Pranzo di famiglia alla domenica con debutto della fidanzata da 4 del figlio maschio

Nel silenzio raggelato del pranzo domenicale la madre afferma con sicurezza: «Le orge non sono come le fanno vedere nei film hard. Non lo sono».

Il nostro protagonista si strangola con l’arrosto di vitella. Apre e chiude la bocca un paio di volte. Cerca di protestare, debolmente: «Ma, mamma…», gli esce dalla bocca.

«E certo», ribadisce la progenitrice, mentre il sole invernale di Roma illumina la sala da pranzo, «le orge dei film sono fatte per essere mostrate a noi spettatori». Il cane, Carciofo, tende le orecchie, mentre un’ambulanza si trascina ululando per le deserte strade.

Il protagonista guarda il padre con l’idea malsana che egli possa tenere al decoro. Ma sa bene che la risposta è: per niente. L’uomo si alliscia i baffetti grigi, la forchetta con le patate ferma a mezza corsa. Sta pensando, il padre. Ai film porno, in primo luogo, all’arrosto di vitella un po’ secco, in secondo, e a cercare di ricordarsi il nome della fidanzata del figlio, in terzo e ultimo.

«E scusa», dice il maschio adulto che percepisce un reddito mensile di seimiladuecentotrenta euro, «mi sembra che sia così in effetti. Mi sembra che tu abbia ragione. Le orge vere sono un groviglio di corpi. Stai lì che sudi e succhi e spingi, ma non hai certo la visione d’insieme, come ci può essere guardando un film».

La fidanzata del protagonista non è bella. No, non è bella. La madre l’ha notato subito. E subito ha preso il figlio in disparte, quel figlio di venti/trenta anni che vede ogni tanto, che non è sicura per chi cazzo voti, e che anche adesso, di domenica, indossa la cravatta. L’aborto ci voleva, pensa sempre più spesso. Ha preso questo figlio in disparte, e gli ha detto una cosa tipo: «Sembra molto dolce, la tua amica». Al che il figlio di venti/trenta anni che non ha mai capito i genitori e la madre meno che mai, candidamente gli risponde: «È la mia fidanzata, mamma, non una semplice amica. E sì, è molto dolce. Sembra anche a te?». La madre lo guarda con quello sguardo che il figlio pensa “l’amore materno” ma che in realtà è più uno sguardo come a dire “ti devono aver scambiato nella culla con il mio vero figlio”.

La fidanzata dell’unico figlio maschio di questa coppia della Balduina che si trova a disagio nel proprio quartiere per via delle scritte fasciste tipo «W IL DUCE ONORE A GELLI» non è una bella ragazza. Non è bella e a onor del vero, in una scala di dolcezza che va da 1 a 10, con 1 tipo una professoressa di matematica e 10 il diabete, ecco questa ragazza è un 4. E questo numero 4 sta cercando di non sentire quello che i genitori del suo amore stanno dicendo. Perché lei un pranzo domenicale così ancora non l’aveva fatto in vita sua e nella pausa che segue la frase: «Stai lì che sudi e succhi e spingi, ma non hai certo la visione d’insieme, come ci può essere guardando un film», chiede timidamente il sale. Per le patate. E per l’arrosto di vitella. Un po’ secco, a dire il vero.

Il cane Carciofo si alza e si stiracchia, sbadiglia, si gratta dietro l’orecchio ripetutamente. Guarda il tavolo da pranzo dalla sua bassa posizione. Per la milionesima volta si chiede cosa stiano mangiando, visto che non riesce a vedere. Torna a sdraiarsi e si addormenta. Sogna e nel sogno c’è l’arrosto di vitella.

La mamma riprende dove si era interrotta. «Sì hai ragione, quando stai lì, spesso al buio, neanche lo vuoi sapere cosa sta succedendo, vuoi solo perderti nella carne che ti circonda». Una nuvola passa sul sole, il soggiorno si oscura, il figlio pensa che se sono molto ma molto fortunati è l’Armagheddon. La fidanzata da 4 pensa che quell’intera situazione deve essere uno scherzo (anche se poi, giorni dopo, ricorderà improvvisamente che il suo amore aveva detto, mentre posteggiava la Opel Corsa grigia quella domenica mattina, una cosa tipo: «Non farci caso, i miei possono essere un po’ eccentrici», e lei aveva pigramente pensato che la madre forse collezionava ninnoli e foto di gattini vestiti da pagliaccetti) e prega che qualcosa di terribile succeda per poterla sollevare dall’imbarazzo, prima che la madre o il padre chiedano.

