Precari all’erta! – Internet e letteratura

Per continuare coi rapporti tra internet e carta stampata, oggi vorrei focalizzarmi su un articolo uscito sul Corriere della Sera di giovedì primo ottobre, che riflette sull’influenza di internet sulla letteratura contemporanea, ricollegandosi in parte anche a un precedente articolo dello stesso Giuseppe Genna uscito il primo agosto su Milano Finanza.
Riassumendo, si può dire che in questo pezzo emergono due posizioni affatto nuove e apparentemente agli antipodi: da una parte quella che viene definita la vulgata degli “integrati”, rappresentata per l’occasione da Genna, e dall’altra quella degli “apocalittici” come Antonio Moresco. I primi sarebbero quelli che ripongono molta fiducia nel mezzo, nelle sue possibilità di rivoluzionare il linguaggio ed i suoi modi di fruizione, mentre i secondi apparterrebbero invece alla specie degli scettici che non si fidano della democrazia del web, che anziché rivoluzionare i linguaggi tenderebbe piuttosto a favorire il riciclaggio e la clonazione di quelli già esistenti.
La mia opinione è che entrambi i punti di vista siano condivisibili e che la loro inconciliabilità dipenda dal fatto che tendono a rimarcare, estremizzandoli, i possibili effetti (ancora tutti da dimostrare) del web sulle forme di scrittura (e non mi limiterei a considerare la sola letteratura).
Forse l’inconciliabilità di fondo tra le due visioni è piuttosto il risultato di un problema di metodo, poiché nell’articolo in oggetto mi sembra che si tenda a sovrapporre piani tra loro diversi: insomma, la letteratura e il panorama letterario sono due cose diverse, così come bisognerebbe chiarirsi sul significato specifico da dare alla parola linguaggio, che mi pare tenda qui a confondersi con la lingua e lo stile. Ecco perché i due discorsi apparentemente antitetici potrebbero in qualche modo ritrovarsi su un piano comune: Genna parla di spazi di discussione alternativi, mentre quello di Moresco è un discorso sulle forme; si discute sempre di web e scrittura, ma in due accezioni completamente diverse.
Il minimo comun denominatore delle due posizioni sta a mio parere nella stretta interdipendenza tra natura del mezzo e produzione di linguaggi, poiché se da una parte il web dà la possibilità di moltiplicare gli spazi di discussione, e dunque di allargare potenzialmente la sfera del sapere e il numero delle persone che vi possono partecipare attivamente (permettendo anche la nascita di quella nuova critica militante di cui parla Dario Voltolini alla fine dell’articolo), dall’altra esso può effettivamente favorire la diffusione di forme di scrittura più facilmente “normalizzabili”.
Per questo io sarei più portato a usare il termine scrittura (o ancor meglio scritture) in luogo di letteratura. Da un punto di vista strettamente stilistico il web può infatti essere un’ottima palestra di scrittura, di confronto (laddove vi sia però sempre un’adeguata attività “promozionale”, che permetta al blogger di turno di avere visibilità e dunque feedback), ma la sua influenza sulla letteratura (intesa come corpus di opere riconosciute da critica e pubblico) mi sembra si limiti per adesso ad alcuni sporadici casi “di tendenza”. Sicuramente il web influirà sulla velocità di scrittura, così come accade con gli sms dei telefonini, ma bisognerà capire quali sono gli effetti di queste modalità (che per molti è barbarie e perdita della lingua) quando precipitano fuori della rete (del mezzo specifico).
Mi sembrerebbe invece più prolifico un discorso sulle dinamiche della scrittura collettiva (le scritture – penso ad esempio all’esperimento del SIC o ai collettivi come Luther Blisset e Wu Ming), dove il mezzo in-forma realmente un modo di fare letteratura autonoma e originale, a differenza dell’esempio del blog che si riversa sulla pagina, che per quanto rappresenti una forma di letteratura direttamente derivata da internet, si presenta molto simile per dinamiche e struttura alla precedente produzione diaristica.

One Response to Precari all’erta! – Internet e letteratura

  1. “…e mi disse, se io avevo un amico che la amava, di insegnargli soltanto a narrarle la mia storia, e questo l’avrebbe conquistata.”
    W.Shakespeare, Otello, I,3

    Dalla lettura dei magazine settimanali, ritualmente impilati giorno a giorno in vista di una disamina domenicale saggia del senno dei sette giorni trascorsi, e che previene dall’ulcera del quotidiano, apprendo che va (che è tornato) di moda lo storytelling. Chequasis’incoraggia a praticarlo: “anche in politica” suggerisce Paola Zanuttini sul “Venerdì” del 25 Settembre.

