Fútbologia

Riproponiamo qui, in attesa di Fútbologia, l’indice dello speciale che Scrittori precari curò per i Mondiali del 2010.
Fútbologia è un festival di 3 giorni che si terrà a ottobre a Bologna, con conferenze, reading e incontri. In mezzo proiezioni di film e documentari, torneo di calcio a cinque, bar sport, workshop di costruzione della palla per bambini. E tanto altro ancora.
Fútbologia
è un modo per ripensare il calcio. E tanto altro ancora. Leggi il resto dell’articolo

Il mondiale dei palloni gonfiati, giusto, scrivo quel che voglio? – II

Seconda parte

[continua da qui]

-Francia ‘98

Da Baggio a Baggio, in quattro anni appena.
Ecco: in quei quattro anni si era ribaltato il mondo, per noi tifosi del Bologna. Nel ’94 il nostro fantasista era Alvise Zago, nel ’98 era Roberto Baggio. Non proprio la stessa cosa.
In quattro anni eravamo passati di filata dalla serie C1 alla qualificazione per l’Intertoto, l’anticamera della coppa Uefa, con Uliveri allenatore. Lo sapevamo tutti che Baggio era venuto a Bologna solo per giocare titolare e conquistarsi i mondiali, d’accordo, era stata una cosa un po’ utilitaristica, ma ci aveva regalato ventidue gol, intanto, noi gli avevamo tributato incondizionato affetto, ecco, speravamo che Baggio, commosso da quell’incondizionato affetto, decidesse di rimanere a Bologna un altro anno. Giocare la coppa Uefa con noi, magari.
Invece aveva preferito andare all’Inter, a litigare con Lippi. Cioè, questo non lo sapeva, immagino, che avrebbe litigato con Lippi e sarebbe stato impiegato col contagocce, ma era andata così e peggio per lui.
Per questo avevo seguito l’Italia in preda a sentimenti misti. Il nostro amatissimo Baggio declassato a stimatissimo Baggio, che regalava assist a Vieri e segnava rigori col Cile, quel Cesare Maldini in panchina che, insomma, non mi trasmetteva proprio tutto questo sentimento di esaltazione.
C’era stata la partita con la Francia, ai quarti di finale. A un certo punto, ai supplementari, Baggio aveva avuto la palla della vittoria. Un tiro al volo, di destro. Sarebbe stato un gran gol.
Aveva fatto dei gran gol per tutto quell’anno, con la maglia sacra del Bologna. Gli faceva bene, avere addosso la maglia del Bologna. Anche litigare con Ulivieri, si vede, gli faceva bene. Fosse stato ancora del Bologna, quel gran destro al volo sarebbe finito con la rete gonfia e la Francia sarebbe andata a casa.
Invece aveva già addosso la maglia dell’Inter, e le litigate con Lippi si sarebbero rivelate meno stimolanti di quelle con Ulivieri. Il tiro al volo era finito fuori di un centimetro. Di un niente.
Poi Di Biagio aveva tirato un rigore sulla traversa. Mondiali finiti ancora una volta.
Doveva restare a Bologna, Baggio, lo ripeto. Gli avrebbe fatto bene.

-Giappone-Corea 2002

I mondiali del 2002? Qualcuno si ricorda i mondiali del 2002? Quella squadraccia orrenda? Che, sì, va bene l’arbitro Moreno, ma Vieri che sbaglia un gol da un metro e Maldini che si fa scavalcare da un nano, ne vogliamo parlare?
Io no, quella squadraccia non me la ricordo se non vagamente, non ho sofferto per la Corea, non ho inveito più di tanto contro Moreno.
Io ero in uno stato placido, da un lato. In uno stato esplosivo, da un altro lato.
Stavo placidamente con Martina. Stavo placidamente in serie A, a godermi i gol di Signori e qualche avventura in Europa senza grossi scossoni.
E avevo finalmente esordito. Nove mesi prima di quel mondiale, era uscito il mio romanzo d’esordio: Despero, la storia del peggior chitarrista del mondo.
Insomma, quando Ahn aveva mangiato in testa a Paolo Maldini e la Corea aveva mandato a casa l’Italia di Trapattoni, io avevo accolto la cosa con suprema indifferenza.
Diversa dall’aperta ostilità di quattro anni dopo.

