Il silenzio perfetto

«Tuo nonno aveva la patente ma non ha mai guidato» dice Vera, sedendosi in cucina.

«Si è sempre vergognato di ammetterlo, ma girava solo in taxi e in monopattino.»

«È per questo che ebbe quell’incidente sbattendo contro il cartellone pubblicitario del mobilificio Fichera?» le chiedo, perdendo improvvisamente interesse per la maschera purificante all’argilla che sto mescolando nel vaso finto Ming, regalo dello zio Aristide.

«No, quello fu perché si era messo in testa di provare lo skateboard. Ma non aveva capito come svoltare a destra. A sinistra sì, però.»

«Lasciamo perdere. Non capisco perché tu debba tirare fuori questi ricordi dolorosi proprio adesso, lo sai che mi sconvolgono e poi non riesco più a ricordare se lo smalto per unghie color prugna californiana si abbini meglio al risotto ai quattro formaggi o alla trapunta in vera piuma d’oca.»

«Sei una povera pazza» sbuffa lei, aggiustandosi i capelli con la punta di un ombrello «lo sanno tutti che lo smalto non si usa più: molto meglio l’Alka Seltzer.»

«Vallo a dire a Thomas Stearns Eliot.»

«E’ stato tuo professore?»

«No, però è lui che ha detto che aprile è il più crudele dei mesi.»

«Sai che scoperta. Il tuo parrucchiere è nato ad aprile.»

«Anche tu, se non sbaglio.»

«Può essere. L’importante è che tu non vada a dire in giro l’anno, comunque.»

«Quando tu mi parli di anniversari, Vera, mi viene sempre in mente un’altra citazione: Sei come una stucchevole torta di compleanno; una torta di cui tutti, però, hanno assaggiato almeno una fetta.»

«Sarebbe riferita a me?» domanda lei incuriosita.

«Ma noooo, alla moglie del portinaio» rispondo, spalmandomi la maschera sul viso e gettando il vaso dalla finestra.

«Quella donna orribile! È sempre vestita come se fosse appena uscita dal cassonetto della raccolta indifferenziata» esclama Vera.

«Il marito poi sembra Danny De Vito, però più grasso.»

«Se è per questo, il figlio somiglia a Pete Doherty, però più fatto» conclude lei.

Poi si sistema una teiera in testa e se ne va, non senza aver prima dato un po’ di acido muriatico alle piante rampicanti del terrazzo.

Nel dormiveglia mi resi conto che, a mia memoria, quella era la prima volta che sognavo mia madre. Probabilmente non era un caso che il sogno non avesse avuto alcun senso logico, pensai, mentre mi riassopivo.

Ilaria Mazzeo

Estratto dal romanzo Il silenzio perfetto (Intermezzi editore)

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Femmina Fumante

FEMMINA FUMANTE

C’è un proverbio delle mie parti che dice: “Le sigarette sul tavolo e le ragazze a letto non si chiedono: si prendono”. Tutte le ragazze delle mie parti conoscono questo proverbio, dice Lubitsch: mi venga un colpo se questa sera non ti facciamo bagnare il biscottino.

E’ un proverbio squallido, Lubitsch. E’ maschilista, machista, sessista, sembra la pubblicità di un deodorante spray degli anni ‘80. Ma le vostre donne non si stancano a essere trattate come sigarette?

Cugino, la femmina vuole essere corteggiata, sì, come tutte, portala fuori, paga da bere, guida la macchina. I fiori: anche no. Tenere aperta la porta della gelateria: anche sì. Però, ecco, a letto puoi fare a meno di essere gentile.

A loro piace così?

A loro piace così.

Che filosofia triviale” (cit.). Sembra quella canzone, Teorema, “prendi una donna/trattala male…”.

Non esistono leggi in amore, cugino, e io non lo so come siano le donne italiane, belle sono belle, però chissà, chissà se posso prendere una sigaretta senza chiederla, con le donne italiane.

Ci vuole confidenza, cugino. Devi solo capire se puoi permetterti certe mosse.

Confidenza, sì. Però ci vuole tempo, tempo per prendersi le misure: una, due, tre volte. Alla quarta, forseforse, puoi smettere di chiedere le sigarette.

