attore, che deve imparare a difendersi dai bulli che non capiscono il suo nome: «E tu chi sei?» «Non Sono Sidney». «Ok, ma allora chi sei?» «Te l’ho detto, non sono Sidney». E giù botte. A difendersi dalla propria ricchezza e dalla coscienza di questa. Ma soprattutto comincia un percorso iniziatico verso il sé, l’identità personale e collettiva. Non Sono, infatti, avrà a che fare con la dura legge razziale di Bifolkia appena uscito di casa e imbarcato nel primo viaggio fuori dallo stato, il sistema universitario con le sue maglie sgranate e l’incontro del professore Percival Everett al corso “Filosofia dell’Assurdo” (capitoli esilaranti delle vicende del protagonista sono legate ai colloqui con il docente, un fanfarone fuori di testa incapace di smettere di parlare) e vivrà sulla pelle un personalissimo remake di Indovina chi viene a cena? in una famiglia nera ma con tante sfumature a fare la differenza, dove capirà bene chi si nasconde dietro la sua ragazza e dietro la facciata borghese del sogno americano.

Senza acredine o voglia di denuncia entrano in campo la società americana, l’accettazione del diverso e un ritorno alle radici della propria essenza, con il punto di forza, il nodo gordiano che gira proprio sull’accusa al mondo occidentale di voler definire qualcuno per quello che non è.

Un Everett altamente ispirato nelle sue corde ironicamente più taglienti, che trasporta, grazie a dialoghi e monologhi esilaranti, il lettore verso strade sempre più apparentemente assurde, ma che nascondono invece le possibili risposte alla domanda che ogni giorno ci facciamo: «Chi sono io?»

Alex Pietrogiacomi

Io, lui e il calcio

«Allora Alessandro, che ne dici? Ti alleni con noi?»

«A me il calcio fa schifo! »

« … »

Lo dissi alla tenera età ( non ho mai capito perché si usi dire così anche se nel mio caso, vista la pingue forma, ci stava tutto) di sei anni.

Papà Erio portava il suo unico. Figlio. Maschio. A vedere il calcio.

Adesso… il “calcio”! Era la società sportiva del paese in cui ho vissuto fino a quando non hanno ceduto i miei nervi ormonali e adolescentEmozionali. Romano io!? No. Io sono ciociaro. E ai romani i ciociari non piacciono. Siamo burini.

Comunque sto divagando. Al tempo del fattaccio mi toccarono 90 minuti di partita, più allenamento, più pippone pre-visione su quanto il calcio sia lo sport più praticato al mondo.

Ricordo ancora il freddo degli spalti fatti di comodissimo cemento grigio, il freddo della giornata novembrina e il freddo che tormentava le mie chiappette annoiate.

E poi mio padre.

«Guarda come si divertono! Guarda quanto movimento! Guarda quanto è bravo quello! Guarda…»

«Guarda l’orologio che vorrei sapere quanto manca per andare via», avrei pensato, ma so che in qualche modo lo feci, se avessi avuto la mia linguaccia di ora guardando il sapiens con fare sfottuto.

Io sorridevo invece, cortese, che al tempo lo ero, sorridevo compiaciuto di tanto amore e passione del mio babbo romanista nell’anima, nel sangue, nelle parole, opere e omissioni.

Il buon uomo voleva quello che vorrebbero tutti i padri prima (o dopo!?) della laurea e un’istruzione: vedere il loro figlio maschio far volteggiare la sfera, infilare goal spettacolari e correre facendo l’aeroplanino o qualsiasi cazzata gli passi per la mente o si sia preparato per l’occasione.

Alla fine dell’allenamento, mentre il mio culotto tentava di riconciliarsi con la forma che aveva avuto prima di arrivare in quel campo umido, mi ritrovai davanti all’allenatore separato soltanto da una leggera rete metallica verde bottiglia.

Io. Il Mister. Erio.

Mister. «Allora Alessandro, che ne dici? Ti alleni con noi? »

Io. Sguardo verso papà sorridente, imbonitore, compiaciuto, sguardo al Mister.

Sguardo verso papà super sorridente, super imbonitore, super compiaciuto, sguardo al Mister.

«A me il calcio fa schifo! ».

