Istruzioni per fondare una religione

Benvenuti alla prima lezione di: “Istruzioni per fondare una religione”.

A scanso di equivoci, vi informo subito che non vi dirò nulla su come dovrà essere il vostro divino, questi sono solo affari vostri. A me non interessa se voi creerete un dio alto o basso, nero o bianco, senza gambe, senza braccia o con mille gambe e mille braccia. Non mi interessa nemmeno se vorrete fare una religione monoteista o politeista. Questi, a differenza di ciò sicuramente pensate, sono aspetti assolutamente secondari, futili.

L’uomo che parlava dal palco aveva una voce profonda e rassicurante e, mentre diceva le sue prime verità, passeggiava lentamente, facendo un tictoc di scarpe, che si propagava in tutto il palazzetto. La platea ascoltava attentamente e seguiva la scena con movimenti degli occhi pressoché uniformi: le retine erano incollate al predicatore. I taccuini erano aperti e le mani erano pronte ad appuntarvi i preziosi consigli per diventare capi religiosi.

Signori miei, come da programma, la prima cosa da sapere per poter fondare una religione, non sono questi aspetti, diciamo così, formali. Ciò che conta veramente è tutt’altro: Saper. Utilizzare. La. Paura! Ebbene sì, la paura, avete capito bene. Un buon capo religioso deve saper governare, gestire e dosare questo sentimento, che è il più forte che esista fra gli uomini.

Le mani degli ascoltatori procedevano veloci nell’appuntare ogni sillaba pronunciata dall’uomo sul palco. Molti sogghignavano sotto i nasi, al pensiero di poter apprendere come farsi seguire dalle folle, avendo pagato solo cinquanta euro di iscrizione.

Cosa credete, che sia l’amore a muovere il mondo? Credete ancora in questa menzogna? Bene, allora vediamo assieme un esempio.

Il predicatore puntò il telecomando verso il video-proiettore e fece partire la prima immagine. Il fascio di luce andò a scontrarsi col grande telo bianco e creò la raffigurazione: una folla di uomini, con torce e forconi alla mano, che guardano una donna dai lunghi capelli sciolti e l’abito nero, mentre viene bruciata sopra un rogo di legni secchi.

Bene signori qui cosa vedete? Dai, voglio sentire lo vostre voci.

Le mani si alzarono e, a turno, diedero varie risposte.

Il rogo delle streghe, rispose il primo.

L’inquisizione, rispose l’altro.

Benissimo, ma non è corretto, o meglio, non lo è del tutto. Vi spiego: voi vi siete fermati all’apparenza, ma, come sanno tutti gli studiosi di storia dell’arte, le immagini nascondono più significati e noi dobbiamo trovarli. Dobbiamo trovare quelli degli altri, per poi poter creare i nostri. Ora vi do la mia interpretazione, così cerchiamo di capire: la strega non è solo una donna strana, è una donna con dei poteri, una donna con il Potere, con la P maiuscola. Le streghe erano quelle donne che uscivano dagli schemi sociali dell’epoca e che, rifiutando i dogmi morali e religiosi, andavano a minarli.

A vedere la scena dall’esterno, poteva sembrare che l’oratore fosse come il pifferaio magico, con una massa di topi in giacca e cravatta incantati e pronti a seguirlo nel burrone.

I religiosi capirono che era pericoloso lasciar passare queste libertà, perciò fecero sì che la gente ne avesse paura. Ecco, quindi, che le streghe divennero cattive, lussuriose e malvagie, e furono rappresentate come il diavolo sulla terra. Ora capite cosa c’è in questo quadro? Riuscite a vedere nei forconi di quegli uomini, la paura di avere delle mogli che li abbandonano? Vedete nei bambini con le torce la paura di arrivare a casa e non trovare la mamma che li aspetta? Vedete tutto questo ora? Ditemi di sì, ditemi che vedete, nel rogo sotto la donna, il fuoco del potere religioso che, minacciato da nuove libertà, ha ben pensato di far leva sulla paura della gente per rafforzarsi!

Quest’ultima frase uscì gridata dalle fauci del predicatore e il fragoroso applauso non si fece attendere un istante. La folla era entusiasta e aveva percepito il messaggio alla perfezione. Ormai era chiaro, nella testa di tutti i presenti, che il potere si giocava nel timore di dio e che, per le loro future religioni, il divino avrebbe dovuto essere buono e vendicatore.

Benissimo, benissimo…mi sembrate belli caldi, perciò voglio lanciare ora un argomento che toccheremo anche in seguito, ma mi pare necessario introdurlo subito. Questo argomento potremmo dire che è una sorta di sottogruppo della categoria paura, ma merita un capitolo a parte per la sua importanza: la paura della morte.

Con un altro click del telecomando, apparve sul telo bianco alle spalle del predicatore, l’immagine della volta dipinta della Cappella Sistina.

Ebbene sì, è proprio questa la paura più forte dell’uomo. Noi non riusciamo ad accettare il nostro affaccendarci in vita per poi finire ad essere solo cibo per vermi, quindi dobbiamo attaccarci, come cozze allo scoglio, a chiunque ci dica che la morte non è la fine. A chiunque ci dica che poi si rinasce, si va in paradiso, si va con decine di vergini o qualunque altra cosa ci dia l’idea che non si finisce. È la paura del game-over che ci muove.

L’oratore guardò l’orologio e vide che era ora di chiudere.

Bene, vedo che il tempo a nostra disposizione è volato e che è ora di lasciarci e di darci l’appuntamento a venerdì. Prima, però, vi do un compito: in questi due giorni provate a testare ciò che ci siamo detti stasera. Andate dal vostro cane, picchiatelo e dategli il biscotto, senza una sequenza precisa. Vedrete che lui vi crederà buoni, ma avrà anche paura di voi, perciò vi seguirà più di prima.

I partecipanti annotarono diligentemente anche il compito a casa e, dopo i saluti, uscirono di corsa, frementi di testare le informazioni ricevute.

Alessandro Busi

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