Montecitorio Wrestling Federation /8

[Puntate precedenti: 1 -2 -34 - 5 - 6 - 7] (“Tecnicamente” questo è l’ultimo episodio)

di Matteo Pascoletti

Le rivalità (feud) più importanti e in grado di catturare e mantenere facilmente l’interesse del pubblico sono quelle centrate sui titoli di federazione, rappresentati da cinture. Se lo show simula una competizione, deve esserci un vincitore, e il più bravo tra i vincitori deve avere un simbolo che esprima questo status. Il simbolo è la cintura di Campione. In genere le cinture messe in palio (naturalmente per finta, trattandosi di match sceneggiati) sono quella di Federazione o di Campione del Mondo (per federazioni abbastanza importanti, come la WWF), la cintura dei titoli di coppia (tag team) e una cintura secondaria con titolo di minor prestigio, come Campione Intercontinentale, Nazionale, o Pesi Leggeri, che serve per feud in cui far lottare le giovani promesse, in prospettiva di un lancio, prima o poi, nel feud per il titolo di Campione. La scelta del campione da parte del team di sceneggiatori (booking team) è fondamentale. Il regno di un Campione è destinato a influenzare i tipi di feud: se il Campione è un cattivo (heel), i feud con i pretendenti al titolo saranno caratterizzati da match scorretti o violenti, magari annullati per squalifica; ci saranno agguati e tradimenti, e tutta una serie di espedienti per far capire al pubblico che, nonostante i buoni (i face) siano più abili e meritevoli, la disonestà degli heel purtroppo talvolta paga. Se c’è da lanciare un promettente face nel ruolo di main-eventer, allora la scelta di un Campione heel sarà azzeccata. Viceversa un Campione face può essere una buona occasione per far cambiare allineamento a un altro face, che magari, roso dall’ambizione, diventa cattivo e prova la scalata al titolo, oppure per un lungo e spettacolare regno in cui, a mano a mano che il beniamino del pubblico esce vittorioso dai feud, la vendita del merchandising premia la scelta del booking team e le casse della federazione. Leggi il resto dell’articolo

“L’io so del mio tempo”. Il dilemma pasoliniano in “Gomorra” di Roberto Saviano

[Intervento di Matteo Pascoletti precedentemente pubblicato sul suo blog]

Nel romanzo Gomorra, c’è un episodio in cui il protagonista e voce narrante si reca presso la tomba di Pier Paolo Pasolini per recitare quello che definisce «L’io so del mio tempo». In questa espressione si possono notare due tratti: un tratto connesso ad una visione storicizzata del rapporto tra intellettuale e Potere (che in Gomorra è Potere economico e territoriale); un secondo tratto che, da questa visione storicizzata, isola un precedente illustre, ossia Pier Paolo Pasolini, e si pone su questa scia per denunciare, nel lasso di tempo che intercorre tra l’articolo di Pasolini Che cos’è questo golpe? (1) e Gomorra, il processo di trasformazione del cittadino in consumatore, e le devastanti conseguenze a oltre trent’anni di distanza. Come si vedrà, il secondo tratto si palesa in relazione ad un altro precedente illustre, Luciano Bianciardi, che ne La vita agra ha ferocemente puntato il dito contro l’Italia del boom economico. È bene ricordare che il Pasolini dell’«Io so», impossibilitato a denunciare i responsabili di quei golpe che proteggono il Potere, è un intellettuale moralmente avverso al processo in corso, considerato un «nuovo fascismo»; ma come intellettuale, pena l’esautoramento del proprio ruolo o il suo tradimento, è eticamente impossibilitato a interagire con quel Potere che, scindendo la verità politica dalla pratica politica, favorisce il processo di trasformazione; un intellettuale non può separare la sfera dei valori da quella della prassi, dunque è impossibilitato, pur sapendo – e qui sta il dilemma – che ciò garantirebbe l’accesso a quelle prove o indizi. «Io so», dice Pasolini, «perché sono un intellettuale». «Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. […] Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi» (2).«L’io so del mio tempo» rompe questo schema, e lo rompe perché Saviano lo considera rotto in partenza. Chi lo pronuncia è nato in terra di camorra, e nascere e crescere in terra di camorra è come avere a che fare con un “virus” inculcato dal proprio habitat sociale. Per fare un parallelismo con Pasolini, l’intellettuale Saviano è moralmente avverso a quel Sistema che agisce tramite la camorra, ma eticamente è impossibilitato a non interagire con esso: il connubio tra “virus” e “intelletto” fa sì che il virus agisca come un farmaco (ossia nell’accezione tanto di veleno quanto di medicina). Scrive Saviano, con un lessico in cui spiccano i riferimenti al corpo, alla carne e alle funzioni biologiche (3):