-Germania ‘06

Quattro anni dopo mi ero ritrovato a sperare che l’Italia uscisse al primo turno, che andassero tutti a casa bastonati e umiliati e vilipesi. Tutti, senza pietà.
Il Bologna che era finito in B grazie a Calciopoli, il Bologna aveva perso uno spareggio col Parma che mai dovuto giocare, grazie alle alte manovre che ci avevano affondati.
E io, di conseguenza, odiavo tutti. In ambito calcistico, eh?
Incattivito da Calciopoli, mi ero dedicato a un totale e orgoglioso disprezzo per la squadra di Lippi, di Cannavaro, di Camoranesi, per la nazionale in generale, in verità, che tanto lo sapevo, lo so com’è fatto questo paese: c’era sdegno in quel momento, sì, tutti erano per la mano pesante, si parlava della Juve nel dilettanti, del Milan in B, della Fiorentina penalizzata di venti punti, ma se l’Italia avesse vinto i mondiali, cosa sarebbe sucesso? Tarallucci e vino, volemose bene, le solite cose di casa nostra, e poi, di lì a qualche anno, si sarebbe parlato di un complotto dei giudici, di ingiustizie, del povero Moggi capro espiatorio, cose così, già viste in altri ambiti.
E io che invece volevo il sangue, niente di meno, in quanto parte lesa, mandato da Calciopoli a giocare a Crotone e a Terni, mi ero dato al tifo contro. Cioè, la metà delle partite neppure le avevo guardate. Il giorno del rigore di Totti all’ultimo minuto con l’Australia, per dire, ero su un treno per Lucca.
Se le avevo guardate, lo avevo fatto sibilando disprezzo e disgusto verso i nemici della mia povera e vessata squadra rossoblu. Io che andavo in giro a dire che quella canzoncina che cantavano tutti si chiamava Seven Nation Army, mica po-poppòpoppoppò-po, era dei White Stripes, lo dicevo a tutti, in quei giorni in cui ero particolarmente insopportabile per me stesso e per il mondo.

Il gol di Grosso con la Germania, quello l’avevo accolto con sentimenti misti.
Dopotutto Grosso era il meno colpevole di tutti. Non ci aveva fatto niente, lui. Era il classico normalissimo giocatore baciato dall’energia cosmica che ogni tanto, per un mese, durante i mondiali, trasforma un qualunque Schillaci in un bomber implacabile.
Al raddoppio di Del Piero invece, avevo pensato Ecco, il solito juventino inutile che si prende la gloria quando il lavoro importante l’ha già fatto un altro.
Comunque, l’Italia era approdata in finale. Contro la Francia.

Avevo preso una decisione difficile. Considerando l’antipatia per il ct della Francia –non che mi fosse simpatico Lippi, ma con Domenech si trascendeva a un livello superiore-, considerando il momento, come dire, storico, l’idea di veder vincere un mondiale, vabbè, avrei seppellito per una sera la mia personale ascia di guerra, e tifato Italia. Però, in caso di vittoria, niente festeggiamenti e niente caroselli d’auto. A casa, subito. A pensare al mercato del Bologna.
Con quella lontana finale dell’82 c’erano stati dei curiosi parallelismi.
Intanto, la partita l’avevo vista di nuovo in Riviera. Allo stabilimento Hana-Bi di Marina di Ravenna, qualche decina di chilometri a nord di Igea Marina. Poi, come quando avevo esultato per il gol di Antognoni annullato col Brasile, di quel che era accaduto sul campo non avevo capito niente.
C’era stato il rigore di Zidane che aveva colpito la traversa, ed io mi ero prodotto in un sentito gesto dell’ombrello. Io che negli anni, di tiri dagli undici metri, ne avevo visti cinquemila.
Poi mi ero chiesto Ma perché quel deficiente di Zidane sta esultando?

