Tre mucche al matrimonio – #fiabebrevichefinisconomalissimo

di Francesco Muzzopappa

Rodrigo e Calandra erano due giovani promessi sposi che si stavano per unire in matrimonio nella chiesetta di paese di New York City Boy.
Tutto era pronto, banchetto, sedie, tavoli, il banchetto, l’altare, la torta, trionfo di prosciutto in salsa di melone e salsa di prosciutto in profumo di cotone.
Tutto perfettamente pronto e apparecchiato come fosse un matrimonio splendido.
All’improvviso tre mucche, arrabbiate come tori, irruppero nella festa, infuriate poiché nessuno le aveva invitate Leggi il resto dell’articolo

Confessioni qualunque #13

[Ricordiamo ai lettori che Confessioni qualunque, la rubrica curata dai ragazzi di In Abiti Succinti, è aperta a chi voglia scrivere una confessione. Fatelo anche voi! Svisceratevi! E poi inviate i vostri racconti.]

#13 – Simonetta

di Linda Caglioni

Che resti tra noi.
Ha detto che è stato un lavoro lungo, il figlio di puttana; due settimane prima invece aveva detto che c’era traffico.

“Ma lo sai, fragolina mia, mica posso mettere le ali alla macchina”. Certo, come no. Ha buttato la cassetta degli attrezzi nello sgabuzzino, ha accarezzato Darwin di sfuggita e poi si è rifugiato in bagno. Niente di strano, a prima vista. Ma io non sono scema. È uscito dopo 13 minuti. Forse sembro, però non sono scema. Sapete quante cose si possono fare, quante tracce si possono eliminare, in 13 minuti? Sono entrata subito dopo e non c’era neanche un odore. Né buono, né cattivo. Né neutro. Li ha eliminati apposta per non farmi insospettire. Ma io l’ho capito, ve l’ho detto che non sono scema. L’ho visto come guardava quella, la nostra nuova vicina, la terrona. A me queste cose non sfuggono. Ha iniziato a fare il simpaticone, ha attaccato col discorso delle origini Leggi il resto dell’articolo

Carta taglia forbice – 10

[Continua da qui.]

Parte terza – I dialoghi delle persone

Il cuore è un lettore singolarmente stupido
Vladimir Nabokov

L’integrità di una persona consiste mai in ciò ch’è incapace di fare?
Flannery O’Connor

Una grande città dell’Europa occidentale

- Ho fame.
- Anch’io. Anch’io ho fame.
- Mangiamo, allora.
- Va bene, sì. Cosa?
- C’è della pasta e del sugo.
- E poi?
- Poi basta.
- Hai chiamato tua madre?
- No.
- Perché non l’hai chiamata? Leggi il resto dell’articolo

Carta taglia forbici – 3

[Continua da qui]

Una piccola città lontana dall’Europa occidentale

Sua madre aveva vissuto per molti anni con suo padre, prima di lasciarlo per un altro uomo. Lui soffrì molto, e non dimenticherà mai il giorno in cui suo padre gli disse di non fare mai figli. Era il giorno in cui lui e la madre traslocarono in casa di un attore, un tizio che indossava sempre lo stesso jeans.
Il terzo marito di sua madre era gentile con lui e non condivideva l’opinione di sua madre sul fatto che fosse meglio per lui odiare il padre piuttosto che amarlo.
Una volta, un giorno che la madre era andata a trovare le sorelle in una città vicina, il terzo marito lo portò a casa di suo padre. Sua madre non seppe mai nulla e lui apprezzò molto il gesto. Quando la madre lasciò quell’uomo lui pianse, perché capì molte cose, e la prima tra tutte era che non si sarebbe mai fidato di una donna.
A scuola non riuscì a entrare in nessuna squadra, anche se aveva provato con tutte le sue forze. Pare che fosse negato per il basket, il baseball, il tennis, la pallavolo, il softball, la ginnastica artistica, il football, il calcio, e ovviamente anche la scherma. Leggi il resto dell’articolo