In terra di camorra combattere i clan non è lotta di classe, affermazione del diritto, riappropriazione della cittadinanza. […] E’ qualcosa di più essenziale, di più ferocemente carnale. In terra di camorra conoscere i meccanismi d’affermazione dei clan, le loro cinetiche d’estrazione, i loro investimenti significa capire come funziona il proprio tempo in ogni misura e non soltanto nel perimetro geografico della propria terra. Porsi contro i clan diviene una guerra per la sopravvivenza, come se l’esistenza stessa, il cibo che mangi, le labbra che baci, la musica che ascolti, le pagine che leggi non riuscissero a concederti il senso della vita, ma solo quello della sopravvivenza. E così conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare.
(Gomorra, pp. 330-331)

 

La consapevolezza di questo virus è parte stessa del romanzo, e caratterizza gli aspetti più autobiografici e intimi del protagonista. Sottintende un’architettura tragica, inoltre, poiché la colpa (il ‘virus’) è ereditata, frutto del fato. Il sintomo più evidente è quello di una rabbia che talvolta si mostra come vera e propria hybrys. Si pensi, ad esempio, al passo relativo alla villa del boss Walter Schiavone, progettata volutamente per essere una copia della villa di Tony Montana, il personaggio interpretato da Al Pacino nel film Scarface. Il protagonista, preso da una rabbia pulsante di fronte ad una simile manifestazione del Potere, di fronte a dei meccanismi che sfuggono alla logica apparente, come può essere per un crimine organizzato che guarda alla cinematografia hollywoodiana come ad un ipotesto da cui forgiare i propri simboli, si sfoga orinando nella vasca da bagno. «Un gesto idiota», dice, «ma più la vescica si svuotava più mi sentivo meglio».
In precedenza, è sempre la rabbia, stavolta per l’ennesimo morto nei cantieri edili gestiti dai clan, a portare Saviano ad evocare il protagonista anarchico de La vita agra di Luciano Bianciardi, i suoi intenti dinamitardi contro il «torracchione», e a reagire con il già citato viaggio in treno a Casarsa, verso il cimitero dove è sepolto Pasolini:

Dovevo forse anch’io scegliermi un palazzo, il Palazzo, da far saltare in aria, ma ancor prima di infilarmi nella schizofrenia dell’attentatore, appena entrai nella crisi asmatica di rabbia mi rimbombò nelle orecchie l’Io so di Pasolini come un jingle musicale che si ripeteva sino all’assillo.
(Gomorra, p. 232)

È proprio in seno a questa rabbia, che nei suoi momenti più impulsivi e ciechi ricorda la hybris dell’eroe tragico, che sgorga «L’io so del mio tempo». E sgorga da uno stato d’animo che precede la dimensione razionale o intellettuale: le parole di Pasolini infatti rimbombano come un «jingle musicale», una similitudine che, curiosamente, richiama un elemento della società dei consumi. A questo stadio, ci si trova ancora in una massa indistinta e astratta in cui i contenuti non sono codificati in forme e le parole non hanno consistenza logica: è un piano dunque viscerale, emotivo, non intellettuale. Ma ciò che segue permette al Saviano scrittore, attraverso la proiezione autobiografica e la catarsi narrativa, di porsi idealmente oltre il Bianciardi disintegrato da quei meccanismi del consumo che avversava, e oltre il Pasolini fermo di fronte ad un nodo gordiano che non sa sciogliere. Se per sciogliere il nodo gordiano Alessandro Magno usò la spada, Saviano usa la parola, e la usa per denunciare un golpe economico che ha la propria spina dorsale nell’edilizia, terreno privilegiato per l’amalgama di quel Potere in cui lecito e illecito sono categorie contigue, e non elementi in opposizione:

Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova [...]. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesi di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra “È falso” all’orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di questa verità.

[…] Il cemento. Petrolio del sud. Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel Mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni […]. L’imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero nel cemento non ha speranza alcuna.