Poi Toni era scattato in avanti su una punizione, colpo di testa, gol. Avevo esultato –con moderazione- sulla spiaggia, poi mi ero girato, avevo visto che Toni non stava esultando affatto, neppure con moderazione. Fuorigioco. Annullato.
Con tutte le partite di calcio che avevo visto in vita mia, ero ritornato al grado zero della comprensione.

Cos’avevo pensato quando Grosso aveva preso la rincorsa per l’ultimo rigore?
Avevo pensato: adesso, in qualche modo, entriamo nella storia.
Avevo pensato: domani assolvono metà degli imputati di Calciopoli.
Avevo pensato: bello vincere un mondiale.
Avevo pensato: Grosso non sbaglia, non può sbagliare, non sarà un gran giocatore ma ha la luccicanza addosso, quel superpotere che non ti abbandona per tutta la durata di un mondiale e poi ti fa tornare il giocatore mediocre che eri, ma con anni e anni di ingaggi futuri garantiti.
Avevo pensato: adesso festeggio un po’, sbevazzo nella calca festante, mi tappo le orecchie per non sentire quell’insopportabile po-popopoppò-po, e poi corro alla macchina, che ho collocato in posizione di fuga strategica, torno a Bologna seguendo strade secondarie che solo io conosco, mentre tutti quanti si ammasseranno sul lungomare a clacsonare.

Due ore dopo, con la testa ancora rintronata da Seven nation army udita settecento volte per tutta la lunghezza della pineta di Marina di Ravenna, ero arrivato finalmente a casa. Avevo cercato su internet le ultime di calciomercato.
Il Bologna aveva quasi concluso l’acquisto di Emanuele Filippini, ex Brescia, Parma, Lazio, Palermo e Treviso.
Ed io, già mentalmente lontanissimo da Grosso e Materazzi e Luca Toni, avevo sorriso soddisfatto.

-Sudafrica 2010

Chi sta trattando il Bologna? Meggiorini?
Chi è, quello del Bari? E con Diego Perez, poi, come siamo d’accordo?

Gianluca Morozzi

Il mondiale dei palloni gonfiati, giusto, scrivo quel che voglio?

Prima parte

-Spagna ‘82

Un giorno, quando sarò vecchio e completamente pazzo, conterò tutte le partite viste nella mia vita dal vivo e in tv. Le mille partite del Bologna, le partite della Nazionale, le partite di altre squadre…
Ecco: l’elenco partirà dal primo mezzo incontro di calcio visto con i miei occhi. Su uno schermo tv. A Igea Marina, hotel Eliseo. Ovvero, il secondo tempo di Italia-Argentina. Due a uno.
E proseguirà con la famosa Italia-Brasile –i tre gol di Paolo Rossi-, con la meno famosa Italia-Polonia –i due gol di Paolo Rossi-, e la celebre finale.
Ora, ci sono immagini di quel mondiale che ho visto e rivisto, per cui mi sono quasi convinto di ricordare cose che in realtà non rammento davvero. L’esultanza folle di Tardelli sono sicuro di averla ricostruita in seguito: in quel momento ero coperto da una massa di tifosi a braccia alzate -tutti più alti di me- che si abbracciavano scomposti nella sala tv dell’albergo.
Pertini che festeggiava in tribuna, boh, non lo so se me lo ricordo davvero o se ho ricostruito anche quello.
Chissà.
Io, di quei mondiali, ricordo di sicuro due cose:
-di aver creduto che l’Italia avesse battuto il Brasile quattro a due, non conoscendo il concetto di fuorigioco, causa dell’annullamento del gol di Antognoni
-il rigore sbagliato da Cabrini nella finale.
Questo e basta, ricordo di sicuro.
E poi ricordo di sicuro di aver festeggiato con una bandierina tricolore in mano, sul lungomare di Igea Marina, mentre passavano caroselli di auto strombazzanti. Ma giusto così, per partecipare all’evento.