Chiedano una cosa tipo: (il padre poggia la forchetta sul piatto e guarda il figlio, poi lei, poi ancora il figlio) «Voi ragazzi cosa ne pensate?».

Il figlio sospira e pensa che l’Armagheddon è lontano ma che forse Carciofo potrebbe stramazzare infartuato, tanto per alleviare la tensione. La ragazza da 4 abbassa lo sguardo e fissa con inquietante intensità quello che resta della vitella.

Poi il pranzo finisce, il padre decide di portare Carciofo a fare una passeggiata, la madre si affanna in cucina, il figlio e la sua fidanzata si stendono sul divano e guardano la televisione. Lui dice sottovoce una cosa tipo: «Sai, non si possono scegliere i propri genitori» con un sorriso che non lega molto con i suoi denti. E lei risponde una cosa a caso: «No, ma sono i tuoi genitori, e sicuramente ti vogliono bene. Si vede. E poi sono delle brave persone. Magari un po’ eccentriche».

La madre dopo aver fatto finta di rassettare ammucchiando piatti e bicchieri nel lavandino si accende una sigaretta. Guarda fuori dalla finestra della cucina, dove si vedono via della Balduina, palazzi su palazzi, marciapiedi, i tavolini del ristorante sotto casa e più giù, dove il sole sta scomparendo, piazzale degli Eroi. In strada vede passare il marito assieme al cane e pensa che li ama entrambi, loro.

Dario Morgante

* una prima versione di questo racconto è stata pubblicata sul numero 200 della rivista «Blue



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Trauma cronico – Atto finale

Siamo ai saluti. Questa domenica è l’ultima insieme. Ci pensavo già da qualche settimana, ma oggi sono giunto alla decisione: chiudo Trauma cronico.

La ragione principale di questa mia scelta è l’omonimia con lo spettacolo ideato da Dimitri e Andrea (che mai potremo smettere di ringraziare per quello che stanno facendo per noi) e che vede Scrittori precari protagonisti. Da oggi, Trauma cronico, sarà soltanto lo spettacolo. Tanto, quando voglio, qui su, posso scrivere quel che mi pare e quando mi pare.

Però mi raccomando, continuate a passare di qui la domenica, ci sarà sempre, come ogni giorno, un nuovo post interessante; abbiamo tanti contributi di nuovi e vecchi autori, differenti scritture da offrirvi per amor dell’arte, della letteratura e della bellezza.

Anche questa settimana sarà ricca di intessanti novità: i racconti di Dario Morgante, Simone Rossi, Luigi Pingitore e la prima parte di un racconto lungo di Gregorio Magini, poi l’intervista a Percival Everett del nostro Pietrogiacomi e sabato continua la Banda del Ghelli. Insomma, ogni giorno, un buon motivo per passare a trovarci.

Trauma cronico vi saluta qui, noi ci sentiremo presto. Se non avete di meglio da fare, vi ricordo che giovedì siamo al Simposio, ci saranno ospiti gli amici Peppe Fiore e Vanni Santoni, ed un giovane bravissimo che ci allieterà con la sua musica, Manuel Milano.

Un altro evento targato Scrittori precari assolutamente da non perdere, vi aspettiamo.

Ci sentiamo presto. Fate i bravi.

Gianluca Liguori

La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 13

[puntate precedenti]

Non voglio con questo farvi intendere che gli altri tre fossero dei briganti da meno, o che non fossero anche loro già provvisti di idee malsane, soltanto che la grande trovata venne al toscano come conseguenza della legge di trasmutazione dall’originale – il Luciano Bianciardi – al personaggio che costui si era ritagliato addosso. Insomma, egli seguì né più e né meno ciò che stava scritto in quel romanzo a lui tanto caro, forse perché partorito in quella maremma maiala la cui storia rispecchia per certi aspetti quella dell’italico stivale: un luogo impervio e bonificato, trasformato e trasfigurato dal boom economico, che ha visto nascere e crollare il mito di una modernizzazione destinata a rimanere appannaggio di pochi.