[…] Io so e ho le prove. Gli imprenditori italiani vincenti provengono dal cemento.
(Gomorra, pp. 234-240)

Per capire che cosa intenda Saviano quando afferma che «La verità è parziale», e non «riducibile a formula oggettiva», bisogna osservare il rapporto tra quei dati citati all’interno di Gomorra e la dinamica narrativa entro cui si manifestano. In Gomorra c’è un assioma deducibile alla base di questo rapporto, e che giustifica implicitamente la forma romanzo adottata dall’autore: conoscere il numero di morti prodotti dall’epidemia del crimine organizzato è diverso dal vedere quelle persone morire per effetto dell’epidemia. Per rendersi conto di come viva questo assioma all’interno del romanzo, si guardi il capitolo intitolato «La guerra di Secondigliano» (4): il dato relativo agli omicidi compiuti dalla camorra in quegli anni non presenta picchi rilevanti, mentre la narrazione di come abbia agito la guerra a Secondigliano mostra un clima in cui la mattanza è all’ordine del giorno e non risparmia niente e nessuno.
Alla luce di ciò, ci sono due considerazioni da fare. La rottura ideologica del dilemma pasoliniano agevola innanzi tutto un rischio, ossia che il messaggio contenuto in Gomorra, nell’arrivare al destinatario, non possa essere disgiunto dal mittente, facendo di quest’ultimo un simbolo (una coppia inscindibile emittente-messaggio): ma se il mittente predomina all’interno del simbolo, il messaggio si indebolisce, o viene ridotto a fenomeno di costume, addirittura ad epifenomeno. Il destinatario legge Gomorra, vede lo spettacolo teatrale o il film perché è di moda, perché attraverso quell’oggetto artistico costruisce un’autorappresentazione di sé, e disperde il messaggio in un meccanismo autoreferenziale; o, peggio ancora, si identifica emotivamente con un immaginario centrato sull’autore, e attraverso l’identificazione con l’autore identifica se stesso. Lo stesso Saviano è consapevole di questo rischio, come si evince da questo passo, tratto da un’intervista rilasciata a Internazionale:

Quello che ha messo in pericolo la mia vita non sono state le informazioni che ho dato, ma il fatto che queste informazioni sono arrivate a molte persone. Se ci raccontiamo queste cose solo tra di noi o in tribunale non facciamo paura. Oggi la comunicazione ha davvero – per usare una parola che tutti detestano – una missione. Basta raccontare al mondo cose che sono già agli atti. La mia vicenda spesso viene definita un fenomeno mediatico. Può sembrare riduttivo o offensivo, ma è esattamente così.
(Gomorra ai tempi della crisi, intervista a Roberto Saviano, «Internazionale» del 20 marzo 2009, p. 37)

La seconda considerazione riguarda la natura parziale di «questa verità», parzialità che fa retrocedere la possibilità di azione politica dell’intellettuale. Poiché i «nomi» che andrebbero fatti, secondo il dilemma pasoliniano, sono quelli di tutti i responsabili, a qualunque livello, e non soltanto quelli relativi a ciò che vedono gli occhi (i clan casalesi, in Gomorra). Quindi l’opera di denuncia può esaurirsi solo attraverso una composizione di visioni parziali che, come un mosaico, messe insieme restituiscano il quadro completo. Ma se il terreno si sposta dall’intelletto al piano emotivo e viscerale (un piano fondamentale nello stile di Saviano e che ha in Gomorra il suo esito più alto), fino a rendere più importante il secondo, se il contenuto veicolato dalla retorica diventa morale o ideologico, e se viene a mancare una prassi, allora, ritornando all’intervista, essere «fenomeno mediatico» per l’intellettuale-farmaco non è «riduttivo» né «offensivo». È piuttosto una pericolosissima degenerazione, poiché nel frattempo i responsabili che non sono stati denunciati avranno il tempo di mettersi al riparo, magari sfruttando l’attenzione rivolta dall’opinione pubblica a quelli denunciati, e poiché l’intellettuale-farmaco diventa rappresentazione di intellettuale ad uso e consumo delle masse. C’è un passo nell’articolo di Pasolini che parla proprio di ciò:

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si definisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
(Il romanzo delle stragi, p. 90)

