Il mondiale dei palloni gonfiati, giusto, scrivo quel che voglio?

Prima parte

-Spagna ‘82

Un giorno, quando sarò vecchio e completamente pazzo, conterò tutte le partite viste nella mia vita dal vivo e in tv. Le mille partite del Bologna, le partite della Nazionale, le partite di altre squadre…
Ecco: l’elenco partirà dal primo mezzo incontro di calcio visto con i miei occhi. Su uno schermo tv. A Igea Marina, hotel Eliseo. Ovvero, il secondo tempo di Italia-Argentina. Due a uno.
E proseguirà con la famosa Italia-Brasile –i tre gol di Paolo Rossi-, con la meno famosa Italia-Polonia –i due gol di Paolo Rossi-, e la celebre finale.
Ora, ci sono immagini di quel mondiale che ho visto e rivisto, per cui mi sono quasi convinto di ricordare cose che in realtà non rammento davvero. L’esultanza folle di Tardelli sono sicuro di averla ricostruita in seguito: in quel momento ero coperto da una massa di tifosi a braccia alzate -tutti più alti di me- che si abbracciavano scomposti nella sala tv dell’albergo.
Pertini che festeggiava in tribuna, boh, non lo so se me lo ricordo davvero o se ho ricostruito anche quello.
Chissà.
Io, di quei mondiali, ricordo di sicuro due cose:
-di aver creduto che l’Italia avesse battuto il Brasile quattro a due, non conoscendo il concetto di fuorigioco, causa dell’annullamento del gol di Antognoni
-il rigore sbagliato da Cabrini nella finale.
Questo e basta, ricordo di sicuro.
E poi ricordo di sicuro di aver festeggiato con una bandierina tricolore in mano, sul lungomare di Igea Marina, mentre passavano caroselli di auto strombazzanti. Ma giusto così, per partecipare all’evento.

-Messico ‘86

Ai mondiali dell’86 ci ero arrivato da invasato ed enciclopedia umana. Conoscevo tutti i nomi dei terzini della Bulgaria e i gol segnati in carriera da Butragueno e il clima medio stagionale del Messico e il fuso orario e tutto quanto, insomma.
E, anche se la cosa sorprenderà chi mi conosce, avevo ancora delle simpatie estranee al rosso e al blu. Per le grandi squadre. Per i grandi giocatori.
In nome del patriottismo, avevo tifato per la Juve contro il Liverpool –pensa!- nella finale di Supercoppa. In fondo era una squadra italiana, no?
Non ci si crede, a ripensarci.

In nome del mio nuovo amore per il calcio, mi ero lustrato gli occhi pieno di ammirazione di fronte alle imprese di Platini o di Maradona. In fondo, come dire, Maradona e Platini appartenevano a un pianeta differente a quello del Bologna che languiva in serie B.
Platini, Maradona, la finale di Supercoppa, la finale di Coppa dei Campioni, la coppa Uefa, la Coppa delle Coppe, la Coppa Intercontinentale, erano tutte robe al di fuori del bolognacentrismo. I miei problemi erano ben altri, in quegli anni. Cos’aveva a che fare la finale di Tokio col triste Bologna dei due –due!- gol in trasferta in tutto l’anno, della salvezza all’ultimo respiro sul campo del Varese, dell’appena più decente Bologna di Mazzone? Mondi diversi. E io la serie A, da tifoso, non l’avevo ancora vista. Ogni tanto qualche squadrone veniva al Dall’Ara per la coppa Italia o per un’amichevole, ma erano brevi vacanze, toccata e fuga.
Era il Cesena, la mia rivale. Era il Campobasso, la mia realtà.
Certo, noi eravamo sempre il Bologna, una società carica di gloria e di vecchi scudetti. Guardavamo dall’alto in basso la Sambenedettese, il Parma, la loro totale mancanza di titoli. Tra le squadre di B rispettavamo giusto il Genoa, che di scudetti ne aveva nove -due più di noi- un po’ la Lazio, e basta.
Poi, scudetti o non scudetti, in serie A ci andavano l’Ascoli e l’Empoli. Ma noi restavamo fieri e arroganti lo stesso.

Se avessimo vinto quel mondiale, quello lì, io avrei veramente goduto. Ma davvero. Non come quello di Spagna, di cui in fondo non avevo capito niente, non conoscendo neanche le regole. Se avessimo vinto quel mondiale lì, io, che avevo quindici anni e vivevo per il calcio, avrei perso la testa davvero.
Non mi ero spaventato per l’agghiacciante girone eliminatorio, per il triste pareggio con la Bulgaria, per l’errore di Giovanni Galli su Maradona contro l’Argentina, per la sudata vittoria sulla Corea con i gol di Altobelli. In fondo era andata così anche in Spagna, no? Girone eliminatorio pietoso, poi l’esplosione. Ora arrivava la Francia, ci saremmo rifatti con la Francia.

La Francia ci aveva massacrati con un secco due a zero, e il mondiale per noi era finito così.
Mi era toccato consolarmi con i godimenti estetici che mi regalava Maradona.

