Pensando Wittgenstein

Ehi, ciao. Ci sei? Ciao. Sì, ci sono. Come va? Oggi non molto bene, e tu? Io bene, giornata di relax. Come mai non stai bene? Che c’è? Beato te. Ogni tanto ci vuole. Ho qualche problema con la mia salute. Oddio, spero niente di grave. Che succede? Spero, vedremo i risultati. Hai fatto le analisi? Povera. Urino sangue. Accidenti. Ahi ahi. Il mio corpo non ha 31 anni ma 80. Spero proprio di no. Che sia una cosa risolvibile. A volte trovata la causa si guarisce completamente. Sì, secondo me è lo stress. Potrebbe essere. Vuol dire che ne hai preso tanto. Poi fa troppo caldo. Di stress. Oggi meno. Tantissimo. Ti devi divertire di più. Sono stata anche dall’avvocato. Pure. Anche questo non aiuta. Con lo stress. Lo so. Oggi mi hanno consigliato: vivi di più. Più che altro. Divertiti un po’ di più. Pensa un poco anche a te stessa. Sei una ragazza. Ma come si fa, io non lo so proprio. All’anagrafe, sì. Arriveranno tempi migliori. Ma sì. Però cerca di uscire con qualcuno. Un’amica. O un amico. Per sfogarti almeno. Con chi, è il problema. Scappano tutti. Almeno. Ma non è vero. Quando sanno che sono separata con due bimbi. Ma tu non devi cercare un altro marito. Ma un amico. Lo so, sono loro che non lo sanno. Per un altro uomo è presto. Sì, troppo presto. Io però non scappo. Però sai, mi pesa di non avere qualcuno che pensa a me. Strano che non scappi. Eh, ci credo. Però, finché sei così pessimista. È dura che qualcuno non scappi. Più che pessimista mi son trovata qualche porta chiusa. Qualche? Io direi un sacco di porte in faccia. Dopo mio marito un uomo attirava i miei pensieri. Due figli. Ma è scappato. Non dico che sia facile, ma cresceranno. Sono la mia vita. Vedi che non va tutto male? Senza, l’avrei già fatta finita. E poi gli uomini che scappano è meglio perderli che trovarli. Hai ragione. Da quando sei fidanzato? Stasera lavatrice e ferro da stiro. Da nove anni. Cavoli, tanto anche te. Tanto sì. Ma stiamo bene insieme. Diciamo che sono stato fortunato. Anch’io sono stata nove anni prima di sposarlo. Però. È più facile trovare una donna ok, che un uomo ok. Direi di sì. Non sei d’accordo? Eri un ragazzino anche tu. Di uomini per davvero ce n’è molto pochi in giro. Uh, sì. Non sono meglio. D’accordissimo. Cerco di non vergognarmi troppo di me stesso. E poi io scrivo. Sono uno scrittore. Chissà che non sia la verità. Fai bene. Cosa scrivi? Sentimi un po’. Ti sento. Io ti posso offrire solo la mia amicizia. Però credo sia meglio di niente. Certo. Aspetta. Di sicuro. Eccomi qui. Ero al telefono. Ci sei? Sì. Scusa. E di che? Scusami tu. Ero al telefono. Dimentico che sei uno importante. Figurati. Se passi dalle mie parti, ci possiamo vedere. Volendo, sì. Ecco, bene. Basta saperlo per tempo. Tanto abitiamo vicini. Sai con i bimbi. Sì, ci credo. Ora scappo. Una foto, dovrei cercarla. A dopo. Ma dove vai? Hai dei finali drammatici. Io vado e poi ti cerco qui. Ciao. Ok ti aspetto. Ciao. Ehi. Sono tornato. Ciao. Sono al buio. Hai visto? T’ho accontentato. Non ho la luce. Come al buio? Fino alle 22. Un guasto. Perché? E chi lo sa? Ho ricevuto la tua foto. Ti dico che non sono per nulla fotogenica. Ma no che va bene. Di persona sono leggermente