Se si guarda alla recente iniziativa di Saviano degli “elenchi”, si nota come la degenerazione sia in fase assai avanzata. Con gli elenchi si è addirittura giunti al di sotto dell’ipocrita dibattito morale e ideologico di cui parlava Pasolini: tutto ora è emozione e bellezza collettiva in cui identificarsi, manca qualunque dimensione critica, intellettuale o razionale. Gli elenchi sono «carta costituente di se stessi» (5): domina un principio di identificazione in cui il soggetto che prova l’emozione e la scrive nell’elenco si autoreifica (ossia “io sono la cosa che mi piace”); quella con gli elenchi non è perciò una relazione basata sul gusto (“mi piace”). Addirittura agli elenchi si conferisce una capacità magica, poiché «i dettagli comuni inseriti negli elenchi smettono di essere cose trascurabili e divengono dettagli fondamentali».
Sono dunque all’opera i due rischi sopra indicati:

Sentimenti antichi, desideri vivi, lampi di gioie quotidiane irrinunciabili.
[...]
È da qui che mi piace pensare l’inizio di una possibile e necessario percorso, un insieme di desideri di felicità che si uniscono. Non il paese incattivito, egoista, in fondo disperato in cui ciascuno bada solo ai fatti propri, dove tutti sono ugualmente sporchi, compromessi, piegati, e quindi tutti uguali nella meschinità.

Come si può vedere, infatti, non è importante il messaggio codificato negli elenchi, ma l’esistere a-critico degli elenchi come oggetti emozionali: lo stesso Saviano è secondario, rispetto ad essi. Inoltre i nemici individuati, ora, non sono responsabili di un golpe secondo il dilemma pasoliniano, ma semplicemente persone al di fuori del meccanismo di identificazione, che lo rifiutano o non lo riconoscono:

Elenchi banali, diranno i cinici, pieni di ipocrisia e di falso buonismo, diranno i saccenti. Ma chiunque abbia ascolto sincero delle parole sa che sono loro a banalizzare, impauriti dalla semplicità quando diviene senso della vita e soprattutto punto fermo di felicità.

Si è perciò nella demagogica situazione in cui vengono additati come nemici degli eversori emotivi, la cui colpa non è politica, né morale o ideologica: la colpa è quella di non riconoscere la reificazione delle emozioni attraverso gli elenchi, il loro valore autofondativo.
Da notare che nel lessico usato da Saviano prevale ancora il richiamo e l’attenzione stilistica a ciò che è corpo e carne, parentela, legame. Tuttavia è sparito qualunque accenno alla propria condizione di intellettuale-farmaco, al provenire da una terra ‘infetta’. La malattia, il ‘virus’ è allontanato da sé, e proiettato sugli altri, così come sono presenti accenni a ciò che è cura e medicina, sempre esternalizzati:

[...] il sentimento dei legami va oltre la cerchia del sangue. L’amore per i genitori, anche malati [...]. C’è il piacere di ridere, a crepapelle, sino alle lacrime: risate terapeutiche capaci di contagiare e curare chi è triste. [...] la ricerca della felicità, che si fa corpo in questi elenchi. [...] un’Italia integra, pulita [...].

L’atteggiamento, dunque, l’ethos incarnato dalle parole di questo Saviano è quello del demagogo che crea un senso collettivo in cui ciò che è critico è potenzialmente una minaccia e va visto a priori con sospetto, poiché l’atteggiamento critico distanzia se stessi dalle cose; un demagogo particolarmente efficace, va detto, poiché popola questo senso collettivo con un immaginario che proviene “dal basso” e che si limita ad amministrare attraverso la retorica e l’autorevolezza conquistata in precedenza. Un procedimento la cui pericolosità è sintetizzabile in queste due frasi: «la dimensione privata di molti messa insieme può divenire pubblica. È da qui che mi piace pensare l’inizio di un possibile e necessario percorso, un insieme di desideri di felicità che si uniscono». Ciò che manca, oggi, è un aspirante tiranno in grado di fare sua questa visione populista, ma è chiaro che, rispetto alla visione populista berlusconiana, che è calata dall’alto (il mito della «discesa in campo»), quello degli elenchi è un populismo complementare.

 

NOTE

(1) Apparso sul «Corriere della sera» del 14 novembre 1974. Si è fatto uso del testo che compare in Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Milano, Garzanti, 2008, pp. 88-93, dove compare con il titolo Il romanzo delle stragi.
(2) Il romanzo delle stragi, p. 89.
(3) Si cita da R. SAVIANO, Gomorra, Milano, Mondadori, 2006.
(4) Gomorra, cit., pp. 71-150.
(5) cito dall’articolo Cinquantamila ragioni per vivere / Tutti gli elenchi della felicità linkato in precedenza.

La critica tra comunità e consorterie

Queste riflessioni nascono a margine dell’articolo intitolato “Per la critica”, firmato da Fausto Curi e pubblicato sul numero 2 della rivista Alfabeta2.

