Precari all’erta! – Una terra promessa…

Vorrei fare alcune precisazioni riguardo alla mia iniziale provocazione sul tema “restare o partire?”. Si tratta di alcune riflessioni nate in seguito alla lettura dei tanti commenti alle varie note apparse su facebook, grazie alle quali il dibattito si è trasferito sull’inserto domenicale de Il Sole 24 ore prima e su Carmilla dopo.

Innanzitutto vorrei precisare che la mia intenzione di restare non è legata a un sentimento di patriottismo, ma si fonda sul presupposto che è a partire dal territorio su cui vivo quotidianamente (sul luogo di lavoro, per strada, negli spazi culturali più o meno ufficiali) che devo impegnarmi per migliorare le cose. È ovvio che mi ritrovi dunque a parlare del “sistema Italia”, e che mi debba confrontare con le logiche di quel sistema, altrimenti me ne sarei già andato e non mi porrei il problema in questi termini.

Una seconda precisazione, che mi sembrava già esplicita nei miei interventi: ritengo fuorviante metterla sul piano del coraggio. Non si tratta di una gara a chi è più eroe. Partire e restare sono due scelte opposte, eppure legate a uno stesso malessere, e questo è un valido motivo per ragionare senza porsi paletti o confini, magari creando una piattaforma comune dove poter confrontare le diverse esperienze. Precisato ciò, nelle guerre tra poveri siamo tutti un po’ eroi e un po’ fessi allo stesso tempo.

E qui veniamo al terzo punto, il più importante, quello di cui ho già parlato nel post precedente: cosa fare nella pratica? Una cosa che ho notato nei commenti, e che deriva dall’effetto “cascata” di internet (dove con facilità si possono spostare i confini di una discussione per allargarla all’infinito), è un malcontento diffuso, figlio forse dell’impossibilità di trovare delle cause ben definite della situazione attuale. Si parla naturalmente di responsabilità politiche (di destra e di sinistra), dei media, di una sorta di attitudine congenita degli italiani a lasciar fare, per non parlare di una serie di valori condivisi dalla maggioranza (ad esempio un certo maschilismo dilagante che l’ha fatta da padrone in quest’estate di “scandali rosa”) ma invisi a chi in questo dibattito è intervenuto. Questo per dire che prima del cosa fare, bisognerebbe forse chiedersi chi e quanti siamo, contarsi insomma.  La mia idea, col rischio di ripetermi, è che siamo in tanti ma sembriamo pochi, proprio perché parcellizzati in una serie di iniziative individuali che, se hanno il merito di dimostrare una forma di resistenza, corrono d’altro canto il rischio di rimanere isolate e di non offrire reali alternative. Alla resa dei conti siamo quindi una minoranza (o almeno è così che appariamo dinanzi all’opinione pubblica) ed è da questo presupposto che dovremmo partire.

La sinergia createsi in pochi giorni sul web è un esempio concreto di come possiamo muoverci, di come la rete possa scavalcare certe mediazioni tipiche di altri strumenti e offrirsi come possibile piattaforma di lavoro.

Proprio come dovrebbe accadere entro pochi giorni, con un nuovo blog dedicato al “precariato intellettuale” (scuola, università, editoria, etc), di cui ospiteremo un contributo.

E per concludere, vorrei prendere a prestito una frase estrapolata da un commento di Laura su Clobosfera, e che mi piacerebbe prendere come motto da tenere sempre a mente: “Non lavorate gratis per le università, lavorate gratis per la comunità, che vuol dire per voi stessi”.

Capito, cari i miei precari? Perciò state all’erta!

