Precari all’erta! – Me ne vado da quest’Italia…

Ecco che anche il Ghelli si mette a scrivere di vacanze estive e pettegolezzi annessi, penserete voi, allo stesso modo di tutti i tg nostrani, che soprattutto di questi tempi riempiono mezzo telegiornale di notizie utili solo a non parlare d’altro.

E invece vi sbagliate, perché voglio qui riprendere un’intervista rilasciata da Francesco Bianconi, cantante dei Baustelle, e che rilancia il tema dell’esilio volontario, già cantato nella nota Mamma Roma addio del poeta Remo Remotti.

Quanti di noi non c’avranno pensato almeno una volta a mandare a quel paese il bel paese, che di tanti sforzi sembra non curarsi affatto, che della cultura guarda solo il tornaconto economico e il lato spettacolare, che parla sempre dei soliti noti, che si tratti di cinema, musica o letteratura? Io ci ho pensato tante volte, e a volte ancora ci penso, ma ciò che puntualmente mi fotte è uno sorta di malsana testardaggine che m’impedisce di arrendermi all’idea che questo paese non lo si possa cambiare. A pensarla così c’è da ingoiare tanti bocconi amari, da farsi un fegato grosso come un cocomero insomma, ma non va per questo commesso l’errore di considerarsi dei martiri. In fondo, chi l’ha detto che le persone abbiano bisogno dell’arte, della cultura o del pensiero degli intellettuali per vivere felici e contenti? Spetta semmai agli artisti e agli intellettuali il compito di far sentire questa necessità, e l’unico modo per farlo è il duro lavoro, l’ostinazione di una vita, la voglia di votare il proprio sé all’idea utopistica di una comunità che possa cambiare anche attraverso il proprio fare.

Con questo non voglio dire che la scelta di andarsene via sia in sé più facile o più comoda, ma la trovo una scelta pericolosa per il futuro di chi ci succederà, perché un domani potrebbe sempre peggiorare anche il nuovo posto che avremo trovato, e poi tutti gli altri, finché non ve ne sarà più neanche uno. Quello che penso, e che ritrovo in qualche modo rappresentato dal progetto Scrittori Precari, è che oggi sia necessario più che mai ripensare i modi della partecipazione – a cominciare dalle possibilità che ci offre la rete – e, insieme a questi, i modi di sentirsi riconosciuti.

Io non mi riconosco in quest’Italia di nani e ballerine, di truffatori, di corrotti, di puttanieri, di razzisti, di analfabeti, ma proprio per questo non me ne voglio andare, anche se ci sono tanti posti migliori, oggi, dove poter vivere.

È una forma di rispetto verso chi ci ha preceduto che mi costringe a resistere, a non adeguarmi, ma se un giorno dovessi rendermi conto di parlare al vento, allora quello sarebbe il giorno in cui prenderei le mie cose e me ne andrei.

Oppure no, perché magari ci sarà da ascoltare il pensiero di chi è rimasto, che avrà senz’altro da dire cose più intelligenti del sottoscritto.

Ecco perché vi chiedo di non andarvene.

Simone Ghelli

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16 Responses to Precari all’erta! – Me ne vado da quest’Italia…

  1. clobosfera says:

    Simone, è una bella richiesta la tua. Personalmente sono stata all’estero per più di dieci anni, in vari Paesi, e le difficoltà che ho incontrato qui in Italia da quando ho deciso di rientrare, nei Paesi in cui ho vissuto non le ho mai sperimentate. Mai. Parlo di cose essenziali: L’estrema trasparenza nei processi di selezione sia a livello accademico che aziendale, la qualità del welfare, gli elevati ammortizzatori sociali nei periodi inattivi fra un impiego e l’altro (che come sai benissimo qui da noi sono stati tranciati di netto dal decreto attuativo della Legge 30, che è ancora in vigore…) Insomma, non voglio fare la tirata pusillanime, ma questo paese non controbilancia il sangue amaro che si fa chi ci rimane per un ideale nobile come quello che esprimi tu, con dei vantaggi che siano per lo meno di natura esistenziale. Diciamocelo. Questo paese Italia fa schifo, da ogni singolo punto di vista. Io sono la prima a rimanere – adesso – perché sono rientrata e non ho voglia di rifare il percorso inverso. Ma so anche che se domani si dovesse colmare la misura, ci metterei giusto i cinque minuti della prenotazione di un volo Ryan Air su Internet, e 50€ tasse aeroportuali incluse (meno che un’andata e ritorno Venezia-Milano, per capirci) ad andarmene via. Non mi mancano gli appoggi all’estero e le mete appetibili, e non mi manca neppure un curriculum spendibile in almeno tre paesi europei e in tutti quelli anglofoni extraeuropei. Questa via d’uscita così facile, paradossalmente, è l’unica ragione che non mi fa sentire la fretta di andarmene. Se però ti raccontassi in dettaglio quanto ho lavorato e guadagnato effettivamente quest’anno al netto delle tasse, e quali benefici effettivi ne ho ricavato, saresti il primo a chiederti perché non compro quel biglietto su Internet, adesso.

