Coincidenze – Pigrizia e solitudine

Il silenzio delle piccole stanze alla fine di lunghi corridoi ricorda la quiete di certe spiagge chiuse da alti faraglioni.

È impossibile diluire la tranquillità con qualche parola o sperare in un cambiamento che venga dall’alto: non c’è nessuna possibilità di creare un rumore se la natura non te lo permette. E spesso, la natura, si preserva dall’uomo, rendendo impossibile ogni suono.

Senza suono, senza l’illusione di poter modificare l’aria che gli sta attorno, l’uomo muore – e la paura della morte lo tiene ben lontano.

Dovresti avere molto coraggio per vivere senza suoni, senza bocche, senza orecchi.

Quando sei pigro la vita ti pesa tutta, tutta quanta e sempre. La pigrizia ti rallenta e ti avvicina a un meridiano del desiderio: vuoi poche cose fondamentali e poi basta, solo il raggiungibile e l’indispensabile, niente astrusità… troppa fatica. La pigrizia ti rende egoista e feroce, una ferocia da Caligola, molto placida e praticamente immobile, sonnacchiosa e contemplativa. Quando sei egoista non ti devi fare in quattro per gli altri e non devi chiedere nulla a nessuno.

Quando sei pigro sei capace di certe azioni che agli altri non verrebbero mai in mente, perché gli altri non stanno ore e ore distesi a riflettere su come arrivare a quel dato oggetto senza muoversi. Perché solo un vero pigro riuscirebbe a vivere quasi sempre su un divano o a letto, perché sono animali raffinati possono non interrompere mai il loro letargo.

Quando guardi Orso sei davanti a un animale che va per il quintale, che respira sommessamente, brontola, si raschia dal catarro la voce arrochita di silenzio e prima di muoversi ci riflette bene.

Ogni sua azione è un’azione meditata e definitiva, vive in una deliziosa casa imbiancata a strapiombo sull’orlo di un fineisola come tanti negli arcipelaghi mediterranei, non vuole incontrare nessuno. “Solo un totale, duro, inequivocabile, brutale egoismo ci può salvare. Siate chiusi, incomprensibili, scostanti, scortesi, violenti ed egoisti e vedrete che vivere vi sembrerà se non più bello più facile” consigliava spesso.

S’interrogava sulla natura umana, che per un monopoli cancella notti intere, che per un potere effimero trascura i propri principi spesi con gli amici in lunghe sbornie.

Ma Orso non era sempre stato così: da giovane aveva amato ed era stato amato, aveva lottato e pensato, letto molto e amato troppo ogni musica. Era stato davvero un tassello entusiasta del presente. Poi era cominciata l’insonnia, un treno di pensieri lo teneva sveglio ogni notte a riflettere sulle persone e i loro comportamenti. Aveva finito col non fidarsi più di nessuno. E si era definitivamente chiuso in sè.

Poi, un giorno, una donna l’aveva innamorato e lui si era a poco a poco ricominciato ad aprire. Purtroppo, quel che aveva da offrire, dopo un po’, alla donna, smise d’interessare e Orso rimase solo. E anche alcuni suoi amici lo tradirono e la natura umana gli parve sempre più meschina e traditrice.

Si era aperto, Orso, in un momento in cui, come un elastico dopo l’eccessiva tensione, era ritornato floscio. Era ritornato a tendersi, espandersi in ansia di rapporti umani. Ed era rimasto tradito.

Ora Orso contempla il mare, vive come una solitudine che contempla un’altra solitudine, e si domanda quando la finiranno gli uomini di tradirsi, quando si metteranno a constatare la bellezza dei bicchieri allineati come barili di scintillii e a contare i fiori viola annodati nel cielo blu e a non rimpiangere le loro indulgenze occasionali scivolate sulle guance di innamorati delusi.

Ogni uomo della terra meriterebbe un po’ di rispetto per le proprie illusioni, almeno quel po’ di rispetto che gli consenta di viverne e bearsene, in attesa di un’epifania più grande e più magnanima dell’umano quotidiano squallore.

Antonio Romano

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