Quello che mi importa è osservarti mentre muori

I. Le scale

Salire le scale, per alcuni, può essere molto doloroso. Le scarpe trascinate in alto, premute sullo scalino e poi tirate di nuovo su, da una faccia tagliata dalle smorfie e un cuore ridicolo nello sterno.
Tu le osservi a lungo, prima di inerpicartici. In genere tieni la borsa con la destra e la sinistra la lasci libera per il corrimano. Fai attenzione al buio del sottoscala, che per venti trenta scalini ti lascia annusare il marmo, senza vederlo.
Gli occhi diventano mandorle cieche e il cuore un nocciolo di pesca tirato nel fosso. Gli occhiali pencolano mentre misuri il freddo che scorre sul soffitto vuoto. Le dita corte e larghe contengono e attraversano il legno chiaro sporco del corrimano. E un passo dopo l’altro, il fiato ben stretto nella testa, i numeri circolari nel cuore, sali verso il quarto piano, stanza F6, classe III A, Liceo Classico, indirizzo sperimentale. Inclini la testa verso l’alto e guardi il vuoto che ti viene incontro. Pensi che è solo lo Stato di minima energia possibile. Invece è una ragazza, che chiameresti volentieri donna se non fosse per le mutandine pulite e l’aria da ragazza che sta per salutare il suo professore calvo.
Poi ti riposi accanto alla scrivania verde acqua, nel corridoio ancora grigio perché è inverno, fuori è freddo, probabilmente piove. Respiri dalle labbra, sottili e allungate come l’ultima linea di un gesso: quella smorfia che sembra un sorriso non finito. Gli altri, lo sai, ti danno per spacciato, come se fossi già un ingombro rattrappito sul legno della panchina. Perciò cammini più lentamente di quanto dovresti, e ad ogni angolo dell’edificio nudo, incrostato dalle urla di docenti inascoltati, tu ti fermi e ascolti quel tuo cuore ridicolo. Ed è sempre in quella posizione che le ragazze di quella scuola, sventrata dai decenni, ti chiedono se va tutto bene. Così rallenti il respiro e prendi tempo per una risposta che conosci bene quasi quanto quel relitto debosciato che coltivi come un anacoreta fa con i suoi simili: «rendi tutto il più semplice possibile, ma non più semplice di quanto necessario».
II. Cose da matrimonio
A pranzo, sul tavolo apparecchiato con una tovaglia plastificata su cui sono stati stampati simboli tipicamente mediterranei (ulivi, ulivi, ulivi e qualche grappolo d’uva nera), tu e tua moglie state mimando l’atto copulatorio di due soggetti extraterrestri: mugugnate masticando/non vi sfiorate neanche con il tovagliolo/contemplate continuamente gli oggetti disseminati alle spalle dell’altro. Il rapporto con tua moglie può essere sintetizzato con la definizione di entropia, che è la misura della quantità di disordine presente in un sistema fisico e, soprattutto, in secondo luogo, col fatto che i sistemi fisici tendono a evolvere verso stati di maggiore entropia (nel senso che siete affondati, tu e tua moglie, in un disordine affettivo sempre più marcato): perciò mangiate senza parlare, dormite senza toccarvi e vi guardate senza provare ciò che alcuni coltivano quotidianamente; il desiderio.
Ma un giorno, pensi durante gli amplessi alimentari che tu e tua moglie ripetete caparbiamente tre volte al giorno, un giorno, pensi, il Sole si espanderà e si trasformerà in una gigante rossa. Ecco, tutto lì.
Lo squillo di una telefonata improvvisa squarcia la vostra quiete prandiale e incoraggia tua moglie a spostare la sedia di qualche centimetro, nel tentativo goffo ma efficace di afferrare la cornetta.
Pronto chi è?, snocciola tua moglie con la lingua impastata di uovo. E ti passa il telefono con una smorfia di disgusto e acidità di stomaco che non sai come interpretare.
Ti vengono dei goccioloni gonfi agli occhi, perché è Mario, l’amico ritrovato.
La stanza da letto, che tu e tua moglie avete arredato nel culto degli angeli e delle madonne, offre una visuale discreta del tuo approccio alle cose: lei sta sfogliando il depliant di un centro commerciale, indossa un pigiama felpato e occhiali bugatti neri con laccetto salva-lenti arancione; tu stai guardando la tua figura dall’alto (la pancia sfiora lievemente il manubrio dotato di monitor interattivo) ed è come se fossi in apnea; le gambe dai peli radi quasi invisibili si muovono in perfetta sintonia con le tue emozioni; lei, tua moglie, fa scivolare il depliant sul comodino di betulla e ti osserva dagli occhi miopi; sei un “Clobdro” (ometto che non sei altro) circondato da statue e icone di Santi, in movimento frenetico su una cyclette che non riesci a controllare, nonostante i feltrini che proteggono il pavimento dall’attrito prodotto dal tuo peso; la scena probabilmente si conclude con una caviglia incastrata nel laccio protettivo del pedale e tua moglie che ti scruta come se fossi uno di quei personaggi che entrano in casa loro dalla finestra.
III. La gigante rossa
Dato che il disordine può essere ottenuto in molti più modi rispetto all’ordine, salti la colazione (che in genere consiste in un caffè decaffeinato e una galletta di riso), diserti l’abituale barba, indossi l’unica cravatta fantasiosa che possiedi, e ti infili un vecchio paio di Converse rosse (hai faticato parecchio a trovarle, ma sei riuscito a trattenerti dal chiamare tua moglie, che dorme Beatamente). Sai benissimo che un incontro a volte può salvarti la vita, e a modo tuo ti senti in pericolo, perciò hai deglutito molto spesso e guardato in faccia la notte, e qualche volta hai pensato di alzarti e andare a bere qualcosa. Ma sai anche che le abitudini stringono gli uomini come la paura, e che a volte si assomigliano, le abitudini e la paura. Così hai solo aspettato l’alba, gli occhi come mandorle cieche e il cuore un nocciolo di pesca. In ordine cronologico ti sei sentito come: quei giorni di festa che eri abbastanza piccolo per non capirli e abbastanza grande per non fingere di essere piccolo; quei giorni con la luce che ti sembra splendida e veramente luminosa come dovrebbe essere la luce, che cammini scalzo tra le stanze della casa in cui stai crescendo e che apprezzi come solo nella solitudine sai fare; quei giorni che non ti importa di dormire, di mangiare, che hai la saliva densa come gelatina e gli occhi cisposi allegri, quasi vivi, perché stai per incontrarla; quei giorni di attesa per un posto, con qualche dubbio solo tuo, ogni tanto un soffio al cuore, ma con la voglia matta di allacciarti le scarpe e magari consumarle su qualche strada dissestata; quei giorni che ti ci sei fermato, e ti è capitato di notare che lo facevi senza respiro, con le mani raccolte in modo buffo, sulla pancia che coltivavi come si fa con certi pensieri, senza badare troppo a come sembrano. Così ti sei fermato, e scendendo dal letto ti sei sentito come quei giorni, con l’aggiunta di una certezza: il Sole si espanderà e si trasformerà in una gigante rossa.
IV. Non diventare grande
Io e lui, immobili come due che stanno fermi, immobili su una strada faticosa con le luci blu e le luci gialle e tutta una giostra di porte a vetri e insegne e semafori, io e Mario nella strada di una città che prima di dormire s’inghiotte anche le unghie, io e lui, che tiene un vestito grigio come me lo ricordavo sempre, sorride e spalanca le braccia magre, lunghe.
V. Agenzia generale del suicidio
Ha lasciato la moglie una decina d’anni fa: s’era innamorato di un ragazzo che frequentava il suo seminario di Filologia germanica; Piero, 23 anni, alto 1.80, il naso corto, le narici dilatate, gli occhi stretti, neri. Ora cammina più dinoccolato e ha paura dei cornicioni: perciò lo vedi sempre al centro della strada, e quando piove si muove solo in macchina. Il ragazzo ha ottenuto la cattedra grazie alla frequentazione del foiatore di nome Giorgio, esimio accademico e noto saggista, ma non conosce il suo mestiere: insegna in modo scialbo, non si distacca dai manuali neanche per starnutire, è così noioso da sembrare quasi vero. E sembra uno di quelli che hanno la convinzione di non volersi confondere con nessuno, e riescono ad essere talmente rigorosi in questa pratica da risultare goffi e indefiniti. Piero è il genere di persona a cui non si rinfaccia mai abbastanza la mancanza di naturalezza. Perciò ti chiedi spesso se non sia un agente dell’agenzia generale del suicidio.
VI. Piccola anatomia del pensiero di Mario
«Non ci siamo spappolati il fegato, abbiamo ossigenato il cervello, le nostre mani non sono mai state lisce. E cosa ci resta? La pensione che invalida il respiro, qualche orologio da caricare nelle giornate buone, fotografie di piccoli eventi che stentiamo a ricordare. I nostri padri sono morti senza ridere. Noi dovremmo raggiungerli sbudellandoci dalle risate. Siamo piccole larve che raschiano muffa dalle pareti abbandonate di una casa senza soffitto. Siamo insetti invertebrati che strisciano sulla resina di alberi molto più vecchi di noi, e ci faremo imbalsamare senza accorgerci di nulla.»

