Face to Face! – Amira Munteanu

Amira è un vampiro metropolitano, dei nostri giorni, un essere che crea arte e ne beve dalla giugulare pulsante. L’ho conosciuta grazie a due grandi “artisti” come Manuela Gandini e Alan Jones e dopo aver visto i suoi lavori ho deciso di intervistarla.

Quattro chiacchiere con i canini sul collo.

Amira: vampira antropologicamente modificata, cosa si nasconde dietro questa definizione?

E’ la frase autoironica con la quale inizia il mio libro d’arte sul vampiraggio, argomento molto discusso in questi tempi. Il mito del vampiro affascina da 200 anni e ha avuto anche una sua evoluzione.

Per me è un gioco autoironico sul mio folklore e gli ho dato una connotazione diversa in quanto legata favolette della Transilvania, terra dove io sono nata.

Con la mia arte rivendico la serietà delle cose frivole e l’ironia delle cose serie. Ovvero? Che tipo di arte crei?

Non credo alle tipologie. Le considero termini inventati o assunti da studiosi, critici, che fanno di tutto per schematizzare il lavoro dell’artista e inquadrarlo in una cosiddetta tipologia.

L’artista non la pensa cosi, è libero, crea senza pensare al tipo di arte, alla corrente o alla tipologia in cui verrà poi catalogato.

Come nasce Amira e la sua passione per l´arte?

Sono nata in una casa piena d’arte, i miei erano appassionati e molti dei miei familiari hanno scelto la via dell’arte, dunque ho avuto la fortuna di respirarne sin da piccola.

Perché l’Italia? C’è ancora spazio qui per l’arte e soprattutto per donne artiste?

Lo spazio te lo crei. Sono 12 anni che vivo e lavoro in Italia. Sono arrivata qua per l’arte che appartiene a questa nazione.

Per quello che riguarda la donna artista è un argomento molto discusso, basta non farci troppo condizionare da quello che si dice.

Sei più una performer o un’artista pura?

Chi lo dice che un’artista performer non è un’artista pura? Io uso la performance come contorno o come un aggiunta ad un’’idea, ma non mi limito all’effimerità della performance.

Penso che serva per dare forma a un’idea, ma l’idea non si deve limitare solo alla performance.

Quale forma prediligi per le tue creazioni?

Io creo quello che sento e mi sento molto libera nel farlo.

Cerco di indagare su argomenti che m’interessano veramente nel momento del mio lavoro senza però soffermarmi per anni sulla stessa forma.

Infatti ho spaziato dal figurativo all’astratto, collage, fotografia, scultura, installazioni, performance e anche video.

Cosa fa cultura oggi?

Quasi niente… quello che si fa oggi nell’arte non è cultura, è più vicino a varie forme mediatiche o pubblicitarie.

L’artista fa operazioni troppo individuali e socialmente non esiste un contesto per radunare il lavoro degli artisti contemporanei in una tendenza.

Il lavoro individuale ha bisogno di decenni per diventare cultura e per ciò io non credo che l’arte contemporanea faccia cultura in questo momento.

Quali sono i tuoi riferimenti nell’arte?

La sincerità del pensiero e il lavoro libero senza condizionamenti imposti dal mercato.

Trovo obbligatoria una ricerca sul contenuto del lavoro che si intende fare e diffido dai lavori senza un approfondimento sensato.

Vivere, morire o risorgere?

Immedesimata nelle vesti della vampira direi ”vivere da vampiro”.

Buio e luce. Cosa preferisci?

Direi ”quella luce buia”.

Il silenzio cos’è per te?

Saper far rumore.

La frase che vorresti ti rappresentasse.

Ogni lavoro ha il suo motto, un solo termine lo trovo limitativo.

Il libro che ha accompagnato la mia mostra sul vampiraggio è pieno di frasi ricercate e ironiche sul mito del vampiro, ma come avevo detto il mio lavoro è in evoluzione e dal profano argomento vampiresco mi sto avviando verso un mondo poco esplorato in questo momento: IL SACRO.

Alex Pietrogiacomi

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