Resti

Il diavolo telefonò alle tre e diciassette del mattino,

ma non avevo niente da dirgli,

così riattaccai.

Fuori pioveva, come da contratto.

Travestita di buio, nella camera da letto,

la mia ragazza urla “NO!”, nel sonno.

È spaventata, ma non si sveglia.

Fuori pioveva, come da contratto.

E nessun nano canterino a tenderci la mano,

né principi esiliati a farci compagnia.

Nessuno sguattero di stato, scrivani abbronzati, casalinghe appagate, risparmiatori fidelizzati,

nessun cerchio tracciato nella polvere, amorevolmente costruito intorno a noi,

a proteggerci dal terrore di una scelta previdenziale fatta male.

Niente batteri nascosti nel cesso, né merendine tumorali energizzanti in offerta.

Nessuna frana e nessun collasso sistemico dell’economia mondiale.

Niente terremoti, niente emergenze, niente collette para statali a fin di male.

Niente scuola, niente informazione, niente lavoro. Niente soldi.

Niente musica.

Niente sigarette.

Niente vino.

Niente sorrisi felici macchiati di fluoro.

A parte tutto:

niente.

Fuori pioveva, come da contratto.

Così niente,

a parte la merda di cane sui marciapiedi,

le scuse da inventarsi,

le ascelle da lavare,

i peperoni muffiti da buttare,

le cicche da riutilizzare,

le parole da cercare,

il cesso da lavare,

il lavoro da cambiare,

i conti da pagare,

il gas da respirare,

la fortuna da grattare,

il pusher da chiamare,

la macchina da aggiustare,

e una intera vita da spiegare.

Il diavolo telefonò alle tre e diciassette del mattino,

ma non avevo niente da dirgli,

così riattaccai.

Ma adesso,

dopo un paio di litri di caffè arabico,

pochi grammi d’erba ben dosata,

e qualche boccia di nero d’ Avola a temperatura ambiente,

adesso spero che il diavolo richiami.

E quando lo farà dirò semplicemente:

hai preso tu il mio accendino?

Perché è questo quello che resta alla mia generazione.

Gianni Cusumano

‘A STRAGGE D’A’MARANELLA

‘A STRAGGE D’A’MARANELLA

    – Buongiorno.

    – Prego!

    – Marlboro light e una ricarica Vodafone da 50.

    – Marlboro light le ho finite signorina, e la ricarica ce l’ho solo da 20.

    – Allora mi dia Camel light e due ricariche da 20.

    – Ho le Camel gialle e solo una ricarica da 20.

    – E le Pall Mall blu ci sono?

    – Solo da dieci.

    – Mi dia due pacchetti.

    – E la ricarica?

    – Me ne dia soltanto una da 20.

    – Ho anche quelle da 10.

    – Allora una da 20 e tre da 10, ne ha?

    – Soltanto due.

    – Va bene, mi dia solo quella da 20. Quant’è?

    – Con le sigarette, 23e70.

    – Ecco.

    – Non ne ha spicci?

    – Come scusi?

    – Non ho il resto.

    – Ho soltanto 100 euro, mi dispiace.

    – Aspetti che mando il ragazzo a cambiare, Mario vieni!

    – (…)

    – Mario? Mario? Ah Marioo!!

    – (…)

    – Scusi ma ho molta fretta non fa niente, devo andare.

    – Signorina aspetti ‘n attimo! Mario viè un po’ qua, vai a’ cambià i soldi de sta signorina da Oreste! Ah Mario ma che stai a’ fa’? Mariooo!!!

    – Grazie lo stesso, arrivederci.

    – Eccolo qua signorina, ah disgraziato ma che n’ce senti?

    – Aho ma che voi? stavo ‘n bagno!

    – Non posso più aspettare, devo andare, buon giorno.

    – Ma signorina è ‘n attimo!

    – Grazie lo stesso. Buongiorno.

    – Scusi tanto, arrivederci.

    – Ammazza che bionda!

    – Ah disgraziato, lo sai chi è quella?

    – Me sembra tanto ‘na battona!

    – Mortacci tua Mario! Nun scherzà, ‘o sai chi è?

    – Te dico de no, nun l’ho mai vista!

    – E te credo! S’è appena trasferita coi fiji e er marito. O sai chi è er marito, Mario?