VII. Campari gin
Tu e Mario, dopo aver sedato questa conversazione con quattro campari gin a testa, avete la sensazione di non riconoscere il tempo in cui vi muovete: il vostro incontro, che chiude venti anni di silenzio prolungato, sembra congelato in una dimensione indecisa tra la distanza surreale dei vostri volti invecchiati e il contatto caldo della vostra pelle che si riconosce. Vi toccate sotto lo sguardo del barista ingiallito dalla luce di un faretto, come bambini eccitati dal primo incontro con altri bambini eccitati più o meno come voi, chi lo può sapere.
Siete felici.
VIII. Maledetti
Il cielo è azzurro, i marciapiedi sono puliti, qualche vecchio brontola per l’appendice in fondo al ventre, l’aria è tiepida, umida. Tenendo la borsa con la mano destra percorri l’atrio buio della scuola. Dai un’occhiata alle scale, prima di inerpicartici. Gli occhi diventano mandorle cieche e il cuore un nocciolo di pesca tirato nel fosso. Nella mezza luce delle scale conti il fiato e ti ci vuole lo stesso sforzo che da bambino ti impegnava nel gonfiare un materassino. Un piede che supera l’altro diventa un’immagine chiara nella tua testa: che tutte le scale costruite servono a poco, per quello che ne sai, che le scale progettate e messe in piedi sono come dei per grazia ricevuta fatti da quelli che le scale le possono salire senza impedimenti, maledetti, che le scale dei palazzi sono una metafora marmorea della vita per le strade; sali finché puoi.
IX. Il matrimonio non è un orologio
È l’ora del pranzo e la casa è vuota, come sempre. Tua moglie ti ha chiesto di apparecchiare: appoggi le due coppie di posate con il manico bianco su i tovaglioli piegati a metà; metti al centro del tavolo un paniere con qualche fetta del pane di ieri; i bicchieri sono bassi, il vetro è macchiato dal calcare e il tuo è scalfito sul bordo.
Non sai perché, ma stai pensando all’orologio: ti sei seduto e stai guardando una scatoletta nera appoggiata sul mobile della televisione: sullo schermo compaiono i numeri rossi e squadrati: stai pensando che un orologio sempre perfettamente esatto non esiste; questa cosa ti ricorda un vecchio racconto di Ballard che avevi letto da ragazzino su Urania, ed è strano, non succedeva da anni, ma conosci perfettamente il seguito di quella frase: il massimo della precisione ottenibile te la dà un orologio fermo che anche se non sai quando, è assolutamente esatto due volte al giorno.
Hai sempre creduto di avere una dote rara, che è poi quello che accomuna il macellaio all’oncologo, ma hai smesso di farne uso, perché era irritante, perché non sapevi che fartene. Adesso invece ti appare utile, necessaria.
X. L’orizzonte degli eventi
Guardarti da fuori. Che non è assolutamente come mettersi di fronte allo specchio e osservare minuziosamente la figura che vedi, no. Piuttosto assomiglia all’idea di rivedere una fotografia di dieci anni prima: l’immagine è stata scattata da una persona di cui non ricordi nulla, e l’immagine non ti torna in mente; è come se quello sconosciuto ti avesse rubato l’immagine, a tua insaputa, e ora rivedi quel frammento di cui ignoravi l’esistenza. Ci sei dentro, appari, sei tu quello che guarda nell’obiettivo, ma non lo sai. Lo scopri solo dopo aver pensato che è buffa la posizione delle gambe, e che uno dei lacci delle scarpe è immerso in una pozzanghera, e dopo aver osservato la posa innaturale del braccio destro e la mano storta, che l’uomo fotografato non sapeva dove mettere.
Così non vedi solo te stesso dieci anni prima, ma l’incrinatura che ha attraversato il tempo che ti separa da quel momento: è una curva, non è piatta, ma abbandonata alla corrente e simile all’orizzonte degli eventi; è quella superficie immaginaria che circonda un buco nero e rappresenta il luogo dei punti di non ritorno; una volta attraversata si è condannati all’attrazione gravitazionale del buco nero.
Non è illuminante, lo sai, ma ti conforta. Tua moglie serve la zuppa di porri. Le sorridi.