-Messico ‘86

Ai mondiali dell’86 ci ero arrivato da invasato ed enciclopedia umana. Conoscevo tutti i nomi dei terzini della Bulgaria e i gol segnati in carriera da Butragueno e il clima medio stagionale del Messico e il fuso orario e tutto quanto, insomma.
E, anche se la cosa sorprenderà chi mi conosce, avevo ancora delle simpatie estranee al rosso e al blu. Per le grandi squadre. Per i grandi giocatori.
In nome del patriottismo, avevo tifato per la Juve contro il Liverpool –pensa!- nella finale di Supercoppa. In fondo era una squadra italiana, no?
Non ci si crede, a ripensarci.

In nome del mio nuovo amore per il calcio, mi ero lustrato gli occhi pieno di ammirazione di fronte alle imprese di Platini o di Maradona. In fondo, come dire, Maradona e Platini appartenevano a un pianeta differente a quello del Bologna che languiva in serie B.
Platini, Maradona, la finale di Supercoppa, la finale di Coppa dei Campioni, la coppa Uefa, la Coppa delle Coppe, la Coppa Intercontinentale, erano tutte robe al di fuori del bolognacentrismo. I miei problemi erano ben altri, in quegli anni. Cos’aveva a che fare la finale di Tokio col triste Bologna dei due –due!- gol in trasferta in tutto l’anno, della salvezza all’ultimo respiro sul campo del Varese, dell’appena più decente Bologna di Mazzone? Mondi diversi. E io la serie A, da tifoso, non l’avevo ancora vista. Ogni tanto qualche squadrone veniva al Dall’Ara per la coppa Italia o per un’amichevole, ma erano brevi vacanze, toccata e fuga.
Era il Cesena, la mia rivale. Era il Campobasso, la mia realtà.
Certo, noi eravamo sempre il Bologna, una società carica di gloria e di vecchi scudetti. Guardavamo dall’alto in basso la Sambenedettese, il Parma, la loro totale mancanza di titoli. Tra le squadre di B rispettavamo giusto il Genoa, che di scudetti ne aveva nove -due più di noi- un po’ la Lazio, e basta.
Poi, scudetti o non scudetti, in serie A ci andavano l’Ascoli e l’Empoli. Ma noi restavamo fieri e arroganti lo stesso.

Se avessimo vinto quel mondiale, quello lì, io avrei veramente goduto. Ma davvero. Non come quello di Spagna, di cui in fondo non avevo capito niente, non conoscendo neanche le regole. Se avessimo vinto quel mondiale lì, io, che avevo quindici anni e vivevo per il calcio, avrei perso la testa davvero.
Non mi ero spaventato per l’agghiacciante girone eliminatorio, per il triste pareggio con la Bulgaria, per l’errore di Giovanni Galli su Maradona contro l’Argentina, per la sudata vittoria sulla Corea con i gol di Altobelli. In fondo era andata così anche in Spagna, no? Girone eliminatorio pietoso, poi l’esplosione. Ora arrivava la Francia, ci saremmo rifatti con la Francia.

La Francia ci aveva massacrati con un secco due a zero, e il mondiale per noi era finito così.
Mi era toccato consolarmi con i godimenti estetici che mi regalava Maradona.

-Italia ‘90

Ai mondiali di Italia ’90 avevo tifato per gli azzurri senza riserve e senza storcere il naso per certi nomi e certe facce, come avrei fatto in seguito. Ero decisamente di ottimo umore.
Avevo una fidanzata per la prima volta in vita mia. Valeria. Avevo una fidanzata, il Bologna era in serie A e, per di più, si era qualificato per la coppa Uefa.
Con questo umore, potevo tifare per i giocatori dell’Inter, anche se due anni prima erano venuti a vincere in casa nostra sei a zero.
Potevo tifare per i giocatori della Juve, anche se ci avevano battuti in casa quattro a tre.
Potevo tifare a denti stretti per i giocatori del Milan, che pure in quei primi anni berlusconiani cominciavo a guardare storto. Non per motivi politici, eh? Era ancora presto, per quello.

