Confessioni qualunque – 12

[Ricordiamo ai lettori che Confessioni qualunque, la rubrica curata dai ragazzi di In Abiti Succinti, è aperta a chi voglia scrivere una confessione. Fatelo anche voi! Svisceratevi! E poi inviate i vostri racconti.]

#12 – Nino

di Nicola Feninno

Che resti tra noi.
I miei nonni erano fascisti, i miei genitori democristiani. Io faccio il pescatore e so che nessun partito ha mai moltiplicato il pesce.

Mio figlio questo deve ancora capirlo: vive a Roma, studia scienze politiche, non ha mai saputo nulla del mare; da piccolo gli veniva la nausea soltanto a stare al largo sul pedalò.

Frequentai le scuole a Praiano – elementari e medie – perché ad Arienzo le scuole non c’erano. Prendevamo la stessa corriera alle sette, io, Giggino, Daniele e Giulio, eravamo tutti e quattro di Arienzo, tutti e quattro figli di pescatori; ad Arienzo praticamente tutti gli uomini facevano i pescatori, tranne don Agostino e Pino, lu ricchione, che faceva il barbiere, che poi anche a quello – come diceva mio padre – ci piaceva comunque lu pesce. Alle medie ci siamo scelti un nome per il nostro gruppo: gli Scassacazz. L’ispirazione ce la diede il padre di Giggino: tornavamo dal cinema di Praiano, un sabato pomeriggio; viaggiavamo sulla sua Diana bianco panna – panna sporca – al cinema avevano dato Easy Rider. Leggi il resto dell’articolo

Giugno ’56

Si tolse prima cosa le scarpe, poi l’orologio. Aldo Degl’Innocenti, classe 1911, si era diplomato geometra a Reggio Emilia il giorno che Mussolini feluca in testa era salito al Vaticano. Sposato sotto la minaccia delle bombe, padre di nessun figlio per nessun motivo apparente, faceva per buon cuore fin dall’immediato dopoguerra due ore di straordinari al giorno. Dalla vita aveva avuto più e meno di quanto aveva immaginato da bambino: di più perché non credeva che avrebbe mai posseduto una poltrona, che nella stanza grande e fetida dove giocava mangiava e dormiva c’erano sì pancali e sgabelli, ma solamente una seggiola che era del padre e solo sua; di meno perché aveva creduto che finite le scuole elementari tutti i ragazzetti partissero per mare come Robinson Crusoe, mentre lui del mondo aveva visto solo una spiaggia d’Albania dove s’era ferito in un incidente la prima settimana di guerra. Dato che il bilancio era in pareggio, per essere contento aveva dovuto lavorare molto e amare la moglie.

Fece per mettersi in poltrona ma di punto in bianco gli mancarono le gambe e ci cadde seduto a peso morto. Dalla cucina veniva un odore di sugo di pomodoro, e poi venne la moglie portando il bicchiere dell’idrolitina. Portò via le scarpe e tornò con le pantofole, si fermò sotto lo stipite e si passò le mani lentamente sul grembiule, come per lucidarle. Chiese, – Tutto bene in ufficio?

Aldo, che non aveva avuto il tempo di capacitarsi del mancamento, rispose meglio che poté cercando di non tradire l’affanno, – Sì bene. Eh, c’è quel Gherardi che mi sta pur sempre col fiato sul collo.

A lei parve solo che il marito fosse un po’ stanco. – Ti vuoi riposare dieci minuti prima che metto la pasta? – No metti su, che poi faccio tardi.

Esitò un secondo sulla soglia, perché le sembrava che lui volesse dirle qualcosa. E infatti fece un cenno fiacco con un dito e le disse, – Piave, vieni a darmi un bacio.

Il padre, reduce di Caporetto, l’aveva battezzata “Piave” in sommessa polemica con gli eccessi del trionfalismo patriottico. Lei non se n’era mai data questione, come del resto di tutti gli altri fatti della sua vita, nemmeno quando, ancora piccina, aveva visto con i suoi occhi le camicie nere riempire di legnate il reduce. Donna pratica, imponendo a se stessa e agli altri un buonumore serio e costante, era riuscita a superare la trentina senza che nessuno si rendesse conto, lei compresa, del fatto che la sua esistenza era votata alla segretezza, anche se non aveva niente da nascondere.

