Precari all’erta! – Resistere o reagire?

L’intervento della settimana scorsa ha dato vita a una serie di risposte che si sono sviluppate su facebook e su alcuni blog, ad esempio su Clobosfera e su Vaghe stelle dell’Orsa .

Si tratta di un effetto di non poco conto, che dimostra l’importanza e l’impellenza del problema sollevato, ma che ha generato tutta una serie di riflessioni ad esso collegate che in alcuni casi rischiano di creare un po’ di confusione.

Si è parlato di fuga di cervelli all’estero, di artisti e intellettuali incompresi, della nostra tradizione di migranti, ma un punto mi ha colpito più di tutti: la mancata reazione da parte di un paio di generazioni (tra cui la mia) alle quali le ultime classi dirigenti hanno praticamente rubato il futuro. E’ la generazione che usiamo definire dei precari, di chi si è ritrovato con la laurea in tasca (e a volte anche il dottorato) a dover scegliere tra la fuga verso un paese migliore e la prospettiva di rimanere in Italia a fare il primo lavoro che capita, che spesso non ha niente a che vedere con l’istruzione acquisita e le esperienze precedentemente maturate.

Ciò che balza subito agli occhi è un senso diffuso d’insoddisfazione, che però molto raramente produce prese di posizione o azioni atte a modificare la situazione esistente.

Tanto per fare un esempio, chiunque può andare sui siti delle varie università italiane e constatare che continuano a fioccare i cosiddetti insegnamenti a contratto, molto spesso gratuiti o con un corrispettivo di poche centinaia di euro. Bisognerebbe avere la forza di dire di no a simili proposte, che sono dei veri e propri ricatti propinati con l’illusione di poter costituire un accesso privilegiato ad altre posizione. Bisognerebbe poter dire di no, ma i più accettano perché non ci sono alternative, e per qualcuno pronto a dire di no ci sarà sempre una nutrita fila di altri pronti ad accettare, così come ormai accettiamo la prassi del master e dello stage dopo la laurea, con la conseguente prospettiva di non entrare effettivamente nel mondo del lavoro (quello che ti paga e ti permette di costruirti qualcosa di tuo) prima dei 30 anni.

Eppure, a ben vedere, di questa generazione precaria se ne è parlato e se ne parla non solo in internet, ma anche tra le pagine dei libri o nelle immagini di alcuni film e documentari nostrani. Insomma, non è certo l’informazione a mancare, quanto piuttosto una presa di coscienza collettiva, una reazione che non si limiti all’indignazione individuale. Ciò che appare anomalo è l’anaffettività generalizzata che caratterizza il nostro paese da almeno un ventennio, e che è il frutto di più cause convergenti che hanno avuto l’effetto di allontanare le nuove generazioni dalla sfera del politico. Un allontanamento che si è tradotto da un lato in totale insofferenza e disaffezione verso la politica, dall’altro in un’adesione passiva al sistema della delega (sistema rafforzato dalla complicità di gran parte degli organi d’informazione). Il risultato è che l’Italia è diventata oggi un “paese per vecchi”, e di conseguenza disinteressata a coltivare un qualsivoglia interesse per la ricerca, l’istruzione o la cultura.

Una minoranza, quella dei precari, che per resistere deve trovare nuovi modi di organizzazione e di trasmissione del sapere e delle competenze acquisite nel corso degli anni. Il dibattito in rete può essere un buon inizio, ma è necessario che esso prenda corpo nelle azioni di tutti i giorni, che non si fermi insomma allo sproloquio.

E’ soltanto attraverso l’individuazione di un terreno comune che la resistenza (di chi ha deciso di rimanere) può trasformarsi in reazione, nella creazione di un’alternativa a un sistema in cui, nel migliore dei casi, possiamo sperare di sopravvivere tra mille rimpianti.