A volte mi viene da essere maleducato subito, cugino Lubitsch. Stamattina aspettavo il treno per tornare in città, non avevo libri da leggere, nemmeno la musica, nemmeno i giornali gratis. Un quarto d’ora da aspettare così è lunghino. Allora mi giro a destra e mi innamoro, perché c’è una ragazza. E’ bella nella bocca e nel collo, ha i capelli neri e un orecchino solo, a sinistra, nella cartilagine dura. O forse ce l’ha anche dall’altra parte, che ne so: le vedo solo mezza faccia e mi basta, diobono se mi basta, e magari è la noia però m’innamoro in un quarto d’ora, magari se avessi le cuffie mi farei i fatti miei, ma le cuffie ce le ha lei, e io la guardo e distolgo lo sguardo e lei accende l’iPod e mi guarda e distoglie lo sguardo e inizia a muovere la testa, cugino, ti giuro che avevo il respiro corto, e va a finire che…

Che?

Niente: ci guardiamo a turno, e mai negli occhi. Però io inizio a ridere, anzi: a sorridere. E anche lei. Anzi, no, lei no: lei fuma ed è bella quando fuma, e io non posso farci niente se mi piacciono le fumatrici, a me che non fumo, mi piacciono, non mi dà fastidio l’odore, forse mia madre dovrebbe saperlo, è un motivo stupido per innamorarsi di una ragazza, lo so, e poi fumare in gravidanza fa male, ma se vuoi un figlio lo sai, smetti. Ricomincerai: avrai quarant’anni e un figlio adolescente, e tuo figlio ti racconterà i suoi casini molto più volentieri se potrete fumare una sigaretta insieme, in cucina, con il caffè, come nei film.

Poi è arrivato il treno.

Poi arriva il treno, sì: io scendo dal muretto liscio e mi metto la giacca e lo zaino. Lei va a buttare la sigaretta in un bidone. Io le guardo il culo. Torna, il treno ormai è fermo, i nostri occhi si incontrano per la prima volta: io faccio lo stesso sorriso che sto facendo da dieci minuti, e lei mi guarda, finalmente mi guarda, ci guardiamo: lei, dal basso in alto, iridi crepate di una che ha voglia di Pal Mall Blu alle dieci del mattino, chissà cosa racconti a tua madre in cucina, occhi verdi com’è verde la legna giovane, mannaggia a te, non potevi avere due occhi normali? Adesso mi tocca dirti qualcosa, chiederti che cosa stavi ascoltando, o forse potrei scroccarti una sigaretta, ma non fumo, e come faccio a sapere se posso fare a meno di essere gentile?

C’è un proverbio delle mie parti che dice: “Le risposte sono come il caffè: ci vuole tempo”.

Ma ci sono solo caffè e sigarette nei tuoi proverbi, Lubitsch? Ecco perché hai i denti gialli.

E insomma, alla fine, tu e la tipa del treno non vi siete detti niente?

No.

Bravo cugino: guardale e fatti venire una gran voglia e poi non prenderle mai, ci fai più bella figura.

E quando troverò l’amore, cugino Lubitsch?

E’ come il caffè, cugino: ci vuole tempo.

Simone Rossi

Face to Face! – Massimiliano Governi

Massimiliano Governi è nato e vive a Roma. Ha pubblicato per Baldini&Castoldi Il calciatore (1995). Per Einaudi Stile libero L’uomo che brucia (2000) e Parassiti (2005). Un suo racconto è stato pubblicato nell’antologia Gioventù cannibale (1996). Come editor della narrativa italiana ha lavorato alla Fazi editore dal 2004 alla fine del 2007. Da maggio del 2008 è alla Elliot edizioni.

Andiamo a fare quattro chiacchiere con l’editor delle collana Heroes di scrittori italiani della Elliot.

Perchè hai scelto di fare l’editor?

In realtà non l’ho scelto io, ma Sandro Veronesi. Gli ho sempre dato delle gran dritte per i suoi romanzi, che lui mi faceva leggere in anteprima. Finché un giorno mi ha detto: ma perché non fai l’editor? Io ci ho pensato un attimo e poi ho detto: Uhm.

Quali sono state le difficoltà iniziali e quali i punti forti che ti portavi dietro?

La vera difficoltà all’inizio è stata l’esposizione. Dover parlare, incontrare gente. Le riunioni. Ma poi si trattava per lo più di calarsi nei libri. E quello lo sapevo fare bene, meglio degli altri.

Cosa hai pensato quando hai visto il tuo primo libro (scelto) pubblicato?

Ho pensato che c’era la mia firma su quel libro. Avevo fatto un editing d’autore, ricordo.

Cosa dovrebbe non avere un editor?

Se è anche uno scrittore, non dovrebbe avere paura di svuotarsi. Non dovrebbe risparmiarsi e dare idee, anche geniali, senza sentirsi frustrato.