Ecco. Come si può commentare il gelo che scende in una situazione del genere? Era Glaciale? Inverno Post Atomico? Atmosfera di Plutone!? Fate un po’ voi.

Papà non rideva più, non imboniva più, non si compiaceva più.

Il Mister. si fece una gran bella risata e disse «Alla faccia della sincerità! Erio, niente da fare…».

«Grazie Enzo».

Ci avviammo verso l’automobile, sul viale pieno di ghiaia e sassolini, con il rumore ritmico e sonoro tipico di quelle passeggiate, presi la mano enorme (mio padre è ancora oggi un gigantesco ammasso di tenerezza, ossa e muscoli da non fare incazzare please) che mi penzolava vicino alla faccia e buoni buoni entrammo in macchina.

Accese il riscaldamento e prima di mettere in moto mi disse «Vabbè, Alessà che sport vuoi fare?».

Risposi quello di più ovvio per un giovanottino di sei anni «Il karate! ».

«Il karate… il karate!? IL KARATEEE!? » lo so che mio padre ebbe un attacco tipo Bruce Banner quando sta diventando Hulk dentro la sua testa, ma quello strano embolo rimase circoscritto alla vena sulla sua tempia e non si palesò. Io per quanto mi riguarda, segnai il mio destino fatto di più di 25 anni di sudore, lacrime e mazzate nei pesi massimi.

Però non mi sono mai fatto male come chi gioca a calcio!

Il calcio per me è sempre legato a mio padre. A Erio.

Erio. Vigile urbano motociclista. Un armadio quattro stagioni con spazio anche per i piumoni, amava (e ama) il calcio: lo mangiava a colazione per strada, a pranzo a casa, nel bar il pomeriggio e a cena davanti al camino. Non c’era sonno perso che non valesse una partita. (Adesso che è in pensione vorrebbe Skydecoderdigitaleterrestreeancheextraterrestreportamivia per vedersi tutte le partite, ma con mamma abbiamo optato per un unanime «No! » Arginando con qualche canaletto dove l’ho pescato a vedere partite tipo Burundi vs Burkina Faso… ma si può!?).

Lui ha sempre saputo tutto del pallone, nomi e cognomi, soprannomi e altezze e misure e che mutande portano, abitudini alimentari, sessuali, un CSI del campionato. A casa c’era sempre una copia del Corriere dello Sport e quando andavo dal nostro giornalaio di fiducia e chiedevo il Corriere dovevo subito riconsegnare il quotidiano sportivo e precisare «Della Sera. Grazzzie».

E la casa risuonava letteralmente delle voci di Galeazzi, Mosca e Biscardi e la sigla bellissima di 90° Minuto e gli applausi mentre io passavo per il salotto.

Fumetto in mano.

Libro in mano.

Spartiti in mano.

Rivista di musica in mano.

Quotidiano in mano.

Erio, mi guardava cagnone allora, mi puntava dal salone e si faceva un po’ più in là sul divano mentre con un occhio (roba da diventare ciechi o strabici) guardava la moviola e mi faceva pat pat sul cuscino accanto a lui.

Io passavo. Prendevo il tè e tornavo in stanza. Mentre alle mie spalle il televisore White Westinghouse vomitava «Tiro!Fallo!Rigore! L’ammonizione non c’era! ». il buon genitore tornava allora alla sua posa: mano protesa verso la tivvù e una smorfia di disgusto verso tutto quello che accadeva.

Ci ho provato a capire il calcio giuro! Non mi viene proprio… Mi piace guardare quello inglese, bello deciso e incazzoso, ma non è che sto lì a cercarmelo tra i programmi o a leggere i palinsesti televisivi per capire quando poterlo vedere. Avevo Clive Barker, Sam Raimi, il primo grande Dream Team, il Banco del Mutuo Soccorso, i Genesis, Poe, Lovecraft, alcuni classici. Ahò! C’avevo da fa!

Andai a fare anche delle partitelle con gli amici che giustamente, visti anche i piedi abbastanza a banana e i miei trascorsi sportivi (aggiungete al karate, football americano e basket), mi sbattevano in porta dove ero una specie di grosso Cerbero che mordeva chi entrava in area. Non andava bene per niente. Per me. Per gli attaccanti. Per la squadra.

