L’ELICE (pianoforte per principianti)

L’ELICE (pianoforte per principianti)

Lo Steinway nero è una cassa da morto incastonata nel muro della grande sala. Pietro lo guarda, sta aspettando da un quarto d’ora. Non è che se ne intenda di pianoforti. Forse è il primo che vede in vita sua. Sta qua, accanto a lui, in questa grande sala con un tavolino di legno al centro e una grande finestra in fondo. L’odore di legno è forte. Pietro ha la barba lunga e un berretto di lana in mano. L’ha tolto non appena arrivato in questa casa. Gli è sembrato un gesto da fare. Adesso aspetta ancora, lui fa il pastore e l’attesa non è questione che abbia gran peso. Solo si sente a disagio. Non doveva neppure venirci qui. C’è stato un problema e allora il signor Galeone ha preferito incontrarlo di persona. Ha detto che doveva verificare che le cose… Com’è che ha detto?

Non importa.

C’è una busta formato A3 nello zaino che Pietro tiene tra i piedi. Pietro lo chiamano Il Geco perché ha le orecchie minuscole, due buchi. Però sente tutto. Non gli sfugge niente. Sarà per il silenzio della campagna. Non fosse solo un pastore, gli verrebbe da sollevare il copritastiera e sentire il suono che ha questo coso nero incastrato nel muro. La tentazione di sentire, sentire almeno con le dita su quella superficie nera e liscia. Anche se Pietro non lo sa, dentro ci sono i mattoni. Poi c’è anche la busta dentro allo zaino, che pizzica. Proprio così, come se pizzicasse.

«Il signor Galeone» dice la governante. Pietro ha un sussulto. Calmo, sta solo annunciando il suo padrone. Il tuo padrone.

«Allora, Pietro, come stiamo?»

La mano di Pietro il Geco, accozzaglia di calli e cicatrici, abbraccia quella del signor Galeone, senza forma. Pietro guarda il signor Galeone.

«Pietro, tu lo sai, fosse per me… Ma ci stanno quegl’altri che vogliono garanzie. Avete fatto già due cazzate. Una, il ritardo. Due, le tracce di pneumatico. Adesso dovete fare attenzione. Dammi la busta.»

Pietro grugnisce, al solito suo. Si piega per aprire lo zaino, nel piegarsi gli casca il berretto di lana, si ferma indeciso se raccoglierlo o prendere la busta, propende per la busta. Prima di risollevarsi raccoglie il berretto. Porge la busta al signor Galeone, il quale la scarta tenendo gli occhi fissi sul Geco.

Galeone guarda per un attimo nella busta. Lascia sporgere un sacchetto di plastica all’interno; dentro di questo c’è un centimetro di cartilagine con del sangue rappreso.

«Pietruzzo, Pietruzzo» dice il Signor Galeone richiudendo la busta. «Adesso stronzate non ne dobbiamo fare più. Questa cosa tu sai dove la devi fare arrivare. Poi te ne torni al casolare, te ne stai buono fin quando non ti chiamano quegl’altri. Intesi? E qua tu non ci sei stato mai.»

Pietro infila il berretto di lana, è un gesto di cortesia anche questo. Infila la busta nello zaino, lo raccoglie, dà un’ultima occhiata all’oggetto misterioso dalla pelle lucida e nera. Va via, in silenzio.

Un’ora dopo il signor Galeone sta passeggiando nervosamente nella sala riempita a tratti dagli accordi strampalati che provengono dal pianoforte. Smette di guardare dalla finestra, si volta e si avvicina allo Steinway. Posa una mano sulla spalla della ragazzina sullo sgabello. La ragazzina ferma le mani sui tasti e alza lo sguardo verso l’uomo. Galeone ha gli occhi sulla tastiera.

«Per oggi puoi andare. Sabato sono fuori città, riprenderemo le lezioni martedì prossimo.»

La ragazzina chiede come va, se ci sono progressi.

«Stai migliorando, Alice. Sempre meno rigida. Ma lo sai che sei brava. Solo devi metterci più costanza.»

La ragazzina si alza, raccoglie gli spartiti e la cartella. Infila il giubbotto, saluta il signor Galeone di spalle, di nuovo alla finestra, va via. Il signor Galeone tira su col naso, si avvicina allo Steinway, accarezza i tasti senza premerli. Pensa a quella discesa di scalini bianchi e neri piegata, accarezzata, plasmata dalle mani del musicista esperto. Quando non c’è più tatto.

A chilometri di silenzio nella campagna, Il Geco sta trasportando la legna nel casolare. Sotto la porta, si ferma, guarda verso l’orizzonte di pietra e alberi. Si mette in ascolto sotto il poco di rosso di sole ch’è rimasto, annusa l’aria; in silenzio, riprende con la legna.

Marco Montanaro

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