Riprendendo la recente questio tra Lish e Carver: quanto un editor fa lo scrittore? E tu intervieni molto sui tuoi autori?

A volte intervengo molto. Alcuni testi, forse preso da un delirio di onnipotenza, li ho riscritti. Altre volte ho avuto un rispetto e uno strano timore dell’opera, e per paura di rovinarla mi sono limitato a segnalare piccole cose. Un editor non fa uno scrittore. Uno scrittore fa un editor, però. Parleremmo ora di Gordon Lish se non avesse lavorato con Carver e Richard Ford?

Il libro su cui vorresti mettere le mani per provarti?

Uno del passato. Forse Menzogna e sortilegio di Elsa Morante. Pieno di cliché e ripetizioni e storie intrecciate che però non vanno da nessuna parte.

Tu sei anche uno scrittore. Quando sono gli altri a fare l’editing sul tuo lavoro come ti comporti?

Devo dire che sono così severo con me stesso che quando consegno un testo c’è molto poco da fare. Le mie parole sono pietre che ho impiegato anni per poggiare sulla pagina. Credo sia difficile toglierle, o anche solo spostarle.

Consigli a chi vuol farsi pubblicare. Cosa fare e cosa non fare.

Non mandate il libro via email, pieno di indirizzi e numeri di telefono. Lasciate piuttosto il malloppo sulla scrivania dell’editor, senza firma e senza recapiti. Come ha fatto mi pare Celine. Farete impazzire l’editor, che verrà preso dall’ansia di rintracciarvi ancora prima di iniziare a leggerlo.

L’incipit più bello che hai letto?

Dei classici, quello de Lo Straniero di Camus. “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”.

Dei libri che ho pubblicato io “Se non mangio tutto poi arrivano i Cariolanti”. Di Sacha Naspini.

Il finale ideale di questa intervista?

La cosa che ho detto sulle parole dei miei libri che sono come pietre è davvero pretenziosa. Sembravo Alessandro Baricco.

Alex Pietrogiacomi

L’inferno – I pendolari in autobus

GIRONE I – I pendolari in autobus

L’autobus è stracolmo come ogni mattina. Sono tutti pressati in un’enorme scatola di lamiera che esposta al sole estivo diventa incandescente. Il sudore evapora mischiandosi in tutte le sue sfumature, lo stesso i profumi dolci nauseanti. Un fetore incredibile. Difficile scendere se non si è nelle prossimità delle porte. Persone ai lati come diavoli spingono con le loro cartelle rigide da bassi ammaliatori. L’autista a cui è vietato parlare pecca d’estremo rigore e per questo non fa salire al centro e non fa scendere ai lati.

Tutti i peccatori si lamentano, chi ad alta voce e chi rivolgendosi al proprio io, confidenzialmente. I menefreghisti si allargano, come anche i presuntuosi, reclamando un’attenzione in realtà illogica ma per loro scontata, sbuffando e rivolgendo domande in un’area dove non coincide nessun volto “ma tu guarda, ma è mai possibile!”, “cosa si crede questo qui”… un repertorio di lamentele infinito. Questa la loro pena, lamentarsi in eterno.

C’è chi li guarda facendo una faccia di disapprovazione. Sono le persone buone, che capiscono le situazioni e si adattano. Quelle che magari spingono il ragazzino più avanti con la testa tra varie gambe fino a costringerlo ad una semi apnea, per farsi un po’ di spazio. Poi ci sono quelle appartate e pronte in fila per guadagnare un posto, anche rubandolo all’anziana signora che si trascina e ondeggia instabilmente ogni pochi secondi. Queste persone saranno spodestate da energumeni che con fare rozzo e sguardo pieno d’odio convinceranno i buoni benefattori portatori d’egoismo a rinunciare al proprio trono conquistato con pazienza ed orgoglio cieco. Caronte immerso nel traffico fa finta di non sentire le lamentele e alza il volume dei suoi auricolari che irradiano le urla dei pendolari di tutti i bus esistenti.

Il sole non tramonta mai e ad ogni semaforo – ce ne sono moltissimi a causa dell’enorme traffico – cade a picco sulla vettura, diffondendo un asfissiante calore. Forte, ma non tanto da far svenire, solo il giusto per far agonizzare lucidamente, facendo captare ogni fastidio, disturbo, dolore, pensiero. I continui lavori stradali obbligano a percorsi più lunghi, meno fermate e tanto tormento aggiunto.

Finalmente il capolinea, dove tutti possono scendere per riprendere una forma quasi dignitosa. Pochi istanti e subito pronti per partire di nuovo verso un’altra destinazione che lì porterà su un altro autobus ancora, per sempre.