Puntuale nella vita arrivò la consapevolezza del rito del Mondiale e di come affrontarlo.

Ci sono addirittura fotografie che mi ritraggono esultante con il tricolore.

Non sono fotomontaggi. Da ragazzino mi facevo travolgere dall’ondata entusiasta del tifo casalingo, a cui si aggiungeva la mia pepata mamma che in quei momenti tirava fuori di tutto dalla bocca e dai gesti e io ero lì che guardavo.

Era un modo per gridare per strada, per urlare libero e sentire mio padre che strombazzava con il clacson mentre un tizio con un altoparlante montato chissà come sul tettuccio della sua Fiat 124 faceva sentire un commentatore noto (a me misconosciuto ancora oggi) recitare, sì recitare, la formazione del mondiale dell’ ’82 e ripetere all’annullamento (come i mantra buddisti) la frase “Campioni del mondo!”

Facevo casino ed era bellissimo.

Poi divenne un modo per stare con gli altri amici, che mi guardavano sempre storto quando dicevo che non mi piaceva il calcio, e ci si vedeva a casa per radunarsi e osservare religiosamente la partita, io però non capendo una cippa avevo ben poche opzioni durante i novanta e passa minuti.

a- Esultare al goal

b- Stringere i denti ad un goal quasi fatto o quasi subito

c- Allungare il mio “Nooooooo” all’inverosimile quando entrava il pallone nella nostra rete.

Per il resto ero spettatore degli spettatori.

Ma quanto mi costava il mondiale? A che consapevolezza sono arrivato?

A me sto’ grande circo non costa nulla, viene ogni quattro anni (se non sbaglio) ed è un delirio d’azzurro vestito che arriva prende la principessa e se ne va, o con un’erezione tanta o con le pive nel sacco!

Soprattutto quanto mi costava vederlo con Erio? Niente. Ho chiaramente parlato delle mie motivazioni, ma poi l’età un po’ di senno lo porta e mi sono accorto di come mio padre si entusiasmava al parossismo quando eravamo insieme, quando con il sedere a 3 centimetri dal divano e il corpo proteso come su uno starter dei 100 mt mi diceva «Guarda che azione! Prendi il pane e prosciutto! No! Aspetta! Va che roba! Dai che mangiamo! La birraaaa! Oddio ferma tutto! Attentiiii!».

E io ridevo e facevo avanti e indietro tra le sue parole e le azioni che mi gridava, sospeso tra fare e ascoltare.

Da tanto non guardo un mondiale con papà, la vita mi ha portato a Milano, poi a Roma e tra mille cose è difficile che me ne torni al paesello a vedere il mondiale, anzi spesso sono addirittura fuori in quei giorni così evito l’orchite acuta davanti alla tv. Sarà dai 90 che non guardo le partite con Erio che non sento tutte le sue eventuali strategie, le scelte di giocatori che avrebbe fatto, le sue lamentele e quella buonanotte che suonava come un «A domani soldato! Vedrai che vinceremo!».

A me non continuava e non continua a fregarmene del calcio, i mondiali sono soltanto un grande party dove si dismettono i panni dello juventino, del laziale, del romanista e si mettono quelli dell’italiano, e facendolo si può UNITI coglionare un’altra nazione che ha perso contro di noi, non ci sono discorsi sull’unità d’Italia o sul senso della nazione. That’s it!

Eppure quest’anno voglio andare a casa, almeno per una partita. Portare birra e wurstel e maionese, tirare fuori l’hooligan frustrato che avrei voluto essere e dare grandi pacche a Erio, brindare con lui, strozzarci per un’azione sghemba, davanti a quel televisore (lo stesso White Westinghouse) da tanti anni litigato tra mani in cerca del potere del canale e far sentire mio padre il capitano della nostra squadra, sostenuto dal suo attaccante preferito, perché io e Erio non abbiamo molte cose in comune o passioni di cui poter parlare e il mondiale è una livella che ci fa stare vicini più di quanto si possa pensare e alla fine dei novanta sudatissimi minuti, so che io parlerò di calcio e lui di libri. E se c’è una magia in questo diavolo di sport per me è soltanto questa.

Alex Pietrogiacomi

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