-Italia ‘90

Ai mondiali di Italia ’90 avevo tifato per gli azzurri senza riserve e senza storcere il naso per certi nomi e certe facce, come avrei fatto in seguito. Ero decisamente di ottimo umore.
Avevo una fidanzata per la prima volta in vita mia. Valeria. Avevo una fidanzata, il Bologna era in serie A e, per di più, si era qualificato per la coppa Uefa.
Con questo umore, potevo tifare per i giocatori dell’Inter, anche se due anni prima erano venuti a vincere in casa nostra sei a zero.
Potevo tifare per i giocatori della Juve, anche se ci avevano battuti in casa quattro a tre.
Potevo tifare a denti stretti per i giocatori del Milan, che pure in quei primi anni berlusconiani cominciavo a guardare storto. Non per motivi politici, eh? Era ancora presto, per quello.

Quello è stato l’anno in cui scendevamo in strada a festeggiare qualunque vittoria. Ci eravamo scaldati poche settimane prima, festeggiando in piazza l’approdo del Bologna in Uefa, e allora avevamo festeggiato il gol di Schillaci nella prima partita contro l’Austria, il gol di Giannini con gli Stati Uniti, la qualificazione contro la Cecoslovacchia, e la vittoria sull’Uruguay e poi sull’Eire…
Eravamo sempre in piazza a festeggiare una vittoria, in pratica.
Eravamo tutti convinti e straconvinti che avremmo vinto i mondiali, e anche lì io ero puro, ero ancora puro, davvero. Il mio cuore batteva sincero per l’azzurro. Avrei festeggiato il mio secondo mondiale ballando nudo nella piazza del Nettuno.
Fino a che, naturalmente, eh, be’, lo sappiamo.
Zenga che esce così e così, Caniggia che tocca di nuca così e così, i rigori tirati così e così, Maradona che festeggia. Fine dei mondiali di Italia ’90.

-USA ‘94

L’anno dopo i mondiali italiani, il Bologna aveva avuto una stagione orribile. Una tragedia dopo un’altra tragedia.
Io, alla fine di quell’anno atroce, odiavo tutte le squadre e tutti i giocatori del mondo. Schillaci, in particolare. Dopo che Schillaci si era buttato in area e avevamo perso uno a zero su rigore con la Juve e Poli era andato a insultarlo per quel tuffo e Schillaci aveva risposto Ti faccio sparare, ecco, mi ero vergognato di aver esultato ai suoi gol in azzurro. Avrei voluto cancellare retroattivamente l’immagine del me stesso più giovane che alzava i pugni ai gol di Schillaci contro l’Uruguay o l’Eire o l’Argentina, dopo quell’immondo episodio.
Comunque, miseramente retrocesso, io odiavo chiunque. Per fortuna, da lì ai mondiali del ’94, c’erano stati tre anni di purificazione. Tre anni in cui avevo avuto ben altro da pensare, due orrende serie B, un fallimento, la serie C, i playoff persi con la Spal…
Quando la nazionale di Sacchi era approdata a quegli strani mondiali giocati a orari bizzarri col sole a picco, io stavo in un mondo abitato da squadre come Ospitaletto e Leffe e Fiorenzuola, quelle che sarebbero state le nostre avversarie anche nel campionato successivo, e non avevo tempo di odiare nessuno che non fosse Mino Bizzarri della Spal.
Così avevo tifato Italia, pur perplesso per le scelte di Sacchi, tipo, togliere Baggio nella partita con la Norvegia, o far giocare Beppe Signori sulla fascia per far spazio a Casiraghi.
(Già sapevo, profetico, chi sarebbero stati i due futuri numeri dieci del Bologna.)
Avevo storto il naso sul tiraccio di Houghton che aveva battuto Pagliuca nell’esordio con l’Eire, esultato al gol di Dino Baggio con la Norvegia, a quello di Massaro col Messico. Mi ero intristito al lento trascinarsi verso la sconfitta con la Nigeria, fino alla doppietta di Roby Baggio che aveva ribaltato le sorti. Di nuovo mi ero esaltato per i due futuri numeri dieci del Bologna che confezionavano il gol della vittoria sulla Spagna, e per la doppietta del codino con la Bulgaria, in semifinale.
La finale col Brasile l’avevo guardata con i miei amici Pasciu e Bomber insieme a tre simpatiche ragazze di Modena, in casa di Pasciu, con la pizza e la birra a preludere ai festeggiamenti. Festeggiamenti che, nei nostri piani, avrebbero dovuto contagiare le tre ragazze fino a indurle a concedersi a noi virili tifosi. Peccato che Baresi, Massaro e Baggio non avessero nessuna intenzione di agevolare i nostri intenti romantici.
Tre rigori tirati a minchia di cane.
Dalla finestra di fronte, un istante dopo il tiro sbilenco di Baggio, con la palla ancora in volo sopra la traversa, il dirimpettaio di Pasciu aveva urlato fortissimo “Sacchi, sei un povero idiota”.

Se lo teneva dentro dall’inizio dei mondiali e non vedeva l’ora di dirlo, secondo me.

Gianluca Morozzi

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