    “Cos’è storytelling?! – mi domandano i miei piccoli nerdlettori – Un’espansione di D&D, una skill per la classe del Bardo?!” Ad orecchio in effetti parrebbe, o almeno suona tale a chi nerdscrive. E qui, invece, si fa intellettualmente sul serio.

    C’è ora sugli scaffali un omonimo saggio di Christian Salmon (Fazi) che leggo per interesse e utilità accademica; c’è in “Vanity Fair” del 30 Settembre 2009 una pagina di Gad Lerner su “bugie di Brunetta”:

    “… la biografia che il ministro s’è voluto ritagliare su misura per i mass media: io sono un piccoletto che viene dal popolo, mio padre era venditore ambulante a Venezia, studiando ho surclassato i figli di papà, ma poi le camarille universitarie mi hanno tarpato la carriera, giro con la scorta perché i terroristi mi vogliono uccidere, sono così coraggioso che una volta ho sbattuto la porta in faccia pure a Berlusconi.”

    Nota: l’ho riportata per intero perché è un bel story(ella)telling, checché dei nominati protagonisti non è che mi curi granché, quanto piuttosto mi interessa il metodo.

    Senza addurre argomenti, definizioni, onanismi, vocaboloni da “élite di merda” (giacché restiamo in compagnia di Brunetta: e anche queste parolacce sue) diciamo che storytelling è insieme il saperla lunga ed il saperla raccontare. Ciò che insomma i pescatori praticano da quando millantano decimetri di trota (il che presuppongo risalga al Cro-Magnon …); la novità sta nel fatto che oggidì lo storytelling lo si aggiunge agli arsenali politici, economici, morali e dell’informazione. Mentre allora completava la birra, le freccette, la sigaretta e il bar: “oh gran bontà de’ cavalieri antiqui!” (Lodovico Ariosto)

    Ha ragione a dire il vero la Bibbia, che “non c’è nulla di nuovo sotto il sole”: perché i principi rinascimentali e barocchi che, in spettacoli di corte scritti apposta, si esibivano e proponevano e raccontavano come Soli o Giovepluvi circondati di pianetuncoli e déi minori erano barzellettieri di gran lunga migliori di certi showpremier scafatisi in crociera.

    Né l’espediente è forgiato a Mordor ed è un’arma perciò dei cattivi: ché un Obama la maneggia con altrettanta disinvoltura. Me ne accorsi esaminando da narratologo il suo ormai celebre discorso di insediamento, e sono contento di ritrovare in Salmon il pensiero che “con Obama ha vinto l’epica”. In effetti.

    Ma insomma come ormai per tutto quanto, in luogo di più esatte ed articolate definizioni (Jacob Burckhardt per il fenomeno avrebbe pagine e pagine, ma che vuoi farci, sta a prendere polvere su una scansia troppo in alto…), ci serve un bel fiammante frizzante trademark da argentostampare su scatole e copertine: e dunque storytelling sia.

    Mi piacerebbe occuparmi – come al solito ribadisco – di galeoni ed astronavi e stregonerie, automi a molla, archibugi, battaglie fra tercios di picchieri e misteriosi figuri paludati di nero. Però per vocazione narro e per mestiere son docente di narrare: quindi tanto al fisco che nel mondo iperuraneo risulto compromesso col racconto. E se per esempio un commerciante serra o s’adegua – ovvero direttamente interviene e Iddio lo salvi se non è nel giusto! – quando il governo e la società gli impongono misure, mi pare opportuno inutilmente intervenire, a superfluo mezzo blog, su ciò che “pur nuova legge impone” (Ugo Foscolo). Che altrimenti potrei fare? Nulla.

    Assurda divagazione: assumere qual fatto compiuto che sistemi, istituzioni, costumi, pubblici personaggi e referenti – dove ormai non la vita privata, per quel che di privato le resta… – che cioè tutto ciò che ci riguarda e soprattutto ci regola è soggetto a strutture narrative opportunisticamente e un po’ malignamente elaborate, o peggio è narrativa senza reale riscontro, certo ci prepara psicologicamente ad un esodo biblico della intera civiltà, o almeno la civiltà occidentale, in virtualterre virtualpromesse del genere “Second Life”. Dico cioè che se sono prono a questo, per esempio ad affidarmi per un intervento chirurgico al medico “che rimanda per immaginario collettivo” a quello di “E.R.” o “Doctor House” o “Grace Anatomy” piuttosto che all’anonimo luminare di grigi studi e silenziosa pratica in un pubblico ospedale dalle pareti smorzate, allora sono disposto anche ad incenerire le mie viscere e le mie ossa e traslare per sempre in un avatar da videogame. Tanto a quel punto anche “il dolce ritrovare l’acqua e il pane” di petrarchesca memoria consisteranno di narrazioni, e dunque masticherò e berrò e mi sosterrò di gastrostorielle e null’altro. Questa è magari un’occulta misura, architettata da tempo da segreti architetti delle nazioni, per preservarci se non altro come cultura dall’armageddon 2012. Wow che romanzo. “Matrix” a confronto è verismo alla “Malavoglia”. Peccato, poi, che stimo i tre quarti della popolazione mondiale – nonché i disagiati che ci abitano a fianco – all’ora di pranzo non vadano al cinema né leggano fantascienza.