Ma chi erano poi questi altri personaggi della combriccola?

Seguendo l’ordine di apparizione, sempre per attenerci a fatti di cronaca irrimediabilmente compromessi dalla finzione, c’era il poeta dei monti Aurunci, che per sbarcare il lunario eseguiva lavoretti da muratore e da imbianchino, tanto che pare scrivesse più col pennello che con la penna. Questo, per non essere da meno, s’era messo in testa di somigliare addirittura a Vasco Pratolini, che ne aveva fatti tanti di mestieri, ma non certo quello di stuccare i buchi nei muri. Probabilmente quest’uomo che estraeva poesie dal secchio della calcina, com’ebbe a scrivere un suo estimatore dopo averlo incontrato tra i vicoli di Colle val d’Elsa (e che ci facessero là entrambi, rimane per me uno dei tanti misteri di questa storia), rimase affascinato dalle ambientazioni neorealiste dello scrittore fiorentino, ma ancora di più dalla scelta di rendere protagonisti i personaggi del popolo: appunto, imbianchini e muratori.

Ma il più spassoso era quello che si credeva un Ezra Pound remixato a colpi di neomelodici napoletani e coi pantaloni a bracala tipo gangsta rapper, e che si fece crescere la barba per apparire ancora più maledetto, col risultato che gli ci zompavano dentro le pulci al ritmo dei suoi versi. Pare fosse proprio lui il più gettonato sul palco, quello che ammaliava il pubblico, che con labbra penzoloni si godeva questo saltimbanco del calembour. Era anche l’unico a conoscere a memoria le proprie parole, che sputava velocissime sul microfono, mentre gli altri quattro andavano avanti con i fogli in mano, come degli attori che stiano provando la loro parte, con il bel risultato d’incepparsi ogni tre righe. Perché dal vivo, a onor del vero, non è che essi fossero poi tutta questa cosa straordinaria: semplicemente degli scrittori che leggevano le loro cose, con stili assai diversi, e forse piacevano proprio per questa presunta genuinità e biodiversità.

Resta invece l’ombra del dubbio sul quinto e ultimo, in ordine di apparizione, componente, ché non volle somigliare a nessuno – forse perché comparve effettivamente soltanto in quel di Milano? – ma che per non sciupare il trucco venne accostato al Camillo Boito, un po’ per il fiero cipiglio, e un po’ per l’esser scapigliato e dunque romantico e decadente, nonostante una corporatura da lottatore che non si confaceva certo al paragone. Sicuramente vi era però un’affinità nella scelta dei temi, che entrambi ricercavano la bellezza in tutte le sue forme, e in primo luogo quella femminile, da lusingare a forza di periodi contorti e di fascinose metafore; e qui si chiude il cerchio, se me lo concedete, sull’argomento donne, sul quale potete adesso sentirvi liberi di trarre le vostre conclusioni.

Simone Ghelli

Poesia precaria (selezionata da L. Piccolino) – 20

Rivolgo spesso ad Arianna Orelli parole del tipo: “Tu sei la mia poetessa preferita.”

In queste occasioni lei mi guarda, ride e mi dice che la sto prendendo in giro.

In realtà ho sempre e solo detto come la pensavo.

Non mi importa se Arianna non è famosa e riconosciuta. Non mi importa se qualcuno mi accuserà di esagerare.

In questo spazio, nei limiti del buon senso e dell’educazione, mi sento libero di esprimere i miei pareri che, appunto, sono miei e non hanno intenzione di influenzare o giudicare nessuno.

Perciò sì, rivendico le mie affermazioni: Arianna Orelli è la poetessa più talentuosa ed efficace che conosco.

Il suo modo di approcciarsi alla scrittura mi convince e mi appare onesto, corposo, passionale, schietto, forte ed elegante.

Arianna non è difficile da leggere. Il suo linguaggio è alla portata di tutti ma non si può certo definirlo banale o poco ricercato.

I suoi versi sono carne viva, cellule che da loro stesse si riproducono in forme sempre nuove.

Fuori dal comune, la musicalità naturale di cui sono pregne le parole che snocciola.

Ho chiesto ad Arianna di mandarmi una piccola biografia da allegare a questa scheda.

