Nomadismo

Lo scenario non è di certo il massimo.

Carta. Ovunque. Neve di cellulosa che tace.

In mezzo a queste scogliere di Dover, nella memoria si agitano piedi che raccolgono l’inchiostro abbandonato. Si agitano in danze fatte di inseguimenti.

Nessuno pensa a come sta bevendo quell’inchiostro, a come sia un albero letterario nel suo calpestare. Caratteri che si mescolano ad eritrociti facendo accorrere basiti leucociti incapaci di procedere, nella perenne domanda “Amico o nemico?”.


Lo scenario non è di certo il massimo.

Strade. Raccolte in grovigli di grigio e bianco sono la crocchia urbana delle teste di cui siamo neuroni inferociti. Agitati da scosse elettriche di dubbia natura post-industriale ci lasciamo percorrere come da una corrente che di pulito ha solo il nomen.

Con tanti sbocchi non sentiamo di avere vie di fuga.


Lo scenario non di certo il massimo.

L’umidità la mattina penetra la pelle scura che a stento la sopporta, soprattutto quando il freddo l’accompagna nelle sue carezze.

Gli angeli dei vicoli sanno ancora dell’ubriacatura e del piscio, delle brave nottate cittadine, anche il piscio può essere disperazione. In alto le case che si vorrebbero abitare sono costruite da mani che un tempo accarezzavano la sabbia nomade.


E arriva presto la fatica della sera quando la sigaretta viene aspirata con riconoscenza dalle labbra ancora sporche di calce. Con la voluttà di chi è in pace con il proprio dovere. Con la voluttà che sparisce ad ogni boccata perché si fa largo il dubbio che forse domani non ci sarà nemmeno quell’unica sigaretta, quell’unico merito di certezza.

No. Lo scenario non è certo il massimo.

Alex Pietrogiacomi

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