  2. @Claudia: capisco quello che dici, e non critico certo chi decide di andarsene… per un periodo c’ho pensato seriamente anch’io, poi sono rimasto, forse perché non avevo la forza di rivoltare completamente la mia vita, di ripartire da zero… se un giorno lo facessi (mai dire mai) sono però sicuro che mi rimarrebbe un senso di vuoto, come tutti quelli che lasciano i loro luoghi di origine… forse, se nonostante i benefici anche tu resti qui, ci sarà qualche motivo del genere… forse siamo delle teste dure 🙂

  3. Carlo says:

    Quello che ferma me è la fatica di andarmene, di ripartire da zero con amici, radicamento, senso di familiarità con luoghi, lingue e persone; e giustappunto quel senso di smarrimento che colpisce chi si trova in un posto estraneo, che porta a vedere in ogni sconosciuto facce di persone che già conosci, che porta quell’inquietudine insopprimibile, quella tremenda malinconia e solitudine… Ma quante volte nella vita di un essere umano ci devono essere questi stravolgimenti? Eppure non dev’essere diverso da quel che provano forse quei disgraziati quando salpano sui gommoni dalla Libia verso le nostre coste, prima che provino i morsi della fame, della sete e che brucino sotto il sole fino a morire. Perché per fortuna noi possiamo ancora scegliere se restare o partire, alcuni invece sono costretti a partire per forza. E se provano solo senso di smarrimento gli va di lusso. Lo confesso, sono materialista: non vedo alti ideali a fermare le persone nel luogo natìo o a farle partire, vedo solo limiti, vincoli, leggi, impedimenti, ostacoli di vario tipo psicologici sociali o culturali. I topi lasciano la nave prima che affondi, e si salvano. Il capitano ha un alto ideale, e muore annegato.

  4. Barbara says:

    Ciao Simone, quello che dici è vero ed infatti io sono ancora qua ma – ad onor del vero – solo perchè ancora non ho trovato un posto dove andare. Sto tentando in Inghilterra, Usa e persino Australia e Nuova Zelanda. Ho sempre desiderato andare all’estero perchè mi sarebbe piaciuto avere una esperienza all’estero per conoscere modi di vita diversi. Dopo il concorso burla di novembre al quale abbiamo partecipato insieme (ti ricordi?), l’andare all’estero è diventato sempre più impellente per lasciare alle spalle lo schifo mafioso dell’università.
    Certo, nessuno mi obbliga a tentare la carriera universitaria (ed infatti ora faccio un altro lavoro) ma c’è amarezza per l’impossibilità di non riuscire a costruire una carriera per la quale ho tutte le carte in regola vedendomi scavalcata da chi ha solo più “appeal” di me (per usare un eufemismo).
    E poi penso: è questo il posto dove voglio far crescere mia figlia?
    So che fuori non è tutto rose e fiori ma peggio di così non può essere…..

    un saluto, Barbara

  5. Pingback: Il quesito quintessenziale: restare o partire? « clobosfera

  6. @Barbara: quello dell’università è purtroppo uno dei punti più delicati di questo paese. Il problema è che sarà sempre peggio se continueranno a tagliare fondi alla ricerca e alla cultura. Anch’io da questo punto di vista sono piuttosto sfiduciato, ma penso che si possano anche trovare spazi diversi dove poter mettere a frutto le proprie esperienze e competenze, spazi che magari non sono già strutturati e pensati come posto di lavoro fisso, ma che proprio per questo possono anche essere più stimolanti… se l’Italia è un posto dove far crescere i propri figli? Stando ai dati no, visto che il nostro è ormai un paese per vecchi, dove è difficile ritagliarsi un proprio spazio prima dei 30-35 anni…

    • Barbara says:

      sicuramente c’è la possibilità di trovare vie alternative ma quello che mi fa rabbia è non poter seguire la via canoniche perchè già lottizzate.
      Di certo non mi arrendo ma è frustrante dover faticare così tanto solo per poter iniziare a fare un lavoro per il quale si è studiato tanto….
      La mia bimba ha ora quasi 3 anni: se dovessi trovare una via alternativa all’estero non credo che l’Italia mi mancherebbe molto…..

  7. Simone Ghelli says:

    si, fa rabbia esser costretti a trovare vie alternative… ma d’altronde l’alternativa è fare la fila e attendere, pur sapendo che l’attesa può anche non bastare… e poi bisogna poterselo permettere di attendere…

  8. Simone Ghelli says:

    con il mio post non intendevo certo accusare di qualcosa chi se ne va, vorrei essere chiaro, ci mancherebbe altro… chi non lo farebbe avendo l’opportunità di farlo, data la situazione?