Piave non si accorse di quel che Aldo le aveva chiesto e senz’altro aggiungere tornò in cucina. Aldo neppure si accorse che lei non gli aveva dato retta, vuoi per l’abitudine di vederla andare in cucina, vuoi per le sensazioni ancora non ben definite ma spiacevoli che gli si iniziavano ad affollare alla coscienza, come una calca di gente che prema a un cancello e venga fatta entrare una alla volta. Lo svenimento improvviso che lo aveva fatto crollare sulla poltrona non aveva lasciato traccia di fiacchezza nelle gambe, o così pareva, ma si era trasferito al centro del petto. Pesava e bruciava, come se una forza interna e una esterna si scontrassero, una premendo e l’altra spingendo, sul torace, col rischio che il cedimento di una delle due lo lacerasse. Quando l’equilibrio si incrinava una fitta dolorosa percorreva come un lampo una qualche linea di minor resistenza che a partire dallo sterno poteva percorrere pochi centimetri e spegnersi, oppure proseguire per sottili ramificazioni di faglie misteriose fino al collo, alla mandibola o al braccio. Le peggiori si tuffavano a picco verso l’interno come in un pozzo artesiano e laggiù, nei pressi del cuore, esplodevano. Pulsazioni aritmiche in punti casuali avvertivano che tutto il corpo era coinvolto in quella cosa. La battaglia lo intorpidiva, gli impediva la vista e la parola. Pareva a tratti che la pressione interna riuscisse a liberarsi dalla stretta schiacciante, e allora per un istante Aldo tirava il fiato, come un uomo che emerge dall’acqua, ma subito qualcosa, l’aria, il diavolo, il mondo interno, convergeva con spinta rinnovata sul suo sterno, e premeva.

L’infarto! – pensò. Non c’erano dubbi. Con quella coscienza e certezza, improvvisa come il male che gli era capitato, cambiò il suo stato d’animo: come chi si rende conto di essere in un sogno smette perciò di lottare vanamente contro i mostri che lo abitano, così Aldo si rilassò e si curò solo che da fuori paresse che dormiva. Gli fu ben chiaro, con quella consapevolezza istantanea che danno le decisioni che non si sapeva di aver preso finché non viene il momento di metterle in pratica, che non si sarebbe lamentato, non avrebbe chiesto aiuto, non avrebbe spedito Piave per le scale a gridare che accorresse un medico, a pregare il Barontini che le facesse usare il telefono d’urgenza.

In quella, Piave aveva poggiato il mezzo filone di pane sul tagliere e si accingeva ad affettarlo. Pensava distrattamente ad affari domestici di poca importanza ed era contenta, perché era una giornata di sole caldo che faceva splendere le stoviglie e il pavimento lucido, e di vento fresco e lieve che smuoveva gentilmente i gerani al terrazzino. Mentre tagliava le sfuggì di traverso il coltello: non riuscì a frenare l’impeto allegro del braccio, e si fece così un brutto sbrego obliquo sul polso sinistro. – Ma guarda, – esclamò senza molto scomporsi, e vide la ferita farsi rossa e iniziare a colar sangue. Non volle guardare il taglio una seconda volta: aprì il cassetto del tavolo, prese un tovagliolo e se lo girò intorno al polso. Il dolore era lancinante e in tre secondi il tovagliolo era zuppo e cominciava a gocciare sul pavimento.

Senz’altro attendere, si avvolse un altro tovagliolo intorno al polso, gettando quello fradicio nel tinello. Prese il coltello e passò svelta in corridoio, dicendo: – Aldo, ho scordato il pane, faccio una corsa dal Giusti a vedere se ne hanno ancora. – Aldo non sentì neppure. La moglie, ringraziando Dio che dormisse, si infilò una mantella leggera, e mise il coltello in borsa, che il medico non pensasse che aveva tentato di ammazzarsi.

Due ore dopo tornò con i punti messi e il polso ben fasciato, un po’ pallida ma in forze. Scosse il marito, – Aldo, non ti si può lasciar dormire un momento che ti prendi tutta la giornata. – Quello si rinvenne. Vide che Piave le posava una mano sulla spalla, e si accorse che non aveva più alcun dolore, alcun fastidio, niente.

Che ore sono?

Quasi le tre.

Piave, stasera non vado in ufficio.

E fai bene. Ti ho visto stanco.

Lui agitò una mano in segno di diniego e si alzò dalla poltrona, lentamente, come per verificare che fosse tutto a posto. Andarono a pranzo.

Gregorio Magini

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