Simone Ghelli

6 Responses to Precari all’erta! – Resistere o reagire?

  1. Mimmo Marino says:

    caro Simone,
    La questione dei precari mi sta molto a cuore. Io stesso lo sono stato a lungo, mio fratello lo è e mia moglie sta per subire le tristi sorti ordite dalla Gelmini.
    Simone,
    i precari insorgono, sono sui tetti dei CSA, sono attaccatti alle ringhiere delle scuole, fanno scioperi della fame da ormai 5 giorni, ma non c’è un singolo organo di stampa tradizionale e che sia a livello nazionale che ne parli.
    A salerno, catania, messina, caserta, napoli (già sono tutti al SUD…) lì dove la trista Gelmini ha mietuto più vittime, dove precari storici ultra 50enni hanno avuto il ben servito dallo stato con la sola disoccupazione per 9 miseri mesi e poi il nulla… lì i precari stanno insorgendo, nell’oscurità mediatica, nell’indifferenza della gente, i precari insorgono, occupano, contestano. Ma chi lo sa??? Chi da loro voce?
    Tu dici precari all’erta, io ti dico precari ORA BASTA, ALZIAMO LA VOCE, FACCIAMOCI VEDERE, SPIEGHIAMO LE NOSTRE RAGIONI E CERCHIAMO DI LOTTARE ANCHE PER DARE UN FUTURO AI NOSTRI FIGLI.
    SIMONE,
    IN OPERIBUS CREDITE!!

  2. @Mimmo: hai pienamente ragione, gli organi di stampa su molte proteste (non solo dei precari) tacciono… però credo che ci riescano anche per via del fatto che molte di queste proteste rimangono magari a livello locale, quando non sono addirittura atti individuali… quello che ancora manca è un coordinamento territoriale, una rete che dia voce alle tante (troppe) situazioni del genere….

  3. Carmelo says:

    Anch’io sono un precario, con dottorato, post-dottorato, pubblicazioni e tutto il resto.

    Ma, mi sembra, nel dibattito sui precari si è perso di vista un problema fondamentale. Questo Paese ormai puzza, forse è sempre puzzato. Dai tempi delle “braghe di Cagoja” e dell’immobile giolittismo. Gli intellettuali di potere, borghesi di destra e di sinistra, soprattutto di sinistra, si ergono a sacerdoti custodi di etica e valori, di giusto e sbagliato. Novelli farisei, gongolano sulla morale e sul senso del dovere, ma in realtà sono solo cortigiani prezzolati. E preservano lo status quo, reazionari impomatati: lasciano marcire in cui gli idoli sono calciatori e missette, l’idolo la prurigine da gossip.

    Io non voglio recriminare sul fatto che mi sono pagato diploma, laurea e tutto il resto, lavorando da quando ho 12 anni. E non accuso nemmeno gli editori truffatori e i professori unviersitari reietti che ho incontrato. Non me ne importa nulla. I fanfaroni si incontreranno sempre.

    Voglio sapere se esiste qualcuno disposto a RESISTERE FINO IN FONDO, ad appiccare un INCENDIO, ad essere urna inesausta di spirito, in un Paese che è cancro per ogni slancio vitale, non solo culturale. Il problema non sono i fondi: viva i tagli, che abbattono i rami secchi! Il problema è la muffa stantìa che rende impossibile un futuro diverso.

    Io posso promettere una sola cosa: che, qualunque cosa mi succeda, farò di tutto per appiccare il fuoco!

    Carmelo

  4. Simone Ghelli says:

    @Carmelo: sono d’accordo con te sul fatto che i tagli non siano IL problema, ma di certo contribuiscono a peggiorare la situazione di quelli che non fanno parte della cosiddetta “casta” di cui parli… ciò che manca in questo paese è il ricambio generazionale, all’università come in tanti altri spazi più o meno pubblici…

  5. dimitrichimenti says:

    Cara la mia merdaccia,
    volevo farti i complimenti (una volta tanto non te la meno).
    Spero che il discorso che hai iniziato possa proseguire.
    Fammi sapere del vostro tour settembrino. Magari si trova una data.

  6. ciao Dimitri,

    meno male che ogni tanto mi fai i complimenti, va!
    un’altra data sarebbe ottima… ti scrivo in privato e ti faccio sapere come siam messi… 🙂

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