Daniele Vergni



Poesia precaria (selezionata da L. Piccolino) – 17

Ricevo con immensa gioia quattro poesie della giovanissima Francesca Galderisi.
Sono doni molto molto graditi questi che i poeti fanno alla nostra rubrica del lunedì.
I testi stanno giungendo copiosi negli ultimi tempi, credo (anzi spero) che tutto ciò sia dovuto al nostro modo di lavorare.
Perciò, cari poeti e poetesse, continuate a spedirci i vostri scritti. Siamo qui appunto per riceverli.
La poesia di Francesca Galderisi sembra avvezza all’uso di immagini fotografiche.
Immagini che paiono scattate dall’alto, nel corso di un volo irregolare che tocca vari lidi dai diversi colori.
E dall’alto osserviamo dunque un tempo implacabile capace di incastrarci nelle proprie ragnatele. Una comunicazione difficile e dei rapporti umani che inevitabilmente si sfibrano nelle maglie di una società che di riconciliante ha ben poco.

Buona lettura

Luca Piccolino

Voi siete lì
a tapparvi le bocche,
ingozzarvi gli stomaci,
sbrinarvi le anime
che schegge di ghiaccio
sferzano tutt’intorno.
Vi vedo strapparvi fughe di gloria,
collezionare parole madide
di odio antico.
Che incontro è questo?
Quale disgusto può digerire meglio
questo cibo avariato?
Dove guardare?
Chi rincuorare?
Disfate questo empio teatro
poiché questi attori non recitano!
I commensali, segnati alla fronte,
siedono a un tavolo storpio
dov’è servito un cibo ancor più morto
e dove gli attori fuori scena recitano:
Riconciliazione”,
il loro unico atto.

Francesca Galderisi

Trauma cronico – Buon compleanno Scrittori precari!

Buon compleanno Scrittori precari!

Già, oggi il nostro progetto compie un anno, tanto è passato da quella prima volta insieme, eravamo ospiti del Cineclub Alphaville, io, Simone e Luca, nel pubblico si contavano una dozzina di persone, tra loro, arrivato in ritardo da Latina, c’era anche Zabaglio, da qualche mese mio compagno di avventure nei reading/presentazione dei nostri libri targati Tespi. Ma era solo l’inizio.

Zab sarebbe entrato di lì a poco a far parte della banda, dal secondo appuntamento, il battezzo al Simposio, un successo oltre le nostre più rosee aspettative, tanto che da quella volta ne è nato un appuntamento fisso mensile, dove siamo stati accompagnati da prestigiosissimi ospiti fino ad arrivare alla straordinaria maratona letteraria di settembre, la grande anteprima del meraviglioso tour che ci ha portato in giro per l’Italia, di cui potete leggere le peripezie nel Diario di bordo di questi Don Chisciotte della penna che ancora credono nella forza delle parole, schiavi d’esse.

Da maggio è entrato nella combriccola anche Alex, e poi come non ringraziare anche il nostro ospite più assiduo, Vanni Santoni, uno dei miei preferiti scrittori viventi, che è stato con noi cinque volte.

Oltre trenta appuntamenti, quasi come una rock band, e non siamo ancora stanchi, anzi, dopo aver debuttato persino in teatro grazie a quei due folli di Dimitri Chimenti e Andrea Montagnani, ideatori dello spettacolo Trauma cronico, che siamo pronti per portare in giro (gli interessati possono scrivere a scrittoriprecari@yahoo.it)

Quando vivi intensamente, il tempo, sembra durare di più. Sono orgoglioso di poter dire che questa di Scrittori precari è stata una delle più belle esperienze che ho vissuto, sono cresciuto tanto, come uomo, e come autore. Leggere spessissimo in pubblico mi ha aiutato molto, condividere i miei scritti è stata ed è una notevole fortuna, un’opportunità non da poco per chi come me ha scelto la strada della letteratura giovanissimo, vivendo per essa. Per leggere. Per scrivere.

Tanta strada percorsa, e tanta ancora da farne, per riportare la letteratura ovunque, perché il nostro morente paese, Italia, ne ha tanto bisogno, ha dimenticato la sua storia, e continua a subire.

Ma oggi è un giorno di festa, e dobbiamo festeggiare. Se non hai niente di meglio da fare, il consiglio che ti posso dare è quello di leggere un buon libro, e condividerlo, parlarne, invitare gli altri a leggerlo.

Bisogna scrostare gli ingranaggi interrotti di questi nostri concittadini alienati e distratti dal vuoto.