    – Chi è, er sindaco?

    – Si, er papa! Ma che stai a’ di’? possibile che nun sai gnente? Oreste n’t’ha detto gnente?

    – Ma che me doveva dì? Se po’ sapè chi è sta bionda o stamo a fà i pacchi?

    – Che stamo a’ fa?

    – I pacchi, i ‘ndovinelli! Me dici chi è?

    – È a’ moje de uno, uno famoso.

    – Aridaje! A moje de Totti?

    – Si, de Bruno Conti!

    – È un calciatore?

    – Macché calciatore!

    – Uno d’a’ tv?

    – Manco ppegnente!

    – Un regista? ‘No scrittore? Un finanziere?

    – None, none none! Nun ce stai proprio!

    – Un politico?

    – Quasi.

    – Er sindaco?

    – Ah Mario ma n’ce senti? O me stai a cojonà?

    – Ah, io te starebbi a cojonà? A’ Cristià? Io? ma poi che me frega a me de sta stronza e del marito sua! Se n’è pure ita!

    – Ah Mario, co sta gente nun se scherza, stai ‘n campana! Statte attento!

    – Ma chi, co quella? Ma se n’c’avrà manco 20 anni?

    – E infatti che te sto’ a dì? Ar marito devi da sta attento!

    – Ma se po’ sapè chi cazzo è sto marito de sto cazzo? Eh? Chi è?

    – T’ho dico?

    – Ah Cristià e daje un po’!

    – Quant’anni c’hai Mario?

    – Si, tu sorella quant’anni c’ho!

    – Quant’anni c’avevi nell’80?

    – Lo dicevo io che stamo a’ fa i pacchi!

    – Dajè ma’, quant’anni c’avevi? ‘Na decina?

    – De meno. Famo cinque.

    – Se te dico Bologna e te dico due agosto e poi te dico

    – A Cristià e strigne un po’! Tu ‘na cosa me devi da dì!

    – A’ stragge de Bologna, Mario.

    – ‘Mbè?

    – Come ‘mbè?

    – Che vor dì?

    – Che vor dì? Er marito de quella c’entra ca’ stragge de Bologna!

    – Si, ‘n par de cazzi!

    – Eh, ‘n par de cazzi si!

    – Ma che stai a’ di! A’ cazzaro!

    – Cazzaro a me? A’ regazzì, n’te permette!

    – A stragge de Bologna, a’ Cristià? Ma che stai a’ dì?

    – A’ verità Mario, è a’ verità!

    – E chi tt’ha detto?

    – A parte che l’ho visto e se riconosce

    – Chi tt’ha detto, Oreste?

    – Che c’entra Oreste?

    – Tt’ha detto oreste?

    – Si vabbè ma che vor dì?

    – Ecco appunto capirai, Oreste! A stragge de sto cazzo, Cristià!

    – Mario sei proprio ‘n regazzino, comunque io t’ho avvisato, vedi che vuoi fa!

    – Me devo da sta attento Cristià’?

    – Te devi da sta attento si!

    – Sinnò poi arimette n’antra bomba vè? A Torpignattara Cristià? A’ stragge d’a’ Marannella, o magari a’ Policastro, a’ scola!

    – Scherza scherza, ma poi nun te lamentà! Co sta ggente nze sa mai, nun zo mica cambiati! Se so’ ripuliti ma so’ sempr’i’stessi! Ma che ne voi sapè tu, che ne sapete voi ggiovani d’e’ bombe e de sti zozzi che ‘e metteveno! Sai quanti ne pistavamo io e Oreste alla tua età? Erano artri tempi, e sai che te dico? Che se stava mejo allora, artro che!

    – Bella Cristià, se vedemo!

Pierluca D’Antuono, 16 marzo 2010

Metodica delle cose inutili – La verità

La verità.

Se non ci fosse la verità, dimmi tu come potrei mentire?

Proverbio tardo ugaridico, secondo alcuni pre-armeno.

Dovremo spendere delle parole sull’inutilità perfetta e tetragonica della verità, e quindi sulla sua centralità nel nostro sistema di esistenza, che sembreranno ai più ridondanti: l’inutilità della verità rispetto a qualsiasi prassi concreta e immaginale della vita è, infatti, di palmare e luminosa evidenza. Il nostro discorso varrà dunque come esortativo e catechistico, e sarà volto a rinforzarci nella fede che tributiamo al sistema, per mezzo della constatazione stupefatta e ammirata della grandezza del concetto di verità, ossia della sua totale e numinosa inutilità.