 

Marco Lupo

Al cuore, Ramòn, al cuore (parte 2)

[continua da qui]

Il giorno prima della partita tra Argentina e Perù gli andini ricevono una visita. Negli spogliatoi si presenta Videla in persona, insieme al segretario di stato americano Henry Kissinger. Quiroga non li saluta nemmeno, continua ad allacciarsi le scarpe, finge un malessere, è distrutto dalle chiacchiere che girano intorno al suo nome, Quiroga l’argentino, Quiroga si venderà, Mettete Sartor!, incitano i giornali brasiliani.

Quiroga, durante quella visita, ha la faccia tosta di non stringere la mano a nessuno.

Sembra Matthias Sindelar quando, in un match celebrativo tra Germania ed Austria voluto da Hitler in occasione dell’Anschluss, si rifiuta di salutare romanamente il Fuhrer.

Ha coraggio da vendere, Quiroga.

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La camera oscura

Mi sto svegliando.

Le palpebre ancora incollate e tra i miei occhi e il buio, galleggianti chiazze color muco.

Chiazze informi, che nell’aprirsi lento degli occhi si dissolvono sulla parete a cui mi ritrovo appiccicato.

Sento bagnaticcio tra le gambe, la mamma me l’aveva detto di starci attento ai sogni sporchi.

Mi devo alzare. Il letto è incastrato in un angolo della stanza e adesso pure io con lui.

Mi alzo e osservo l’impronta del corpo impressa calda sul materasso.

All’altro lato della stanza c’è una scrivania.

Appese al muro, penzolano storte alcune fotografie.

In quella più a destra ci sei Tu. Sei in sella ad un cavallo al pascolo, probabilmente nel giardino della villa.

La osservo. Il tuo sguardo non è sereno; eppure sono sicuro che in quella foto, qualche giorno fa, Tu sorridessi e sono altrettanto convinto che il cavallo fosse leggermente più sulla destra, circa all’altezza della quercia e il suo muso fosse puntato in mia direzione.

Un caffè già zuccherato aspetta caldo nella tazza color crema sul comodino, due brioches, appoggiate su un piatto in tinta con la tazzina, una è già smangiucchiata; un’altra tazza è sulla scrivania, già svuotata, già fredda.

Non filtra luce dalle imposte, filtrano solo i suoni e gli odori dal giardino.