    Fine dell’assurda divagazione.

    Ammettiamo che sia così. Ammettiamo che ormai ineluttabilmente preferisca il prodotto A, l’informazione A, la morale A, la cultura A, la politica A alle B controparti in quanto conquistato dagli esametri di personaggi, di un’informazione, di un prodotto, di un’ideologia che contro tutti e tutti abbia prima dickensianamente sgobbato in dickensiani tuguri, lì avuta la pitagorica epifania, si sia shakespearianamente confrontata con gli avversari, soprattutto dialetticamente ma un bel duello non guasta, e abbia infine brucewillissianamente trionfato in canottiere bucate e sudate quali le nostre nei nostri banali guardaroba. Per darci a intendere che anche we, can.

    Non a caso, incantare sta per “avvolgere, irretire nel canto”. E il canto è in origine racconto, gli esametri di cui sopra.

    Ammettiamo anche che sì, che un po’ s’esagera, che non sarà andata proprioproprio così – come trote e pescatori cui accenno qualche paragrafo più su – ma che alla fine in effetti la trota sta nel piatto e in-cantato la gusto più entusiasta.

    Digressione senza cuore: ciò mi intenerisce ai racconti da presepe sismico di Onna, mi emoziona all’intervento delle G.I.-Joesquadre della Protezione Civile at the Viareggio Hell, mi commuove a funerali alla De Amicis quali quelli dei caduti in Afghanistan (perdonate il cattivo, anzi l’atroce gusto ma in questo caso “il peccato” è stato messo, e non è, “negli occhi di chi guarda”): storytelling.

    Ciò tuttavia mi fa anche scendere in piazza, come in un campo lungo di Bernardo Bertolucci, a braccetto con generazioni di artisti per protestare epperò performare (e che corale performance, che grande scena di massa) contro i tagli al FUS: storytelling.

    E’ ormai, pace all’anima di Pier Capponi, un opporre squillanti trombe e sonanti campane. Con quell’amaro sentore però di Lettera di San Paolo ai Corinti che avverte del nulla del cembalo che squilla.

    Fine digressione senza cuore.

    Allerta su quest’aspetto: categorie quali la coerenza, oppure la verisimiglianza, e strumenti e strutture che in narrativa quella nobile quella vera quella “innocua” garantiscono l’eccellenza di un racconto, e in effetti i narratori le perseguono, le esercitano, s’affaticano a padroneggiarle, in questo che oggi s’usa storytelling divengono stratagemmi i più perniciosi: perché preservano la menzogna, l’inganno, strutturano falsità. Tale è storytelling nella Lingua del Nemico.

    Un esempio letterario: che il Professor Moriarty e Sherlock Holmes s’odino per decenni d’inimicizia mortale, e che precipitino avvinghiati in corpo a corpo nelle cascate di Reichenbach, è coerenza al carattere di siffatti personaggi, al loro tragico destino d’eroi tragici ed è verisimiglianza dell’esito di un tale scontro (Holmes e Moriarty, pari per intelletto e per tempra, lottando sul ciglio di un abisso cadono giù: non è che battendosi distruggono le Alpi Svizzere quasi che a scontrarsi siano due Trasformers…). E mi sta bene per Moriarty ed Holmes.

    Ho citato un racconto d’avventura perché, in merito alle suddette categorie e strumenti, gli artigiani e popolari romanzieri “di genere” non sono giocoforza secondi a nessuno: provate con l’intimismo ad ottenere altrettanto.

    Che si seguiti però ad in-cantarmi con feuilleton strutturati in tiggìpuntate di infallibili leader che risolvono crisi mondiali con una telefonata, riprese economiche che neppure lo stato di Oz, orde di rumeni e rom più terribili e feroci di legioni di Uruk-Hai, e tutto ciò sia dato per verisimile, non è uno storytelling che mi garba. Né mi garbano le lunghe marce ri-moraleggianti, su aprichi sentieri di mattoni gialli tutti indossando scarpette da Doroty, che seguitano a favoleggiare certi miti storyteller di fantasynistra.