Numinosa, misticamente delirante, miracolosamente illusoria, se solo ci si sofferma a constatare che, quando pensiamo alla verità, abbiamo chiaro in mente con immediatezza qualcosa che esprime l’esatto opposto del concetto di verità. Verità, da etimo, è qualcosa in cui si crede per atto di fede: è un’astrattissima costruzione della fantasia. Astratta e vischiosissima. Una macchina inesorabile dalla quale è impossibile scappare, congegnata com’è per pochissime operazioni autoreferenziali: della verità si può predicare che è una, assoluta e certa; con un sofismo che non la intacca nella costituzione, che è molteplice e assoluta in maniera transitoria; che non c’è, il che comporta che la frase la verità non c’è non può essere vera.

Con la verità non se ne esce fuori. Cadere sotto il suo ambito, è cadere in trappola. Una trappola tranquillante e anestetizzante. Quando siamo sotto il registro della sua dittatura, infatti, altro non facciamo che collocarci in due condizioni comodamente ripartite: la verità ci concede solo o di credere in essa, o di farsi congegnare, ridisegnare da noi entro i suoi ben delineati limiti: essere comandati o comandare.

È il nostro sistema di potere, che si basa saldamente sulla verità, perché, prima di tutto, la verità, con le sue tentacolari costruzioni del come deve essere, e del così come è, ci allontana con uno scarto impercettibile ma gagliardo dalla vita. La verità del come deve essere espresso teologicamente dalle ideologie; la verità del così come è imposto fisiocraticamente dalla retorica del realismo, tutte le varie sfumature elaborate da questa macchina, sono, infatti, le sole ad essere capaci, con verità e per ultime, a tenere a bada lo slancio, la forza e il paradosso della vita, che vive e muore.

La verità è il fondamento mistico di un sistema della paura e della vigliaccheria, la rivendita di una fede che offre la liberazione da qualcosa che non è una prigione.

O Morte, dov’è il tuo pungiglione?”, grida l’uomo di verità, che non sa, o finge di non sapere, che in processione, quando si festeggia il dio della vita, è il dio della morte ad essere venerato.

Pier Paolo Di Mino


La banda dello stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia – 22


[continua da qui]

E loro correvano, eccome se correvano i nostri disperati scrittorucoli, che da baldanzosi che erano dovettero farsi piccoli piccoli per passare indenni attraverso le strette maglie della legge. Ché poi si fa presto a dire correre, ché la guida del loro timoniere non era propriamente sportiva, ma lo stesso essi riuscirono a superare l’appennino tosco-emiliano e a sbucare nella verde Umbria, dove li attendeva un altro rifugio degno di nota.

Il luogo in questione, un’ex casa colonica contesa dalla giunta comunale – che dopo averla data in gestione a un noto scrittore, autore di una famosa rivista satirica1 che scandalizza ancor oggi certuni per i suoi contenuti, stava cercando un modo per riprendersela – apparve ai loro occhi come un paese dei balocchi, abitato da cani e gatti che sbucavano da casupole di legno dalle strane forme e disseminate tra i bassi arbusti di un boschetto. Si trattava di una vera e propria repubblica indipendente, con tanto di passaporto onorario, che accoglieva i rifugiati di ogni tipo; un minuscolo stato difeso soltanto dalla forza delle idee che non sono costrette a ricorrere alle armi.

Sarà stato per via della stanchezza o per l’altitudine o perché ormai si apprestava la fine di settembre, ma per la prima volta i cinque attentatori alla libertà di parola sentirono anche i brividi del freddo, come un oscuro presagio che inquinava il loro prossimo futuro.

Insieme al capelluto e canuto intellettuale, che li accolse avvolto dal calore di una zuppa di legumi che già bolliva sul fuoco, essi discussero sui risvolti della loro rivoluzione impossibile, che si era dipanata, secondo percorsi piuttosto accidentati, dalla fine degli anni sessanta fino ai loro giorni. Il rischio, come sempre in questi casi, fu quello di gettare tante belle parole al vento, per quanto i nostri fossero circondati dalle prove inequivocabili dei tanti tentativi fatti negli anni precedenti al loro apprendistato, quando si chiedeva a gran voce la fantasia al potere.