Sulla scrivania è appoggiata la lettera che sto tentando di scriverti; anche durante questa notte è avanzata di qualche altra riga, brevi tracce dei sogni di stanotte, che però adesso non ricordo.

E’ la lettera che se li ricorda per me.

E quando al tuo ritorno la troverai, ne sarai felice.

Io lo so bene quanto ti piaccia trovare le mie lettere.

Una volta presa dalla cassetta, già ti vedo correre sul letto e poi a gambe incrociate con la schiena appoggiata alle parete le apri e ti immergi nelle mie tante tante righe, come se il mondo al di fuori di questa camera non esistesse.

Ti ho sempre immaginato tanto felice e talmente impressionata dalla bellezza delle mie lettere. Talmente emozionata al punto di non trovare mai le parole giuste per rispondermi.

Una mappa geografica dell’Europa è appesa vicino la finestra, mi ricorda quella che c’era nella nostra classe, quando eravamo vicini di banco.

Questa ha tante puntine che segnano altrettante località,

Puntine dello stesso color giallo, ma c’è ne è una nuova, color malva.

Devo essermi distratto, ma non ricordo quando tu sia andata a Malta.

Ricordo ogni tua partenza e ogni tuo ritorno almeno fino al viaggio di nozze.

Circa ogni ora bussano alla porta, io non rispondo mai; in fondo non è camera mia e non è educato, poi da sotto l’uscio sfilano foglietti tutti uguali; 10 x 15 circa, scritti a penna o matita o pennarello. Li raccolgo, neanche li leggo: non sono per me, saranno di qualcuno che è venuto a disturbarti. Allora li accartoccio e li butto nel cestino: stasera sarà poi colmo raso.

Così era pieno ieri sera. Eccolo li nell’angolo; stamattina è lì vuoto e sotto l’uscio compare il primo messaggio.

Non filtra alcun raggio di sole dalle persiane, ma fuori sento vociare di gente; i tuoi fratelli che giocano nella piscina.

Chissà se nel prato del giardino passeggia il cavallo della foto; deve esserci da qualche parte, di sicuro non nella posizione della foto, ma per forza deve esserci; tu dove potresti essere altrimenti?

Sicuramente non li

Quella quercia non ti era mai piaciuta poi. Ricordo il giorno che sono venuto per la prima volta a trovarti: stavamo giocando proprio attorno a quel bellissimo albero si è messo improvvisamente a piovere e io mi sono avvicinato a te.

Mi hai detto che sarebbe stato meglio tornare verso la casa, perchè ti faceva paura, la quercia.

Accendo la radio, c’è la nostra canzone, quella bella, canzone melodiosa che ti dedicavo tuti i pomeriggi alla radio.

Te la ricordi bene quella bella, dolce canzone?

Io ricordo bene di averti visto ballarla la sera del matrimonio.

La nostra canzone.

Da quel giorno l’ascolto ininterrottamente, forse è colpa sua se poi faccio quelle cose brutte con le mani.

Non deve essere passato tanto tempo da quel giorno a giudicare dalla rosa con il bigliettino che è ancora nel vaso sul davanzale.

Non è una di quelle che ti ho regalato io, ma mi fa piacere immaginarlo; quelle saranno già morte e pure questa,oramai sta per fare la stessa fine.

Ma è dietro la finestra, che è chiusa e non riesco ad aprire per poterla innaffiare quella povera rosa.

Sopra la finestra l’orologio segna sempre la stessa ora: le undici.

Ma non è fermo, lo so.

Ti spiego: il ticchettìo lo sento chiaro, anche troppo e lo so bene che le lancette si muovono, ma quando lo osservo segna sempre la stessa ora. Forse nella lettera te l’ho anche raccontato; resta fermo, ma secondo me lo fa più per l’impossibilità di tornare indietro che per quella di andare avanti.

Non riesco a spiegartelo.

Lo so, non sono mai stato bravo a farmi capire; soprattutto da te.

Ma le ore passano, lo vedo benissimo: non mi può fregare così e io ti aspetto; mi piace aspettarti, seduto qui sul bordo del letto.

So che tra poco squillerà quel telefono, facendo cadere i fogli che ci sono sopra e che si spargeranno per la stanza.

Ecco è adesso che le pareti cominciano a cambiare colore.

No, te l’assicuro: non è che cambia la luce perché apro le persiane, quelle restano sempre chiuse.

E’ come se dai bordi del soffitto calasse un altro colore a coprire il giallo per poi virarle al rosso,

Il giallo che a te non piaceva,

E quando hanno cambiato del tutto colore è proprio in quel momento che suona il telefono e se chiudo gli occhi e li riapro il pavimento è pieno di foto, foglietti appunti, biancheria sparsa.

Devo mettere in ordine prima che tu torni, mi spiacerebbe che mi trovassi qui con la camera in questo stato.

Anche la mamma me lo dice sempre: non fare cose brutte e tieni tutte le cose a posto. Io, lo sai, ubbidisco sempre alla mia mamma.