migliore. Sì, ma anch’io voglio vederti. Qui è andata via la luce. Sì. Una mia foto? Immaginavo. Aspetta. Yes! Non importa. Spero. Tra sfigati allora ci capiamo. Ecco la foto. Hai proprio l’aria del prof. Eh, credo proprio di sì. Secondo me ognuno nasce già predestinato. Dici? Con il viso che parla per te e dice ciò che sei. Sì e no, o meglio. Sì, un’inclinazione c’è. Sì e no che significa? Poi sta un po’ a noi riuscire a trovare la strada. Da piccola mia madre lo diceva sempre che ero speciale. Poi un uomo mi ha rovinata. Beh, la mamma non fa testo. Ma come mai ti sei cacciata in questo guaio. Lo fa, almeno la mia. E poi sono convinto che il tuo uomo non sia solo male. Troppo innamorata. Avevo 13 anni. Qualcosa è andato storto. Ecco questa è una cosa che non va bene. Posso essere sincera? Si cresce. Dimmi. Diciamo che ha due brutti vizi. E quali? Si fa ed è violento. Pure. Ma dovevi andartene dopo la prima volta che solo ci provava a toccarti. Che dire? L’ho amato tutta la mia vita. E non ti sei amata neanche un po’. Ero in attesa del primo. Amavi lui per non amare te. La mia famiglia mi ha pregata per anni di mollarlo. Difficile volersi bene, a quanto pare. Chissà perché così poco rispetto di te stessa. Non è cattivo ma vuole fare a modo suo. Ancora lo difendi? Prima andava bene ora non più. Prima, cioè dieci anni fa? Poi ho aperto gli occhi. Dopo 10 anni? É stato il mio primo grande amore e anche l’unico veramente. Si cresce. Siamo cresciuti insieme. Sai quanta gente interessante c’è al mondo? Non siete cresciuti. Lui ha continuato a essere se stesso. E tu sei cambiata? Anche adesso fai fatica a volerti bene. Non ci si caccia in un pasticcio come il tuo se non lo si desidera. Devo solo farci l’abitudine. Mai farci l’abitudine. Anche alle botte ci facevi l’abitudine? Sì, e mi sentivo pure in colpa. Ok, scusa. È tornata la luce. No, ma figurati. Però renditi conto che se una cosa non la capisci, ti ricapita. Ci vediamo domani sera? Lunedì è il mio giorno libero. Domenica si potrebbe. Cavoli, al contrario. Vai dalla tua tipa? Vado io o viene lei. È anche giusto altrimenti quando vi vedete. Infatti. Però ci stai anche tu come amica. Con la vita da romanzo che hai. Ecco prendi spunto per scrivere. Mi darai i diritti. Ah, beh, quello sì. Cinquanta e cinquanta. Io metto solo la storia. Tu devi scrivere. Ok. Ti impegni di più tu. Quella che si è impegnata di più sei tu. La vita è quella vissuta, non quella raccontata. No, la vita è il suo racconto. E poi, vivere. Forse sopravvivere. Non essere catastrofica. Questo gioca a mio favore. No, mai. Quasi ci riusciva lui ma… Son tosta. Adesso che sei passata per dei brutti momenti. I miei figli mi chiamano Hulk. Si chiama essere mamma. A 20 anni tutte avevano il moroso io il bebè. Mia mamma aveva 19 anni. Sai che sono la madre più giovane nella classe di mio figlio grande? Sto facendo continui errori. Scusa, prof non darmi 4. Non ti preoccupare. Ma che ti ridi? Non sono in servizio. Meglio, allora. Ti godo come amico. Sì. Perfetto. Sai, dietro ci sono delle persone. Dietro cosa? Dietro la chat. Per fortuna. Non ho mai pensato al retro di una chat. Se non ci fossero persone. Sì. Pensa che squallore. Che squallore dove?