Nonostante si parli costantemente di crisi (intesa come penuria) della critica e della cultura, il nostro paese riesce lo stesso da anni ad alimentare un sottobosco ricchissimo di stimoli e di esperienze diverse, che con l’avvento di internet ha visto moltiplicarsi i canali attraverso i quali raggiungere non soltanto il proprio pubblico, ma anche chi opera negli stessi contesti, con la possibilità di articolare dei percorsi fino a pochi anni fa impensabili. Eppure, ciclicamente, nel nostro paese si sprecano i discorsi apocalittici sulla morte della letteratura o del cinema, tanto per fare un esempio, salvo poi verificare che queste parole vengono da chi, forse, non fa fino in fondo il proprio dovere, e si limita a scorgere una superficie (per quanto materia importantissima, visto che è quella che muove il mercato e che dunque non può certo sfuggire all’analisi degli addetti ai lavori) usata spesso come esempio per giustificare il predominio della quantità sulla qualità. E allora, se non sono i critici a scovare la “novità” (che, come vedremo, Fausto Curi, elenca tra i criteri senza i quali non si dà vera attività critica), il compito passa agli scrittori stessi, che proprio in rete hanno trovato un nuovo canale per far circolare i propri lavori – molto spesso attraverso forme paratestuali, che accompagnano e prolungano l’opera, aprendola al confronto diretto con i propri lettori (ancora più precisamente, quindi, tramite la proliferazione di epitesti autoriali, e a maggior ragione con l’avvento dei social network).

Fatte queste dovute precisazioni, mi pare di poter concordare con alcune premesse contenute nell’articolo di Fausto Curi, dove si parla appunto di una crisi della critica come effetto di una crisi della società (nella fattispecie quella italiana, è ovvio) e in cui si precisa

  1. che “non è il critico che conta, è la critica importante”;
  2. che “senza distinzione non si dà critica”;
  3. che “la critica è sempre di parte e soggettiva”;
  4. che è “la novità ciò di cui la critica deve andare in cerca”, ma sempre tenendo conto che “nelle arti la tradizione conta sempre, anche quando là si respinge, anche quando si crede di ignorarla”.

A lasciarmi perplesso, invece, sono piuttosto le conclusioni indicate nello stesso articolo.

Per Fausto Curi la critica si sarebbe spenta perché è venuta meno quella “battaglia letteraria” che ha caratterizzato “la cultura militante italiana negli anni Cinquanta e Sessanta”, ovvero perché è venuto a mancare “un dinamico rapporto fra la letteratura e la società”. Eppure, a giudicare dagli ultimi dibattiti (penso ad esempio al “caso Saviano” o al “caso Mondadori”, per non parlare del fiume d’interventi scatenato dall’uscita del saggio New Italian Epic di Wu Ming, o degli articoli seguiti alle proiezioni del documentario Senza scrittori di Andrea Cortellessa), sembrerebbe che a tutt’oggi non si possa parlare di una mancanza di partigianeria, anzi. Il problema della critica (non di tutta, ma di gran parte) mi sembra che consista piuttosto nella sforzo di evitare una “giusta misura”, nel vizio di prendere delle scorciatoie che hanno più a che vedere col sistema delle consorterie che col criterio di soggettività.

Tanto per cominciare, direi che si possono distinguere due tipi di critici che vanno per la maggiore: quello che per farsi notare stronca un’opera per principio, e quello che per non farsi nemici parla bene indistintamente di tutti gli autori (e questa regola direi che è valida in generale, non soltanto per l’ambito letterario a cui si riferisce Fausto Curi). Sono due modi speculari di farsi pubblicità, di rimanere per così dire “in vista” in una giungla intricata qual è quella del mondo editoriale, dove spesso l’opera diventa un presupposto per parlare di se stessi. Entrambi questi tipi di critici tendono di conseguenza a fare sempre i soliti nomi, quelli che ad attaccarli o a difenderli ne viene sempre qualcosa, per se stessi e per la consorteria alla quale essi appartengono. Si potrebbe definirla una critica a rotazione rapida, al pari dei libri sugli scaffali dei megastore, dietro ai quali si affretta a correre proseguendo per generalizzazioni. Se infatti andiamo a verificare, nella disamina della situazione letteraria si procede volentieri in astratto, anche quando abbiamo a che fare con quella critica che si autodefinisce più engagé. D’altronde, è lo stesso Curi a darcene un buon esempio quando c’informa che “cresce paurosamente il numero di coloro che scrivono versi” e che “la poesia abita ormai le piazze, non in senso metaforico, giacché non si contano le manifestazioni in cui poeti diversissimi l’uno dall’altro, di fatto uniformi, recitano in piazza i loro versi”. Ma a quali manifestazioni e a quali autori qui ci si riferisca, non ci è dato saperlo, né vengono fatti esempi dei tanti tentativi di portare la poesia e la letteratura in generale nelle piazze o in altri luoghi diversi dalle librerie: poiché qua c’è sì in gioco da una parte il rischio di ridurre il pubblico a una massa indistinta, ma dall’altra c’è il tentativo di conquistare degli spazi strategici, dove far vivere la parola scritta attraverso il confronto fra chi scrive e chi, ascoltando, viene magari invogliato anche a leggere – e qua gli esempi da fare, diversissimi per intenti e modalità dalle grandi manifestazioni a cui si riferisce con ogni probabilità Fausto Curi, sarebbero tantissimi.