Lei l’ha presa forse troppo seriamente. D’altro canto ciò che ha scritto è un vero e proprio ritratto di se e della sua poesia.

Meno lavoro per me dunque, che come sempre auguro una buona lettura ai fruitori di questa rubrica.

Luca Piccolino

Apertura abnorme

Aperta vado

fra esalazioni stentate e

spaventi di piacere.

Aperta mi stendo

al suolo faccio dono

di tutte le mie erbacce

e delle dita spezzate.

Aperta mi adagio

sui tuoi pensieri vaghi

e distanti

sulle tue fantasie blande

con il dito sulla bocca

sulle tue parole bianche

e la calda ammirazione.

Così, aperta e penetrabile

m’infioro

di ciò che non sarà

m’impasto

di ciò che già t’ho preso

m’ allungo e mi squaglio

sotterrandomi fra le radici.

Aperta mi nascondo

ché temo d’essere annusata

del mio odore più vero

e sento che questo batter d’ali in lontananza

è troppo

è già troppo da sentire.

Aperta non dormo

e non veglio

ma solo mi adagio

sulle tue fantasie blande

con il dito sulla bocca

tutte tese a chiudermi

e ad avermi

a chiedermi

senza volermi.

Arianna Orelli nasce a Roma nel 1977, anno “caldo” degli anni ’70, dai quali ha probabilmente ereditato il subbuglio, il calore, la tenacia. Non è romana di 7 generazioni. I suoi genitori provengono dagli Appennini Umbro-Marchigiani e dalla Sabina. Da queste radici discende la fisicità delle sue parole, nelle quali la terra fumante s’impasta con il sentire.

Ha scritto la sua prima poesia, dal titolo Alla Luna, all’età di 8 anni. Da allora non ha mai smesso, attraversando ciclici periodi di stallo, peraltro sempre rispettati. La poesia per lei non è infatti artificio o sforzo, ma semplicemente vita, che va presa come viene e quando viene.

Durante gli studi liceali incontra Novalis, il Dolce Stil Novo, Rimbaud, Baudelaire e gli altri, ma è con la poesia russa che s’instaura una lunga storia appassionata che ha inizio con Majakovskij, passa per Anna Achmatova ed approda a Pasternak e Cvetaeva. Diviene poi onnivora, individuando alcuni modelli di riferimento, soprattutto emotivi, quali Alda Merini, Pablo Neruda, Vivianne Lamarque, Mario Benedetti, Sylvia Plath, Bertolt Brecht.

L’adolescenza e la giovane età adulta la spingono fortemente verso l’interno e la scrittura diviene allora veicolo d’espressione, sublimazione e liberazione da se stessa.

Non evita le emozioni, ama profondamente l’animo umano e scorrazza fra le metafore. Per questi ed altri ben più complicati motivi sceglie di dedicarsi alle “arti” della psicologa e della psicoterapia, tanto vituperate da una certa intellighenzia spaventosa e spaventata.

La scrittura, la sofferenza, l’esistenza, così come la terapia e la possibilità della gioia sono in lei aspetti indissolubilmente legati. A volte in lotta, talvolta alleate, tutte queste esperienze animano un mondo fatto di menti-corpi-relazioni in cui il “male al cuore” e il “bene al cuore” si alternano dinamicamente o bruscamente, dando vita ad una poesia sensibile e terrena.

Negli anni 2000 collabora con Rizoma e Ricerca di Strano, pubblicazioni indipendenti ed esperienze d’amore e d’amicizia, all’interno delle quali incontra poeti, scrittori e musicisti, cresce e riceve numerosi riconoscimenti. Da questo momento in poi la scrittura diviene in lei meno naif e maggiormente intenzionale.

In continua e silente evoluzione cerca attualmente di sfatare il mito della “maledizione poetica”, combattendo il sex appeal sado-maso della scrittura come liberazione dalla sofferenza, come esercizio masturbatorio, alla ricerca di una soluzione di sintesi fra opposte fazioni, di superamento del conflitto fra arte e vita.

Vive e lavora a Roma, scrive dappertutto, ma l’ispirazione migliore la coglie spesso in macchina, davanti a un semaforo rosso, quando l’asfalto e il cielo si mescolano alle parole.

Prima o poi, magari, pubblicherà una raccolta dei suoi scritti, seguendo affettuosi consigli.