Sul comodino ho appoggiato il martello, ci ho provato a mettere meglio il chiodo per raddrizzare la cornice, per fartela trovare più bella quando sarai tornata.

Ma poi suona il telefono e io mi distraggo, sbaglio e lo sai: io ci sto male quando sbaglio e allora comincio a colpire il materasso ed ecco le lenzuola prendere il colore del sangue, quel colore che immagino ogni tanto lasciassi come traccia; come nelle tue mutandine che ancora conservo.

E quel colore si sparge, è una macchia che avanza veloce dal cuscino fino ai piedi del letto, ma meno male non cade per terra, non saprei proprio come pulire.

Poi a poco a poco il sangue si raccoglie nell’incavo dell’impronta fino a sparire.

E la foto è sempre li, un po’ storta, e forse è questo che fa cambiare il tuo sguardo.

La raddrizzo.

Tu però continui a non sorridere; forse è per colpa di tutto questo sangue?

Ora ricordo: il sangue ti infastidiva, ti rendeva nervosa. Anche quella volta che sono venuto a trovarti e mi ero appena fatto di corsa la barba ed ero pieno di taglietti; tu non volevi baciarmi o come quando entrai quel pomeriggio che eri malata nella tua stanza. Era bella la tua stanza, tutta rossa e la tua camicia da notte color crema era bellissima, tranne quella macchia li in mezzo.

Neanche il colore della stanza ti piaceva.

Mi dicesti che quando ti saresti sposata l’avresti tinta tutta di bianco, quel rosso ti imprigionava, ti sentivi come impressionata su una fotografia

Dicesti esattamente quella parola, “IM PRES SIO NA TA” calcando le sillabe.

E mentre guardavi fuori dalla finestra, ti immaginavo seduta e triste con la tua bella camicia da notte, rinchiusa in una gabbia tutta rossa mentre arrivavo su quel bel cavallo a salvarti.

Te l’ho scritto in una lettera, quella che ho ritrovato in giardino e che probabilmente qualcuno aveva voluto accartocciare e buttare via: mi piaceva la tua camicia da notte.

Dopo il matrimonio sei andata via; quando sei tornata ti sono venuto a trovare.

Volevo fare l’amore con te quel giorno, mentre i tuoi fratellini facevano il bagno nella piscina e potevamo approfittare di quel momento, ma tu corresti via dicendo che ti era parso che uno di loro si fosse spaventato.

O forse è perchè con le mani stavo facendo quelle cose brutte?

La mamma mi aveva avvisato di starci attento.

E allora decisi di scriverti.

Giurai di non smettere mai, perchè così avrei usato le mani per fare delle cose intelligenti e non avrei fatto le cose brutte.

Il sangue si è oramai ritirato, sul materasso resta sempre quell’impronta.

Guardo la foto davanti a me. Non sorridi proprio per nulla ma il cavallo sembra essersi mosso di nuovo, sono sicuro che stesse guardando verso di me.

E’ tardi e tu ancora non sei arrivata.

Bussano ancora , raccolgo il messaggio: è l’ultimo: lo so perché è scritto con un pennarello, di quelli grossi, indelebili di un fastidioso e tanto doloroso inchiostro color verde.

E’ successo qualcosa? Perchè non rispondi al telefono?”

lo butto nel cestino, adesso è colmo.

Fuori è diventato sicuramente buio, nessuna voce dal giardino e il cavallo sarà tornato nella sua stalla.

Sono tanto stanco, torno a dormire.

Mi rimetto a letto, e mi incastro comodo nell’impronta.

Spengo la luce e tutto ritorna nero.

Sento freddo, mi copro con queste coperte di un rassicurante avvolgente color giallo muco.

Quando mi sveglierò, la lettera sarà finita, tu sarai tornata e tutto tornerà come prima.

Prometto che stanotte le cose brutte non le farò, anche se mi piace tanto la tua camicia da notte macchiata; la mamma sarà contenta, anche tu e allora mi sorriderai.

La mamma però non conosce il nostro segreto; lei non lo saprà mai che ho conservato i tuoi denti e mentre ti abbraccio, li stringo in mano sotto il cuscino.