Quello è stato l’anno in cui scendevamo in strada a festeggiare qualunque vittoria. Ci eravamo scaldati poche settimane prima, festeggiando in piazza l’approdo del Bologna in Uefa, e allora avevamo festeggiato il gol di Schillaci nella prima partita contro l’Austria, il gol di Giannini con gli Stati Uniti, la qualificazione contro la Cecoslovacchia, e la vittoria sull’Uruguay e poi sull’Eire…
Eravamo sempre in piazza a festeggiare una vittoria, in pratica.
Eravamo tutti convinti e straconvinti che avremmo vinto i mondiali, e anche lì io ero puro, ero ancora puro, davvero. Il mio cuore batteva sincero per l’azzurro. Avrei festeggiato il mio secondo mondiale ballando nudo nella piazza del Nettuno.
Fino a che, naturalmente, eh, be’, lo sappiamo.
Zenga che esce così e così, Caniggia che tocca di nuca così e così, i rigori tirati così e così, Maradona che festeggia. Fine dei mondiali di Italia ’90.

-USA ‘94

L’anno dopo i mondiali italiani, il Bologna aveva avuto una stagione orribile. Una tragedia dopo un’altra tragedia.
Io, alla fine di quell’anno atroce, odiavo tutte le squadre e tutti i giocatori del mondo. Schillaci, in particolare. Dopo che Schillaci si era buttato in area e avevamo perso uno a zero su rigore con la Juve e Poli era andato a insultarlo per quel tuffo e Schillaci aveva risposto Ti faccio sparare, ecco, mi ero vergognato di aver esultato ai suoi gol in azzurro. Avrei voluto cancellare retroattivamente l’immagine del me stesso più giovane che alzava i pugni ai gol di Schillaci contro l’Uruguay o l’Eire o l’Argentina, dopo quell’immondo episodio.
Comunque, miseramente retrocesso, io odiavo chiunque. Per fortuna, da lì ai mondiali del ’94, c’erano stati tre anni di purificazione. Tre anni in cui avevo avuto ben altro da pensare, due orrende serie B, un fallimento, la serie C, i playoff persi con la Spal…
Quando la nazionale di Sacchi era approdata a quegli strani mondiali giocati a orari bizzarri col sole a picco, io stavo in un mondo abitato da squadre come Ospitaletto e Leffe e Fiorenzuola, quelle che sarebbero state le nostre avversarie anche nel campionato successivo, e non avevo tempo di odiare nessuno che non fosse Mino Bizzarri della Spal.
Così avevo tifato Italia, pur perplesso per le scelte di Sacchi, tipo, togliere Baggio nella partita con la Norvegia, o far giocare Beppe Signori sulla fascia per far spazio a Casiraghi.
(Già sapevo, profetico, chi sarebbero stati i due futuri numeri dieci del Bologna.)
Avevo storto il naso sul tiraccio di Houghton che aveva battuto Pagliuca nell’esordio con l’Eire, esultato al gol di Dino Baggio con la Norvegia, a quello di Massaro col Messico. Mi ero intristito al lento trascinarsi verso la sconfitta con la Nigeria, fino alla doppietta di Roby Baggio che aveva ribaltato le sorti. Di nuovo mi ero esaltato per i due futuri numeri dieci del Bologna che confezionavano il gol della vittoria sulla Spagna, e per la doppietta del codino con la Bulgaria, in semifinale.
La finale col Brasile l’avevo guardata con i miei amici Pasciu e Bomber insieme a tre simpatiche ragazze di Modena, in casa di Pasciu, con la pizza e la birra a preludere ai festeggiamenti. Festeggiamenti che, nei nostri piani, avrebbero dovuto contagiare le tre ragazze fino a indurle a concedersi a noi virili tifosi. Peccato che Baresi, Massaro e Baggio non avessero nessuna intenzione di agevolare i nostri intenti romantici.
Tre rigori tirati a minchia di cane.
Dalla finestra di fronte, un istante dopo il tiro sbilenco di Baggio, con la palla ancora in volo sopra la traversa, il dirimpettaio di Pasciu aveva urlato fortissimo “Sacchi, sei un povero idiota”.

Se lo teneva dentro dall’inizio dei mondiali e non vedeva l’ora di dirlo, secondo me.

Gianluca Morozzi

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