Si narra che essi improvvisarono un ristretto simposio, che niente ebbe a che vedere con il luogo romano in cui usavano recitar tra i peggiori baccanali: un concilio in cui esposero le loro idee al rispettato intellettuale, che come un padre comprensivo li ascoltò per tutta la serata, ma a niente valse tutto quel loro filosofare, poiché sul più bello si udirono nuovamente le tanto odiate sirene, che squarciarono il silenzio governato dai gufi e dai lupi.

Il gruppo, ingrossato da qualche giovane adepto, decise di rispondere alla forza con la forza, anche perché l’unica via di fuga sarebbe stata quella verso la capitale, dove sarebbero senz’altro finiti dritto in bocca al nemico.

Il piccolo esercito, munito di pigne e cerbottane, si appostò dietro gli arbusti, e mandò in avanscoperta la ciurma dei cani e dei gatti, che con il loro abbaiare e miagolare avrebbero cercato di tenere a distanza gli sgraditi invasori. Essi non avevano però previsto che insieme alle forze dell’ordine sarebbero arrivati in pompa magna anche politici e giornalisti, in numero così elevato da rischiare seriamente un sovraffollamento del minuscolo staterello libero delle arti.

Gli assediati furono costretti a sorbirsi diversi minuti di retorica statalista pronunciata col megafono, ma per quanto quella di Frigolandia fosse una repubblica informale, il clima era lo stesso molto teso, come se davvero si trattasse di un’invasione territoriale da parte di uno stato belligerante. Inizialmente venne sparato qualche colpo a salve, seguito da una raffica di minacce, quindi, visto il fallimento di questa strategia all’acqua di rose, gli uomini in divisa optarono per il lancio di lacrimogeni.

Nonostante le tante operazioni antisommossa, essi non avevano però mai assistito a quanto accadde in quel momento davanti ai loro occhi: i cani e i gatti repubblichini si misero a correre come ossessi per il boschetto, dove raccoglievano velocemente da terra quelle armi chimiche per interrarle con le loro zampette. La scena aveva del surreale, e difatti prese alla sprovvista l’armata del Presidente, che si fece sorprendere dal contrattacco: una gragnola di pigne cadde sui loro caschi da combattimento, componendo una sinfonia di rintocchi che si levò per tutti i colli circostanti.

La battaglia finale era cominciata.

Simone Ghelli

1 Essa si chiama Frigidaire, e da circa trent’anni si distingue per la sua irriverenza nei confronti della politica del nostro beneamato paese.

Babbo Natale Poliziotto Fetish

Sono le 18e50, tra dieci minuti finisco. Ancora penso a quell’unico bambino che oggi mi ha scoperto: “Non sei quello vero, la barba è di plastica” mi aveva detto circondato da altri che invece strabuzzavano gli occhi e mi guardavano affascinati. Allora la madre di quel marmocchio si era intrufolata tra la folla di bambini e lo aveva tirato a se proprio mentre cercava di arrivarmi alla barba per svelare il trucco. Ci siamo guardati negli occhi, io e la madre. Lei ha sorriso e lo ha portato via.

“Papà papà! Quello non è il vero Babbo Natale” sentii il marmocchio frignare.

“Mah! Lo pagheranno anche in nero” disse il padre rivolto più alla moglie che al figlio.

“Caro, smettila di fare il poliziotto anche quando non sei in servizio” disse la moglie  mentre si allontanavano dal trono di Babbo Natale.

Sono le 19, saluto tutti con un “Oh oh oh!” e vado via. Dietro l’angolo tolgo il costume e lo metto nel mio inseparabile borsone.

Squilla il cellulare: “Si? Ok. A che ora? Ok, tra poco sono li”

Un appuntamento al Night, stasera qualcuno ha richiesto i miei servigi. Da Babbo Natale a poliziotto fetish. Ecco come tiro avanti in questo periodo. A Pasqua sarò Coniglietto Pasquale e sempre, occasionalmente, poliziotto fetish. E io che ho studiato per diventare attore di teatro!