Jacopo Ninni

Digressione libera su felicità e altre specie

Digressione libera su felicità e altre specie *

Ti offrirei da bere e otterrei dieci minuti del tuo tempo, poi l’intera serata, magari anche la notte; mi permetteresti di vestire i panni di un gentleman d’altri tempi, cultura di sinistra e abiti globalizzati, tanto quanto i tuoi così originali, frivoli e fuori dagli schemi e che però ti rendono molto simile ai manichini del centro commerciale. Dovrei dirti che odio i centri commerciali per lo spreco, l’ansia all’acquisto e la febbrile, isterica, angoscia di riempimento interiore fra carte di credito e rate da pagare e invece odio i centri commerciali per i manichini senza testa che ci somigliano un po’ tutti tranne che per il colore della pelle che è sempre troppo chiara o troppo scura, l’innaturale imitazione plastica di un incarnato senza nei e smagliature, e ci illudiamo che quei vestiti vestirebbero meglio noi, con le nostre forme da riempire, da coprire piuttosto, e le nostre facce tutte diverse. E invece vestono l’ansia di somigliarci tutti anche se viviamo fingendo d’essere tutti diversi. E tu mi daresti dieci minuti del tuo tempo, e io potrei fingere di possedere abbastanza denaro per offrirti da bere, abbastanza cultura per parlare di supermercati e centri commerciali, esproprio proletario no perché nessuno più ne parla nei bar e nemmeno negli scantinati e nei salotti che restano muti davanti alla televisione; e tu mi concederesti il tuo tempo in cambio di un bicchiere sapendo bene che non ti venderesti mai e poi mai per un bicchiere, dichiarando la responsabilità delle donne nel nostro sistema sociale mentre io ti pago da bere. Sorseggio e parlo, e bevo il secondo mentre ascolti con quegli occhi che sembrano l’unica cosa che ti appartenga davvero sotto strati culturali di ombretti iridescenti, che celano occhiaie e regalano qualche mese in meno, ma stai tranquilla io non ti dirò niente del genere perché tu scapperesti e non voglio che scappi, perché a nessuno piace sapere più di quanto non voglia, ci bastiamo noi con le nostre pseudo-coscienze neolitiche e analfabete e le nostre orecchie sorde alle critiche. Meglio credere di esistere ancora sotto lo spessore del trucco e le etichette che coprono la tua essenza perché tu possa proporti a me e agli altri uomini come un oggetto luminoso in una vetrina, aspettandoti però che io ascolti i tuoi turbamenti interiori e le convinzioni sul matrimonio sugli uomini e sui figli, ma non te lo dirò perché mi daresti del maschilista e niente è più lontano da me del maschilismo, se lo fossi dovrei sentirmi superiore e invece non lo sono, no non mi sento affatto superiore, il mio livello è così basso che non posso nemmeno essere realista perché dovrei costringermi alla consapevolezza di molte cose ed è così difficile essere consapevoli, sono un meschino e un bugiardo, come te anche io credo di esistere ancora, nonostante non lavori da mesi perché hanno dilapidato le loro promesse, o le hanno dimenticate, nessun rinnovo di contratto e tanti saluti. Senza lavoro non esisto, non esisto senza soldi, senza auto, non esisto senza un ruolo sociale riconosciuto e retribuito. Eppure io esisto ancora nella mia essenza, questo lo credo, mi costringo a crederlo senza pensarci tanto su, e non voglio soffermarmi a pensarlo perché equivarrebbe e non crederlo più, di fatto, e la fattualità delle cose mi renderebbe realista ma sono troppo meschino e bugiardo per spingermi a essere realista, di fatto non ammetto che sono un uomo di trentacinque anni senza lavoro e senza una moglie da odiare e senza figli da controllare come appendici o protesi della mia esistenza e senza potermi dannare per la scelta di un matrimonio sbagliato, cosa che mi occuperebbe la mente almeno per quattro ore al giorno, un uomo solo e abbastanza infelice senza nessuno da incolpare per la mia infelicità, ma questo non te lo dico perché potrebbe turbarti, voi donne siete sensibili a questo genere di cose, cambierebbe la tua espressione e per un momento il tuo coinvolgimento empatico forse ti avvicinerebbe a me in modo autentico, ma poi potresti sentirti in dovere d’essere tu a offrirmi da bere, d’essere tu a consolarmi e cambierebbe tutto, cambierebbe il gioco delle parti fra di noi che equivale a dire che cambierebbe tutto; solo dopo io potrò essere il peggio di me stesso, fra qualche anno mi parlerai del colore delle piastrelle della cucina e saremo felici di tacere sulle nostre aspirazioni, che non abbiamo mai avuto davvero; perché vedi, io credo che ogni cosa sia frutto di questo meccanismo che ci costringe a vestirci come qualcun altro, a pensare come qualcun altro anche se poi forse è proprio vero che siamo tutti uguali e i tuoi stupidi incubi sono tali e quali ai miei, non c’è rivelazione che tenga, non c’è genio che riesca a estinguere questa uguaglianza fascista, ma fascista è una parola che appartiene al passato, oggi è meglio dire cosmopolita, universale, sì meglio mantenersi nel campo vago delle linee imprecise e senza giudizio alcuno, perché il mondo è in continua evoluzione ed è un momento storico pieno di