La voce fuori dal coro

Avevo sei anni, ero bolscevico e non lo sapevo.
Non sta bene scoprirlo a ridosso della caduta del muro di Berlino.
Non sta bene mica.
Grazie ad una vibrazione delle corde vocali, vieppiù.

Chi lo sa se v’è mai capitato d’imbattervi, nei ruggenti e scemanti anni ottanta, negl’organizzatori delle selezioni per lo Zecchino d’oro.
Di norma giungevano de bomba y platillo, come dicon gl’ispagnoli, piazzando qualche tomo enciclopedico in case imborghesite e racimolando alla bell’e meglio frotte di partecipanti infoiati, meglio se supportati da altrettantemente infoiati genitori.
Allestivano palcoscenici di provincia piazzandovi scenografie ridondanti.
Eran loro gl’uomini delle stelle, ma l’avremmo scoperto solo anni dopo, col film di Castellitto. Noialtri, gente semplice invero, li si lasciava manipolare sentimenti e credulità popolare.
Quand’ancora non imperava il talent show, l’ambizione massima era farsi spalleggiare dal Coro dell’Antoniano, dopotutto. Stringer la manina incartapecorita di Mariele.
Noialtri s’era gente semplice invero.

Massimamente democratici, i vassalli della Mariele sbrigavano la pratica estraendo a sorte il pezzo da farti cantare. In una scatola il nome dell’aspirante interprete, nell’altra i titoli delle canzoni.
Poteva dirti bene, ma anche no.
Fu quando avevo sei anni, ed ero bolscevico senza saperlo, che scoprii per la prima volta la dirompente inarginabilità della dittatura.
Nell’asilo imperava un regime teocratico-matriarcale.
Ventidue ragazzini furono costretti ad intonare all’unisono “Suor Margherita”, melenso panegirico all’educazione monacale (1). Lo fecero stringendosi le mani e versando lacrime amare, indossando al collo un fazzoletto scarlatto in memoria dei tre pargoli dissidenti che, in un sobillatore afflato zapatista, s’erano rifiutati di tessere le lodi di “suor Margherita che in mezzo ai bimbi passa la vita”.

Uno di quei tre, io.
M’assegnarono Вместе весело шагать, struggente ballata sentimentalpopolare sovietica che più d’una volta aveva fatto capolino nelle tivvù tra Stalingrado e Mosca interpretata da ingessatissimi ed inquadrati cori di ragazzini temprati dal bolscevismo (2).
L’aveva cantata qualche mese prima, a Bologna, una certa Olga Malakhova, ed io ero rimasto di sasso, un guizzo rubizzo m’aveva avvampato le guance, perché per quella Olga Malakhova, in pomeriggi al sapor di Galak, m’ero convinto di provare qualcosa che le parole non sapevano ancora definire (3).

Mille voci una voce.
Una voce fuori dal coro. La mia.

Alla finale, ça va sans dire, vinse la versione corale e teocon di Suor Margherita.
Durante la mia esibizione, in sala, scese un imbarazzante silenzio.
Deve esistere, da qualche parte, un vhs che m’immortala mentre slego l’ugola in un arabesco niebissanza ripallòshka zapaloshezà (4), con fiero cipiglio, nemmeno fossi Juz Aleskovskij mentre intona Canto a Stalin.
Lo trovasse mai qualcuno, quel vhs, che non esiti a farmelo avere.

Giusto per ricordarmi del giorno in cui scoprii d’essere anacronisticamente bolscevico, alla veneranda età d’anni sei.

Fabrizio Gabrielli

(1) Per rinfrescare la memoria
(2) Val bene una visita
(3) Voi dite sia questa?
(4) Qua, al minuto 0:52

2 Responses to La voce fuori dal coro

  1. luke says:

    Ah ah, bellissimi ricordi 🙂
    Secondo me la tua Olga è questa, canta al Bolshoi: https://www.facebook.com/olga.malakhova.564

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