Passo a casa, infilo nel borsone il costume per il privé e arrivo al Night. Chissà quale donna annoiata vuole farsi strusciare dal poliziotto fetish il 23 di Dicembre. Entro. Guardo negli occhi la donna seduta sul divanetto blu. Riconosco lo sguardo: è la madre del bambino anarchico di oggi pomeriggio. Sorrido: la moglie del poliziotto che prenota il poliziotto fetish. Dentro di me rido e piango: questi luridi lavori mi stanno moralmente distruggendo. La faccio divertire ballando, giocando con le manette e tutte le altre cazzate che piacciono tanto alle clienti. Poi rimango al Night dopo l’appuntamento. Grave errore perché mi bevo la metà di quello che ho guadagnato oggi facendo il Babbo Natale e tutto quello che ho racimolato col privé.

Sono le 9e30 di mattina e non sono tornato a casa a dormire, l’alcool ha vinto e mi ha tenuto sveglio. Ora sono ubriaco, totalmente pendente e tra mezz’ora sarò anche un Babbo Natale. Arrivo vicino la piazza. Mi vien da vomitare. Arraffo il costume dal borsone. Che vita di merda. Mi vesto incastrandomi più volte nei pantaloni rossi e larghi e poi via, verso i figli delle donne annoiate.

Sono le 10, eccomi al centro della piazza vicino al trono di Babbo Natale. I bambini, però, non mi vengono incontro felici. Alcune mamme trascinano via i propri pargoli coprendogli gli occhi. Sono tutti a bocca aperta. Che vogliono? Abbasso lo sguardo, mi osservo. Scarpe a punta nero lucide, pantaloni rossi e larghi, maglietta aderente di rete nera con buco ad altezza capezzoli, stella da sceriffo dorata, manette e frustino agganciate alla cintura. In testa il cappello di Babbo Natale.

Sono le 10e01: mentre l’alcool mi risale dallo stomaco e inonda con un fiotto il trono di Babbo Natale, vedo, con la coda dell’occhio, due poliziotti che mi corrono incontro minacciosi. Uno dei due ha un volto che conosco.

Patrizio D’Amico

Poesia precaria (selezionata da A. Coffami) – 21

Questa volta non vi parlerò di un poeta o di una poetessa bensì di un programma radiofonico che tratta la Slam Poetry (o Poetry Slam). Si chiama semplicemente “SLAM!” ed è realizzata da Dome Bulfaro di PoesiaPresente e Marco Borroni, autore del saggio Rime di sfida (Arcipelago Edizioni) e coautore insieme a Paolo Ornaghi delle due antologie incastRIMEtrici dove poeti e rapper si “sfidano” amichevolmente a colpi di versi.

Ed è proprio su queste basi che si fonda il programma, ogni settimana un rapper ed un poeta si sfidano con testi e poesie è sarà il pubblico da casa a votare e decretare il “vincitore”. La Slam Poetry è una competizione poetica simile alle gare di freestyle del panorama Hip Hop. Il pubblico che partecipa ad una Slam è attivo, deve scegliere la rima più bella, la trovata più stimolante, la poesia più emozionante: non c’è limite di stile ai versi. Ognuno è libero di esprimersi come meglio crede. Ci sono delle regole da rispettare come in ogni buona gara, ma vi assicuro che il clima che si respira nelle Slam Poetry è acceso, stimolante e caldo.

Il programma radiofonico fonda la sua struttura in questo e miscela letture poetiche a musiche (principalmente legate al mondo del rap). Tra gli ospiti che hanno recitato i loro versi e si sono amichevolmente sfidati ricordo Mental D_tek_tor, Vaitea e Scarty per il rap e Simone Savogin, Marco Bin e Margherita Corradi per il versante poetico.

Potete sentire le loro opere e scaricare le puntare entrando nel sito www.clickplaza.it e selezionando le puntate di Miscellaneous Cafe speciale SLAM!

Buon ascolto

Andrea Coffami



Oggi

Strada Sociale e Terranullius presentano:

RACCONTARE IL SOCIALE
Presentazione della rivista “TN Scritture a sorgente libera”
Testimonianze di soggetti che raccontano e vivono il sociale

Strada Sociale
Venerdi 19 marzo 2010 ore 17.30
Via Antonio Toscani, 33 Roma