Leonardo Tonini

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10 Responses to Pensando Wittgenstein

  1. “Ma dove vai? Hai dei finali drammatici. ”
    Bellissima questa parte, mi è continuata a ronzare in testa mentre leggevo il resto.
    Scorre, come una chiacchierata in treno, scorre, cammina. Mi piace. Una sorta di Ulisse di Joyce? O di “James Juice” volendolo ribattezzare in questa epoca moderna di chat e di comunicazione da 30 secondi (pubblicitaria).
    In alcuni punti stavo per prendere la chitarra, come un testo di…De Gregori? Tan, tantan Tan, Tantan, Tan…Me lo sono immaginato cantato da lui e non so perché. Il fatto che io non lo sappia mi conferma che ha una sua identità:
    non è Joyce, non è Juice, non De Gregori ma Leonardo Tonini. Il geniale Leo.

    A me piace, l’ho letto (e continuato a leggere) com molto piacere

  2. Isak Borg says:

    Rende bene il frammentario parlarsi di oggi. Purtroppo è anche la tecnica (se può riferirsi la novellistica di oggi a una tecnica qualsiasi) di chi, scrivendo, evita di infilarsi in proposizioni subordinate e giri linguistici compiuti che sono la vera marca di chi forgia il reale con la parola.

    In poesia questo modo di procedere è detto STICHICO, tre parole, un punto. Tre parole, un punto. Va bene per tirate brevi, poi la mente sovrana alla scrittura cerca precedenti celebri e allora il raffronto con un flusso joyciano, per esempio, mostra i limiti troppo manifestamente…

  3. Non è facile scrivere in questo modo sincopato e non cadere nella sciatteria e nella superficialità.
    Lo trovo PERFETTO.
    Grazie per avermi taggato.
    Ciao, Leo.

  4. Erwin de Greef says:

    Buono!

  5. flaviopintarelli says:

    Interessante. Hai pensato di inserire volutamente degli errori di battitura?

  6. Leonardo says:

    Rispondo ai commenti.

    @Isak Borg: Stichico ci può stare anche se non pensavo alla metrica classica mentre scrivevo. Il paragone con Joyce è abnorme! è come dire a uno che scrive una poesia: “sì, è carina, Leopardi però…” Molto più semplicemente, si tratta di uno scherzo in senso musicale, un antidialogo che procede su piani diversi e quindi la lettura ne risulta confusa, anche se il senso è poi chiaro. Non ha pretese di letterarietà, metterlo sotto l’egida di Wittgenstein regala un po’ di profondità. Per me è anche una novità, di solito sono succube della ipotassi. Il senso morale nel racconto è tutto in una frase: “La vita è il suo racconto”. Manco a farlo apposta è del filosofo…

    @flaviopintarelli: no, gli errori di battitura sono miei e non sono voluti, chiedo venia. Gli errori stilistici, invece, sempre che si possano chiamare errori, sono mimesi del parlato.

    A tutti gli altri: felice che vi sia piaciuto!

    Leonardo

  7. Isak Borg says:

    Grazie Leonardo. Joyce fu in effetti tirato in ballo dal primo intervento: da cui la citazione en passant…
    Preciso solo che non ho avanzato l’ipotesi che si scriva secondo metrica (e meno che mai greca, impossibile alla nostra sensibilità quantitativa). Fa soltanto comodo aver avuto con me un utilissimo libro di Marchesi, DIZIONARIO DI RETORICA E STILISTICA che consiglio e che dà semplicemente una nomenclatura leggera ma puntuale su certe soluzioni felici dell’arte di scrivere.
    Come scrittore in versi, poi, ovvio che io tenda a leggere in un brano il dato ritmico e “forte” del dettato e quanto a Leopardi non si dovrebbe essere così distanti da uno che ritengo un mio collega: si possono stabilire convergenze nella visione del mondo con questo o quello scrittore e a dirti il vero (sarà anche per i miei 40+ anni 😉 conosco un mio personale luogo nel panorama letterario che mi fa stare vicino a un Leopardi o Montale o Rilke o Eliot o Pound o Kafka fiutandone anche il lato umano e capendo della loro vita più di quanto ci abbiano insegnato nel tempo.

  8. Silvia mediamente kaotika says:

    ha ragione professore, la vita va vissuta,la commedia è garantita, esistono vite o-scene? a quanto pare è rimasta a piedi senza benzina, lui lo sapeva ed ora lei si sente dentro un film di bassa qualità, una tragedia con tutta l’ironia del caso o della sorte… hey profesore quante vite ha vissuto? e lei ? chi è per scrivere le vite che non sà? hey professire sà? tra un ferro da stiro e la luce impazzita e fulminata, anche lei scrive,ma sono solo riflessi o riflettori…ciack che inizi pure…la sua vita le si scrive addosso e il suo corpo è un verso frainteso… in ogni caso professore, bel pezzo…

  9. Daniele Vergni says:

    Ops, si è interrotta la chat.

    Vedo dei riflessi, li immagino, visto la crudezza della chiacchierata con il call social center. Bel racconto, dritto, arriva, ma si legge male, a volte il disordine richiede più ordine prof!!
    La vita non basta né viverla, né scriverla, i predestinati si abbandonano alle decisioni altrue e dell’ambiente (ma non varchiamo la Semiosfera, meglio). La vita bisogna viverla con le azioni e le decisioni, e mentre la si vive la si scrive e non esiste il pulsante “cancel” – al max un vocabolario pessimo che suggerisca qualche parola. Le parole si possono suggerire, non le azioni, ci vuole costanza, presenza, non una chat.

    Ripeto, bel racconto diretto, un pò scomodo da leggere, tra due persone che vivono l’interfaccia come un pezzo di metallo.

    Mi sembra di vedere e rileggere con altre parole parte di Marta, sotto una luce al neon blu troppo fredda per capirla…

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