Fatte salve queste precisazioni, mi sembra di poter dire che la critica più viva si ritrovi oggi proprio sul web, un mezzo che chi scrive su riviste e quotidiani vari ha snobbato per anni, per poi affrettarsi nel tentativo di colonizzarlo, ma senza sforzarsi di cambiare le proprie strategie e i propri regimi discorsivi. La rete, se si evita la dicotomia fittizia virtuale/reale, è un modello in grado di attivare un circolo virtuoso, le cui dinamiche funzionano tanto sul web quanto al suo esterno, e la cui finalità è in primo luogo quella di fare comunità. Non a caso, ai tempi di internet gli scrittori hanno ritrovato non soltanto un rapporto più diretto con il loro pubblico (che prende corpo, con modalità diverse, nei blog e negli incontri pubblici) ma anche un terreno di confronto tra loro stessi, chiamati di conseguenza a svolgere anche quella funzione critica che per Fausto Curi è “radicata in un obbligo sociale”, quello “di non lasciare soli, o, peggio, in preda al mercato, che ha tutto l’interesse a conservare quella solitudine, migliaia di lettori e di ascoltatori”. È in questa intersezione tra scrittori e lettori, mi pare, che si possano appunto ritrovare quei significati che appartengono alla radice comune di crisi e di critica, intese come movimento votato alla trasformazione. Una trasformazione, in ultima analisi, che la critica più tradizionale sembra rifiutarsi di voler vedere, e che è causa della sua stessa crisi, della sua incapacità di riflettere su se stessa e di darsi un programma, presa com’è nello sforzo di difendere con le unghie i propri territori, sempre più iperuranici, dai quali parlare e pontificare.

Simone Ghelli

Trauma cronico – Dalla rivolta alla rivoltella

Ho come dei crampi allo stomaco, gli occhi arrossati di lacrime, una rabbia che mi contorce le budella e rende amare le sigarette che fumo mentre batto i tasti di una tastiera, l’unica speranza che mi resta per condividere questo malessere che brucia dentro come ferite, viscerali, che mi lacerano pezzi d’anima, che umiliano il mio essere umano.

Ieri, verso ora di pranzo, ero nella mia auto, bloccato nel traffico capitolino di un sabato come tanti, e ascoltavo Radio Popolare Roma, dove in collegamento da Rosarno, gli intervistati ripetevano una canzone sentita, che spiega poi tutto: “qui da noi la mafia non c’è”.

Come ha detto Roberto Saviano:

Siamo figli di un popolo strano. Pasolini diceva:

Provo grande dolore per le vessazioni quotidiane che subiscono i tanti fratelli africani, questi schiavi dell’epoca nuova. Non riesco ad andare avanti, preferisco lasciarvi un percorso di lettura per approfondire la questione. Vi invito a diffondere e far circolare, quanto potete e come potete.

Qui, Marco Rovelli, su Nazione Indiana, pubblica un estratto da Servi.

Sempre su Nazione Indiana, c’è questo articolo di Biagio Simonetta.

Su MicroMega segnalo questo articolo di Alessandro Dal Lago, e questo di Saviano.

Infine, per concludere, su L’Antefatto, questo articolo di Enrico Fierro.

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Io sto male, ho come dei crampi allo stomaco, gli occhi arrossati di lacrime, una rabbia che mi contorce le budella.

Gianluca Liguori

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