Domani nella battaglia pensa a me

"La battaglia è finita", tecnica mista su tela, 100x150 cm, 2009 © tutti i diritti riservati, Martina Donati

"La battaglia è finita", di Martina Donati, tecnica mista su tela, 100x150 cm, 2009 © tutti i diritti riservati

DOMANI NELLA BATTAGLIA PENSA A ME *

“Domani, almeno domani nella battaglia pensa a me”, mentre guarderò la spada che si fisserà nel terreno polveroso, brandita ad eterno simbolo di coraggio sentirò i tuoi occhi sulle mie spalle e sulla mia vita, che come un alito di vento ricordano la nostra vita, ed io sentirò l’odore delicato e senza tempo dei tuoi seni, baciati forsennatamente in estate ed in inverno (…)

“Domani nella battaglia pensa a me”, mentre io piangerò di nascosto, perché un militare non può aver paura, perché un uomo che guida altri uomini non può dirsi debole, neanche quando il nemico assume una forma sconosciuta e la tua vita sembra abbandonarti. Se tu ci fossi raccoglieresti queste piccole lacrime, ma la tua assenza in questo campo è la cosa più forte, più della guerra, più del sangue (…).

“Domani nella battaglia pensa a me”, mentre uccido un altro uomo che non vorrei uccidere, mentre incrocio tra il crepitare del fuoco lo sguardo del mio compagno, e mentre combatterò cercherò di dimenticare il tuo nome, e il dimenticarti diverrà rabbia, rabbia per tutto l’amore non vissuto, rabbia per questa invereconda distanza, rabbia per tutta la vita e per tutta la morte che trascorreremo distanti e pensami, pensami per un istante, pensami quando ero senza di te, pensami perché mentre morirò in una città straniera, l’amor mio non morirà e il sangue versato diverrà linfa per il mio ricordo (…)

“Domani nella battaglia pensa a me”, pensa che forse un giorno ci rincontreremo nel silenzio di agosto o nelle piogge di settembre, e non ci saranno morti, non ci sarà nessun altro uomo e nessun altra donna o guerra che ci allontanerà, e un taglio, solo uno, sulla mia pelle ti dirà che il pensar tuo è arrivato a me.

Massimiliano Coccia

* estratto da Polvere e luce (edizioni Fermento, 2009)

Il cagnolino rise

Il cagnolino rise *

Le ore in quell’ufficio impolverato (la polacca non fa mai un buon lavoro la mattina delle pulizie) si erano consumate più lente del solito e scampare allo stillicidio assassino mi era parso ancora più gravoso oggi. Alle sedici e trenta varcai la soglia, come ogni venerdì. La città si srotolò generosa sotto i miei piedi. Con passi avidi e irriconoscenti la calpestai per quindici minuti, senza mai alzare lo sguardo. Dopo trent’anni a Roma, il Colosseo fa l’effetto di una latrina, un gigantesco cesso annerito dall’usura, visto dall’alto naturalmente. Finalmente a casa. Sono le cinque, l’inverno ha già ottenebrato quella che era cominciata come una giornata di sole. Immaginare questa scatola compressa come una casa è un’opera di alta e furiosa alienazione: d’altronde sono un genio della finzione.

Faccio la mia doccia, quella che uso per eliminare le scorie della vita ingiacchettata. L’acqua fredda mi avvizzisce l’affare e il cuore si riempie di pena per quel pezzo d’anatomia su cui da almeno vent’anni non riesco ad esercitare alcuna autorità.

Avvicino la faccia allo specchio, nessuna traccia di maschio. Leonardo passa il turno a Leonida, unica regina del venerdì sera capitolino. Sul letto l’abito rosso m’aspetta. Mezz’ora di trucco e il gioco è fatto. Niente Carrà, stasera sarò originale.

Fottuti froci-padri di famiglia, solo loro mi desiderano e solo loro maledico. Pensare di lasciarmi scopare da uno che di giorno fa il marito mi eccita. A piacermi, in realtà, è l’idea che lui sia un padre. L’attrazione irrazionale verso mio padre non l’ ho cancellata nemmeno con l’analisi. E non è la storia del poveraccio che si ammala di omosessualità perché figlio di un uomo assente e violento. Mio padre c’era, mi amava e accettava la virulenza della mia parte femminile, chiamiamola così. Il sessantottardo era un tipo avveduto per l’epoca e io un uomo nato omosessuale, innamorato del proprio padre e per questo destinato a restare solo, almeno affettivamente.