slanci e cambiamenti e mille possibilità e mezzi e strumenti nuovi, e tutto è ma tutto può cambiare, eppure non cambia nulla. Ecco siamo agli interessi, libri film sport. Ci ingozziamo di informazioni superficiali sulle nostre vite sviando la questione del desiderio. Cosa desideri davvero? Io non credo di saperlo ma stando così, senza nulla da fare tutto il giorno finisce che me lo chiedo di continuo e smetto solo se incollo le pupille a una televendita di coltelli gioielli quadri e tappeti e finisce che poi desidero quelli e la cosa si risolve. E però si risolve per poco. La questione desiderio e la questione frustrazione, vuoto mancanza o come la si chiami, è sempre quella. Se avessi un lavoro non starei tanto tempo a chiedermi i sinonimi delle parole per renderle meno dolorose. Mi dico che se avessi un lavoro mi sbatterei per mantenerlo, rendersi indispensabili, che è impossibile, mi sbatterei come con il vecchio lavoro, tutto sorrisi e puntualità, pratiche compilate, timbri, tutto ordinato, io al mio posto, sorrisi e cordialità, serietà e puntualità, senza avidità mai, sempre con rispetto e buon senso, ah umiltà sì, soprattutto umiltà, ed ero piaciuto tanto, dico davvero, mi avrebbero confermato di sicuro perché compilavo timbravo sorridevo e sorridevo meglio di chiunque altro, proprio bravo, molto bravo mi dicevano. Poi mi hanno scaricato, le scuse banali, umilianti per quant’erano banali, balbettano ancora nelle orecchie tipo il rumore dei bicchieri e voci e musica che fanno da sottofondo alla nostra conversazione che procede rallentata dai nostri filtri, dalle finzioni che esigiamo di mantenere. Potremmo cambiare però, potrei dirti che tutti i libri che ho letto e la laurea in economia e i viaggi non mi sono serviti a niente, che ho accumulato esperienze su esperienze perché ti fanno credere che serviranno, titoli su titoli di nessun valore utili solo ad allontanare il momento in cui scoprirai che non servi proprio a nessuno; la frustrazione aumenta a dismisura e cresce, cresce senza che io mi muova di un millimetro, lì, stabile, inchiodato alla linea di confine tra i perdenti e i vincenti con il mio curriculum di sei pagine in cui scrivo anche di un vago interesse per gli scacchi maturato all’età di sette anni. Ma non ti dirò tutto questo perché adesso è prematuro e quando potrò dirtelo, quando i nostri ruoli lo permetteranno, una relazione seria tra noi, una relazione in serie, dopo questi dieci minuti, dopo la notte passata insieme a scambiarci sudori e promesse, a usare frasi fatte come questa fatta e strafatta scambiarci sudori e promesse, piuttosto che dire leccare il tuo corpo fino a consumarlo, strafatta anche questa, dopo che avrò esaurito le espressioni rancide di un melenso repertorio condiviso e sarò costretto a trovarne altre, una relazione stabile e seria, che si prometta duratura per esempio, non potrò dirti più nulla, non potrò dirti la mia incapacità e la mia inadeguatezza, non potrò dirti che la corsa verso un posto di lavoro per me non è mai partita, il mio vizio di retorica, che non ci sono segnalazioni per me, né incarichi prestigiosi, vittimismo, che la mia responsabilità nella faccenda è enorme, che non mi voglio piegare al sistema, eppure lo desidero così tanto far parte di questo sistema, essere in gara, sorridere e stringere mani come loro che lo fanno, e forse lo fai anche tu che adesso mi racconti dei tuoi successi che durano un giorno e mai una vita, perché non sai che vengono cancellati, che verrai cancellata perché ancora ti illudi che sarà così e che resterai e che sei indispensabile con le tue capacità e qualità per loro, e io non potrò dirtelo perché sarai dentro il loro sistema anche tu e mi accuseresti d’invidia, non te lo dirò quello che penso neanche fra dieci anni quando avrò prosciugato il romanticismo utilitarista ed esaurito i complimenti di rito perché fra dieci anni io e tu saremo fermi alla balbuzie, non al silenzio dignitosissimo ma alla balbuzie, fingendo che ancora abbiamo qualche cosa da dirci, un universo di condivisioni, un’altra sciocchezza del sistema, e che non ci diremo nulla solo per imbarazzo, perché non troviamo le parole, fermi alla balbuzie perché sarebbe troppo difficile, distruttivo, ci annienterebbe, ammettere che davvero non abbiamo nulla da dirci, e da dire. Adesso ti accompagno all’uscita e pago il conto che non potrei permettermi mentre tu abbassi lo sguardo e ti sistemi i capelli. Entreremo a casa mia, consumeremo un rapporto mediocre senza specchi a ostacolare la finzione dei corpi in penombra, fra qualche mese ti confesserò il mio amore e tu farai lo stesso con me, vivremo insieme, compreremo mobili da riempire le dieci stanze che non abbiamo e che però tu desideri così tanto, ci saluteremo con un bacio o due prima di andare a lavoro, ciascuno il suo posto nel mondo, insieme come coppia nel mondo e il regalo della tua presenza sarà quello di educarmi a una frustrazione nostalgica di qualcosa che non avrò la forza di nominare.

Simona Dolce

* Racconto pubblicato nel 2009 sul trimestrale Rassegna sindacale

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