  9. franco says:

    Caro Simone, hai centrato in pieno il problema, almeno per quanto mi riguarda. Ma non voglio smettere di costringermi a pensare che l’unico motivo per cui non me ne vado anche io sia la vigliaccheria. Fuori dall’Italia non c’è solo il vuoto degli affetti, la nostalgia delle origini. C’è innanzitutto un’avventura in cui finalmente il destino dipende da te e da quanto sei disposto a strapparlo alla vita. E’ questo che – secondo me – rende vigliacchi tutti quelli che non se ne vanno e invece vorrebbero. Rimanere in Italia è consolatorio, si può sempre dire: “In fondo non è tutta colpa mia se non arrivo ai miei obiettivi, vivo in un paese malato che non riconosce i miei meriti”. Fuori, questa scusa non esiste. O almeno esiste in misura minore.
    Ecco perché preferisco sapermi vigliacco: forse un giorno questa vigliaccheria non la sopporterò più e finalmente la fuggirò insieme all’Italia.

  10. Francesca says:

    ciao Simone,
    grazie per aver aperto questo discussione. Ovviamente il discorso non si limita agli artisti, penso che in Italia il problema riguardi molte altre categorie…giusto per citarne una a caso quella dei ricercatori. Io, come sai, sono partita. E sono partita perché pensavo che partire mi avrebbe fatto crescere e che sarei potuta ritornare con un bagaglio culturale-professionale-personale piu grande da poter condividere con chi non ha avuto la possiblità (io direi la fortura) di partire.
    La mia condizione attuale, a 5 anni dalla mia partenza, é che anche avendo voglia di rientrare, le possibilità sono estremamente limitate…….direi praticamente nulle volendo rimanere in ambito accademico. E qui si aprono mille punti interrogativi: rientrare e riunciare alla possibilità di fare un lavoro che mi appassiona, restare e rinuciare all idea di poter fare qualcosa per cambiare il nostro bel paese.
    Io le risposte per adesso non ce le ho (e probabilmente mai ce le avro) ma penso che parlarne sia già una gran cosa

  11. @Francesca:
    grazie a te per il tuo contributo. Il problema riguarda tutto il mondo della cultura in senso ampio, quindi anche la ricerca e l’istruzione… il tuo intervento è molto importante, perché solo chi è oltre confine può farci capire cosa significhi poter lavorare in condizioni migliori, ma al tempo stesso sentire magari il peso di questa sorta di esilio, poiché il ritorno può equivalere a un azzeramento di quanto fatto altrove… se io lavorassi all’estero, ora come ora non ci penserei proprio a tornare…

  12. non credo in questo paese, no di certo. non credo nei matusa che ingombrano i Palazzi, di qualunque colore essi siano. non credo in quel fantomatico dio al quale ci si appella chiedendogli che piova. ma credo in chi non si rassegna. credo fermamente che la passione sia la strada migliore da percorrere per rinascere. un popolo senza cultura non è un popolo e credo fermamente nel potere della cultura e quindi nel popolo. andaresene è uno splendido incubo che ormai mi tormenta da anni e riflettendoci, quasi tutte le notti, torno sempre alle stesse considerazioni: questa è la mia terra e la amo; questa è la mia terra e sempre farò di tutto perchè possa tornare un luogo di passione culturale, un luogo dove il rispetto per l’uomo e la donna nei suoi doveri più intimi (dignità della vita, conquistarci la possibilità di progettarsi il futuro e ridare alla cultura l’importanza che ha sempre avuto per l’evoluzione e la crescita dei popoli)possano essere le parole d’ordine dell’andare avanti, un bisogno condiviso.
    Si cammina a fatica, contro vento e in solitudine, mentre la pioggia (o le lacrime) ti offuscano la vista. poi si inciampa, si cade, ma ci si rialza e si riprende il cammino. e camminando la vista si abitua alle intemperie, all’oscurità e in lontananza, rialzandosi dall’ennesima caduta, ti accorgi che c’è qualche altra sagoma che va nella tua stessa direzione… allora il fango diventa meno insidioso e il passo meno faticoso.

  13. roz says:

    Io da anni vivo in Italia (dopo aver vissuto in Inghilterra) facendo un dottorato di ricerca come studente a distanza in Inghilterra, ho lavorato come docente a contratto (leggi schiava) in una università italiana, poi il corso è stato chiuso per mancanza di fondi (leggi volontà) di investirci e di assumere docenti di ruolo (eravamo tutti a contratto). Da allora ho fatto altro (sei mesi in una scuola media come supplente, un inferno, ed ora un call centre), conto di partire, di lasciare questo paese perché quello che mi sta uccidendo lentamente è l’indifferenza e appunto come è stato sottolineato, la mancanza di consapevolezza collettiva…per ora tiro avanti, nel mio blog ho creato una striscia a fumetti in inglese con traduzione in italiano (per conservre lo sguardo dal di fuori e per superare i confini nazionali) su quella che definisco la p.s., la precarious scholar (studiosa precaria), un’iniziativa che spero di poter far diventare collettiva, in quanto c’è bisogno di raccontare, di far emergere la precarietà della ricerca, qui il link:

    http://dancescriber.blogspot.com/search/label/the%20p.s.%20(precarious%20scholar)

  14. Simone Ghelli says:

    @Christian: è vero, la passione è fondamentale.

    @Roz: grazie della segnalazione… anch’io ho fatto il dottorato, e purtroppo posso capire la tua situazione…

  15. Pingback: due colonne taglio basso » Blog Archive » l’espatrio, l’intrusa e la scrittura

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