La vita reale mi annoia, mi nutro di finzione e le metamorfosi del venerdì mi saziano. Il mio travestimento è arte. Riempite le tette, mi passo le mani sui fianchi, ciondolando le anche ossute e lo specchio risponde austero con un’immagine tutt’altro che deludente. Leonida stasera è proprio una fica, mi sussurro tutta sussiegosa. L’amore non mi interessa. L’amore non lo conosco e, come tutte le cose fuori controllo e cognizione, lo temo. Dunque lo rifuggo, quando sento il suo odore di zucchero, cambio immediatamente direzione. Gli uomini mi desiderano e mi basta, per sopravvivere, intendiamoci. Io non sono felice. Leonardo non è felice. Leonida non è felice. Entrambi portano a casa la pelle, cedendosi il passo di tanto in tanto. Quella volta al Blood, dieci anni fa, me la ricordo come se fosse ieri. Avevo da poco cominciato a fare marchette: la vita per una che non voleva scendere a compromessi con la normalità affettata e imposta a volte va guadagnata così. Che cazzo volete saperne voi nati maschi in corpi di maschi. Al Blood quella sera d’estate conobbi Luca, un ragazzo confuso e angosciato dalle pulsioni opposte che il suo corpo e la sua mente manifestavano. Faceva il duro, il maschio che aveva accompagnato una sua amica lesbica a rimorchiare. Dieci anni fa ero di una bellezza conturbante. Sempre stato glabro, parevo un angelo, la decifrazione del mio sesso era complicata. Parevo una donna, profumavo di donna, ma le mani erano di uomo, le spalle sapevano di forza. E Luca rimase folgorato. La lesbica si accorse subito di tutto, certe cose le sentiamo in anticipo tra di noi. Al terzo drink Luca era tra le mie braccia, fingendo di non sapere del Leonardo che nascondevo tra le chiappe. Mi accertai che la dark room fosse vuota e nera. Lo presi per mano e lo invitai ad entrare, rassicurante e puttana. Volevo lasciarmi scopare. Gli presi le mani e gliele infilai nelle mie mutandine di pizzo. All’epoca ero ancora nuova dell’arte. All’epoca pensavo ancora che l’amore non avesse regole, generi, verità. All’epoca credevo ancora di essere normale. Di fronte a noi c’era una peritosa riproduzione della Marilyn di Warhol che ci fissava. A destra, in un angolo illuminato di rosso, c’era una statua, un bulldog inglese di ceramica, un fottutissimo cane bianco, grottesco e pacchiano. Ricordo il momento in cui Luca mi sfilò l’uccello: aveva la faccia di chi non credeva ai propri occhi. Io esplosi in una risata grassa e indecorosa, per mascherare paura e vergogna. Anche il cagnolino rise, quel fottuto animale di ceramica si mosse, almeno così mi sembrò. Ero talmente frastornata che immaginavo anche dio ridere di me. Luca mi pestò a sangue, ma questa è un’altra delle tante storie violente che potrei raccontare. Comunque, è da quel giorno che l’amore ha smesso indiscutibilmente di interessarmi. E’ da quel giorno che ho rinforzato la convinzione che quella madre algida e lontana m’aveva conficcato nel petto: uno come me non merita amore. Il sesso m’interessa, essere attraversata dall’incontenibile brama maschile mi lascia al mondo. E mi basta. La parrucca, le tette posticce e smisurate, sono il mio escamotage, la mia finzione di vita. E questa farsa mi serve per sopravvivere degnamente. I giudizi e i rancori non li temo. Leonardo di giorno, Leonida di notte. Quando il sipario si chiude sono un essere umano addolorato e solitario. Le mie lacrime le asciugherò con le lenzuola, quando la mia stanza vuota mi accoglierà di ritorno dall’ennesima festa in cui vi ho fatto divertire.

D’altronde io sono un genio della finzione.

Maura Chiulli

* Racconto pubblicato nell’antologia E il cagnolino rise (Tespi, 2009)

Metodica delle cose inutili – Il potere

Il potere.

Il potere è un verbo servile.