    Ma ammettiamo anche che queste cose si sanno. Le sappiamo noi che le vogliamo sapere e le sa chi non gli interessa ma lo stesso le sa: perché ormai si è tutti bari e bluffatori a tal segno che di bluff che t’ingannano non se ne trovano più. Lo sappiamo dalla prima colazione fino alle clandestine notti televisive. Lo sai che i biscotti dentro il tetrapack color crema non saranno mai quelli narrati dal packaging: graal di una queste della perduta genuinità che principia dal Mulino sullo sfondo e finisce nello sposalizio dei suddetti frollini con la brocca di latte, o il frutto, in primo piano. Lo sai che quel “però io ho visto un documentario su Rai Tre, ovviamente alle due di notte così nessuno lo vede, che invece mostrava che…” è ormai il codificato racconto, l’ennesimo episodio, dell’Eversive Avventure dello Spettatore Intelligente. Lettori (pubblico, consumatori…) di medesime storie. Che parimenti ci raccontano (ci danno a intendere, ci vendono) a seconda dei gusti: la novella filogovernativa, la novella disobbediente.

    E lo stesso sgranocchiamo ogni dì brutti biscotti sbriciolati, né la CIA è sulle nostre tracce perché abbiamo visto e parlato di quel documentario. Nevvero?

    So che in ballo bisogna ballare. So che quando si gioca le regole valgono per entrambi. Che se tu puoi far gol nella mia porta anch’io posso segnare alla tua. Ma affrontare il Nemico a bordate di storytelling, oggi, mi par voler fregare Zorro a scherma e ostinarsi a non capire perché non si prevalga: “eppure non impugniamo entrambi una sciabola?!…”

    No, stupido.

    Vorrei semplicemente arrabbiarmi, protestare che il raccontare storie lo si lasci a noi narratori. E pretendere che le reclame che mi invitano ad acquistare – poiché spendo denaro che guadagno lavorando, altrimenti necessario al mio sostentamento – invece di propinarmi telenovelas mi informino laconicamente di prezzo, punti vendita, denominazione e reali caratteristiche del prodotto in oggetto. Pretendere un’informazione algida di cinque w invece di telesonetti di circostanza.

    (afflitto sospiro)

    Faccio dunque ciò che posso da scrittore. E la mia-tutta-mia discutibile posizione è d’opporre pettrinali seicenteschi alla rapida e troppo scaltra Lingua e lama del Nemico. Inseguitemi – oh voi sgherri oh voi bravacci oh voi lacchè, se ne avete gli strumenti – su mari infestati di leviatani; calcolatemi mutui e preventivi – oh voi banche o voi agenzie di credito – su wunderkammer ed orrende segrete.

    Racconto pindariche, rutilanti storie il cui racconto (in termini narratologici ed ivi compreso lo stile, la lingua: perché hai voglia a rintronarmi di emozionante e commovente – è tutto diventato emozionante e commovente, fateci caso… – quando io preferisco più sottilmente mancare; venir meno; struggermi; avvampare…), i cui contenuti s’affranchino dalle leggi di certo storytelling: che è un trailer della nostra società o – dubbio terrificante – viceversa?

    Da tempo infatti ho un rovello inconfessabile (e qui ora voleranno pietre): che anche la scrittura più sinceramente “impegnata”, o “contro”, o “di denuncia” e “testimonianza”, dalle storie di laureati nel purgatorio dei callcenter e adolescenti che fan l’amore in cameretta, fino a testimonianze più gravi di violenza sui minori e le donne, di mafia, di integralismo, di razzismo, di sfruttamento e morte sul lavoro, finiscano ormai inevitabilmente a priori per obbedire alle regole del più perfido storytelling; assolvono – in un modello attanziale alla Greimas di questa narrativa-cultura, di questa narrativa-società, il ruolo necessario (ma necessario narrativamente!) dell’Opponente. Però pur sempre attanti (non è un sano e civile ed umano causa-effetto): ragione del protagonismo dei Protagonisti col loro essere appunto, in certo modo codificato, Opponenti. E anche qui viceversa.

    Nota: però su questo nodo mi riservo di tornare.

    Chiudo, per oggi, meditando sulla favola del pastore burlone: che finse, raccontò la minaccia del lupo quella volta di più. Quella volta di troppo.

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