Simone Ghelli

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5 Responses to Precari all’erta! – Una terra promessa…

  1. Lo(renza) says:

    Salve a tutti,
    ho letto la lunga discussione che è nata dalla riflessione di Ghelli sul tema “restare o partire”, tema che credo abbia toccato tutti noi trentenni alla ricerca di affermazione, o anche semplicemente di indipendenza. Io ad un certo punto, dopo la laurea, sono partita e sono andata in un posto dove ho avuto la possibilità di vivere del lavoro che avevo scelto e in qualche modo di realizzare i miei sogni. Ma ero dall’altra parte del mondo e allora mi sono chiesta: se riesco qui, perché non dovrei riuscirci nel mio paese? E sono tornata in Italia con un obbiettivo da raggiungere e mi sono adoperata affinché non ci sono riuscita (e lo continuo a fare quotidianamente). Dopo la laurea ho detto no a master e a stage e, dopo essermi iscritta all’esame per il dottorato, non mi sono presentata alla prova perché i nomi dei miei colleghi mi dicevano in anticipo chi l’avrebbe superata. Ho cestinato il bollettino pagato e mi sono messa in marcia verso il “sistema Italia”. Mi ci sono scontrata costantemente, ma non credo che lamentarci, scaricare le colpe, additare i potenti aiuti la nostra realizzazione. Scrivo questo non perché non esistano queste realtà, ma semplicemente perché sono dei dati di fatto. Per esempio la lottizzazione esiste da sempre e non è un problema che riguarda solo la nostra generazione di precari; i potenti, in quanto tali, hanno fatto da sempre abuso di potere in difesa dei propri interessi; la meritocrazia non è un criterio che appartiene alla nostra cultura. E inutile stupirsi. Sono rientrata in Italia cosciente di questo e mi sono adoperata per vincere la mia battaglia malgrado tutto. Sicuramente c’è una certa dose di individualismo in tutti noi e credo, come ritiene Ghelli, che il problema che ci affligge è che non tendiamo a fare gruppo, comunità, movimento unico. E mi permetto di aggiungere che mancano figure carismatiche, in grado di convincere e coinvolgere gli altri. I progetti e le iniziative rimangono limitati a piccole realtà e nella rete, che è il nostro mondo ma non può ancora competere con il sistema Italia. Dobbiamo uscirne fuori (è per questo che stimo e apprezzo quello che fanno gli scrittori precari) e comunicare tra di noi per costruire qualcosa. Ma credo che ci manchino dei leader. Sapete quelle figure in grado di infuocare? Non vedo uno di noi infuocato e mi piacerebbe incontrarlo. Dov’è l’ardore? Dov’è il fuoco sacro? Ma forse ognuno di noi pensa la stessa cosa, cioè che tocchi ad un altro prendere l’iniziativa (forse perché siamo stati istruiti alla pigrizia intellettuale e d’azione?!). E ogni giorno mi chiedo perché non sono io a mettermi in testa a una baraonda che investa il sistema. Se ognuno di noi si facesse la stessa domanda e si chiarisse le idee sul perché non agisce (cioè non faccia qualcosa che vada oltre un post, un blog, un libro) potremmo ottenere un punto di partenza concettuale dal quale poi fare il passo successivo. In mancanza di leader, l’alternativa è assecondare il sistema Italia per entrarci e combatterlo da dentro. Forse sarò impopolare in questo, ma visto che è mastodontico, organizzato e chiuso, l’unico modo è cercare di entrarci e provare a modificare le cose da dentro. Forse sono la più disillusa di tutti.

    • fedemast says:

      Replico al post di Simone dopo aver già partecipato alla discussione su Clobosfera. Mi sta molto a cuore il tema perché attualmente sono uno di quelli che ha lasciato l’Italia. Per molto tempo ho riflettuto sul tema della partenza. Mi chiedevo se fosse un “abbandonare la lotta”, se “potessi contribuire al mio paese”. Quando ho lasciato Roma mi sono tolto un peso dal cuore. E ho iniziato a fare quello che mi riesce meglio. Pagato, rispettato. E imparo. Sono d’accordo con Simone sul fatto che non va messo l’accento sul coraggio. Credo che ci voglia molto coraggio a partire e molto coraggio a restare. Per me la discriminante è un’altra. È utile? Cosa posso fare per me e per la comunità (in senso lato. non mi sento di appartenere di più alla comunità italiana rispetto a quella internazionale. retaggi di un internazionalismo che ha sempre più valore oggi) restando e cosa posso fare rimanendo. Io sto sperimentando che partendo ho più possibilità di crescere, di mettere le mie capacità al servizio della mia ambizione e dei miei ideali. Per questo e solo per questo l’opzione migliore è la partenza. Trovando gli spazi e le motivazioni giuste è altrettanto valida la scelta di restare. Per quanto riguarda il “fare sistema” è piuttosto difficile anche perché, come si evince anche dalle parole di Lorenza (se non le sto male interpretando) si evita di fare un discorso generazionale e “di classe”, perché queste categorie ci sono state portate via violentemente durante gli ultimi decenni da una classe dirigente/intellettuale/politica che ha vissuto la contestazione, ha costruito il nostro presente fosco e ora nega il proprio passato e ci nega un futuro. C’è uno scontro generazionale e c’è uno scontro di classe, e solo su queste categorie politiche si può pensare ad un fronte comune. Altrimenti intorno a cosa potremmo fare quadrato, bloccati nelle nostre individualità come monadi?
      La domanda è aperta. Grazie Simone per lo spazio e per gli spunti.
      un abbraccio.
      Radical Shock

  2. @Lorenza: l’azione, di cui parlavo nel post precedente, va a buon fine (parere mio) se parte da un sentimento comune, soprattutto in un paese come il nostro, che dopo i fatti di Genova fatica a rimettere in piedi un discorso trasversale alle classi e alle generazioni… e qui rispondo al commento di Radical Shock… a quale classe appartiene il precariato? Non vi è un senso di appartenenza perché ci hanno messo nelle condizioni di essere gli uni contro gli altri sul luogo di lavoro, dove ciò che conta, prima delle competenze, è il prezzo a cui ti vendi (meglio gratis se possibile)…

  3. Salve a tutti, ho partecipato saltuariamente a questo dibattitto, soprattutto attraverso facebook (meno serio, lo so, ma forse + visibile). Forse “contarci tra noi” è una cosa buona, ma dovremmo fare in fretta. Ora anche Silvia Ballestra è stata denunciata. Siamo un paese semilibero dal punto di vista della comunicazione, e presto anche dal punto di vista delle “manifestazioni”, sempre + represse con la violenza e i divieti. La situazione sta degenerando e secondo me, bisogna fare numero non solo tra chi effettivamente c’è, ma anche su chi non c’è, coinvolgere persone, intellettuali e, se disposte in modo serio e concreto, anche autorità estere, visto che in Italia non si può. Non voglio fare una “comune”, anche perché sono uno che va + per l’individualismo, ma in questi casi bisogna sfociare oltre.

  4. fabiana says:

    Leggo con piacere questo post in quanto vi rispecchio molti pensieri e ragionamenti affrontati da sola ed in compagnia. Lasciare o rimanere?
    Sopravivvere continuando a specializzarsi o vivere di lavoro e meritrocazia?
    La nostra penisola ha una politica che tale non è piiù, mass media e leader vanno a braccetto ma il diritto dell’informazione sta andando ad a quel paese..nn cè più distinzione tra finzione e relatà. Ma tutte le persone che vogliono creare, dar voce alla società, come posso farlo?
    attraverso blog, spot ecc…ovvero la rete…
    oppure si scende in piazza, retaggi di un 68 che attualmente è stato portato al cinema da un grande Michele Placido, ma tutto ciò ha creato una bufera mediatica.
    Un pò come noemi- Silvio e veronica Berlusconi.
    Scusate, ma credo che la vita sia solo uno ed è un diritto viverla al meglio.
    Personalmente credo che in primavera darò l’esame da giornalista e se nulla cambierà, sarò io a prendere il volo….magari per tornare, ma più speranzosa e con una nuova voglia di combattere e cambiare una grigia realtà….

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