Ciò che non è inutile, può sempre diventarlo. Eserciteremo questo concetto su un tema sostanziale della nostra concezione di vita: il potere.

Il potere, secondo una nota fantasia etimologica, sarebbe un potis esse, l’essere un signore, un re. Un re, ora, altro non è che un uomo comandato dagli altri di comandare. Se l’atto in sé del suo comandare è un servizio agli altri, è chiaro che anche l’oggetto di questo comandare altro non può essere che il servire gli altri. Il potere, allora, è un servizio, qualcosa che si ottiene dagli altri per gli altri. La più estesa nozione di democrazia dovrebbe essere in questa senso intensa come il riconoscimento della piena regalità (della sua disposizione e capacità a servire gli altri) di ogni individuo della collettività.

Noterete che questo ragionamento coglie i nessi per analogia e per metafora, spingendosi verso l’esterno con vigore. Per raggiungere l’inutilità dovremo seguire una rotta del tutto opposta.

Non è difficile, perché se il precedente è un ragionamento (il che ci chiama pur sempre ad un impegno) quello che noi dovremo seguire è piuttosto il filo tenace di un sentimento che nutre dal profondo la maggior parte delle nostre azioni: la nevrosi. Nella nevrosi, infatti, riusciamo con abilità a non cogliere mai l’insieme a favore dell’ossessiva contrapposizione delle parti. Come nella guerra di Swift dove si contende se essere devoti al sedere dell’uovo o al suo cacume perché non si riconosce più l’uovo nella sua totalità.

Per arrivare a concepire il potere come qualcosa che si ottiene contro qualcuno o qualcosa, e che si esercita su qualcuno o su qualcosa, la chiave è semplicemente questa: nutrirsi di bizzarre fantasie nevrotiche. Come, per fare un esempio sempre valido, la fantasia della gazzella e del leone, secondo la quale tutte le mattine una gazzella si sveglia e, non si sa perché, comincerebbe a correre inseguita da un leone anche lui in vena di attività atletica. Per fortuna nella realtà il leone, più saggiamente, bada a non sprecare in maniera vana le proprie energie, dorme venti ore al giorno, fa cacciare le sue femmine, e si accontenta di mangiare le gazzelle più male in arnese con grande vantaggio della comunità delle gazzelle, che devono aver finito, per questo motivo, di reputarlo il loro re, se non quello di tutti gli animali. C’è anche la fantasia della giungla: la vita è una giungla dove si lotta per vivere. In verità in una giungla si lotta per non morire, il che è una notevole sfumatura: ma un nevrotico è tale appunto perché le sfumatura non le coglie più. Come nel famoso racconto del Nazareno che passa in un posto di Gerusalemme dove c’è una piscina. Dicono che nella piscina tutte le mattine si bagni le ali un angelo e che il primo che si laverà nella piscina verrà guarito da tutti i suoi mali. Il Nazareno, una mattina, nei pressi di quella piscina vede un paralitico e gli viene da ridere, perché insomma, un paralitico in una gara di corsa non vincerà mai. Glielo dice pure allo storpio, ma dai, tirati su e impara a reggerti sulle tue gambe invece di fidare in queste storie. Parla per metafora, e, pare, quella metafora la capisce pure il menomato, che prende e se ne va. In seguito si è parlato di miracolo, perché un nevrotico ha un solo modo di leggere le cose, e un miracolo può sospendere solo in via del tutto eccezionale la sua unica realtà: che la vita è una lotta.

Potremmo moltiplicare gli esempi, ma reputiamo di essere stati chiari.

Aggiungiamo solo una variante importante di questo sentimento nevrotico, quella che non riconosce la benigna natura immaginale della nevrosi stessa. In questa variante la capacità di vedere una cosa in contrapposizione del tutto viene rimossa e penalizzata con un efficacia manovra di demenza mistica. Il potere diviene il male a cui si contrappone il bene e l’amore. Un modo come un altro per dare consistenza a una fantasia disturbata.

Potete scegliere una qualsiasi delle due opzioni, l’importante è che consideriate sempre il potere come un vincolo servile, da ottenere servilmente (dovremo più in là esplorare i concetti di ambizione, dovere, onore, efficienza e via dicendo), per ottenere dei servi.

Pier Paolo Di Mino