Bisogna invitare alla lettura, perché ci si possa svegliare insieme da questo torpore asfissiante.

Vi saluto cogliendo l’occasione per ringraziare i tanti di voi che seguono le nostre avventure e che quotidianamente leggono questo blog. Se siamo ancora qui e continuiamo questa avventura pieni di entusiasmo è solo grazie a voi.

Vi aspettiamo il 17 ad Aprilia (LT) e il 19 a Roma in quel di San Lorenzo (maggiori dettagli nella sezione Prossimi appuntamenti).

E naturalmente qui sul blog ogni giorno.

Stappate le bottiglie che oggi è un giorno di gran festa. Buon compleanno Scrittori precari!

Ah, dimenticavo, stasera, verso le sette, andiamo a sentire il reading di Nicola Lagioia al Chiccen, al Pigneto. Se passate, beviamo qualcosa insieme.

Gianluca Liguori

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 9

[Continua da qui]

Si narra che i cinque giunsero a Bologna con largo anticipo, e che per tutto il tempo d’avanzo continuarono a criticare la città emiliana, rea di aver perso quell’aura che la caratterizzava durante gli anni ottanta e novanta. L’arrivo non fu d’altronde dei più accoglienti, visto che trovarono strisce blu a pagamento ovunque, financo fuori delle mura, e furono costretti a dilapidare diversi euro per il parcheggio (di quelli che tenevano in un barattolo di vetro per conserve, detto anche fondo cassa comune).

Sotto i portici, poi, la desolazione era così tanta che si sentivano risuonare soltanto i loro passi claudicanti, strascicati per via dell’acido lattico che bucava i muscoli delle loro gambe di scrittori, abituate più che altro a star sedute – con l’eccezione di quelle appartenenti all’imbianchino scribacchino, che in quanto a movimento non era messo poi così meglio degli altri.

Inoltre, da ferventi credenti quali erano, essi mandarono non poche bestemmie durante l’estenuante ricerca di un punto wireless da cui postare alcune notizie sul loro blog.

Gli è che le cinque menti bacate non ci riuscivano affatto a staccarsi dall’infernale aggeggio virtuale, tanto che, nonostante tutti i proclami per la folle impresa podistica, si erano prefissati anche lo scopo di tenere un diario di bordo – si vede che si sentivano capitani coraggiosi e navigati – dove documentare il viaggio con alcune simpatiche impressioni – ché oltre la simpatia non riuscivano proprio ad arrivarci, almeno non con la penna.

Insomma, finirono col bruciarsi le due ore pomeridiane in eccesso a scorrazzare per la città col portatile in mano a mo’ d’antenna, finché non raggiunsero Piazza Maggiore, dove s’iscrissero presso l’apposita postazione telematica per usufruire della connessione. Tutto questo per offrire quelle quattro righe a pochi sfigati lettori – quanti mai ne potevano avere infatti questi ribelli novellatori, già consapevoli di non poter ambire ad antologia alcuna, se non grazie a un’azione extraletteraria? – anziché riposarsi il tempo necessario a non far sembrare il loro reading una lettura dei salmi in notturna.

Oltretutto, il locale adibito alla performance era sprovvisto di microfoni, e con annessa sala di avventori ben poco interessati alla letteratura, e in particolare a quella dei cinque intossicati – dei famosi miasmi di cui all’inizio – e infervorati parolieri.

Nonostante tutte le complicazioni, pare che al momento giusto furon ripescate le forze residue per tenere il palcoscenico – in realtà un piano rialzato con divano – e che addirittura vi fu chi suonò in sottofondo per accompagnar quei versi – uno che a dire il vero, a giudicar dal cognome, sembrerebbe personaggio inventato di sana pianta; ma, come si dice, a volte la realtà supera la fantasia.

La serata scivolò insomma via liscia, bagnata dal solito vinello, perché i cinque trucidi non andavano affatto per il sottile in certi ambiti, e toscano o emiliano che fosse, l’importante era il non abbandonar la tinta rossa.

E dunque, a forza di girarci intorno, è giunta l’ora di prendere la palla al balzo – o sarebbe forse meglio dire il bicchiere – per parlare delle strane idee politiche che i nostri s’eran messi in testa. D’altronde il nostro Presidente, e in testa al corteo un suo Ministro che altrimenti non si sarebbe potuto vedere, l’avevano detto di stare attenti a certi artisti profittatori del bene comune, avvezzi a sputare nel piatto in cui mangiano, che nella fattispecie era quello del sistema Italia. Un sistema inespugnabile, verrebbe da dire col senno di poi…

Simone Ghelli