Era un’estate maledettamente torrida

Faceva un caldo infernale e bruciava proprio tutto, pure il nostro cervello. Mancava l’acqua, sembrava proprio che gli incendi ci avessero messo col culo per terra. Bruciavano l’Australia, la California e pure la montagna di fronte a casa mia. Bruciavano le case anche quelle delle brave persone, che avevano la casa troppo vicina ai boschi, alle foreste e alla follia degl’incendiari; troppo vicine a tutto.

Frequentavo dei ragazzi, sui venti, erano simpatici e si davano da fare per dimostrare che erano dei duri. Bevevano come spugne, davano di stomaco e ritornavano a darci sotto. Erano duri. Fumavano. Fumavano come ciminiere, fino a farsi diventare gli occhi rossi come il fuoco. Volevano fare i duri e siccome io ero più grande e me ne fottevo proprio di tutto, pensavano che ero un vero duro. Invece, io me ne fottevo e basta.

C’era anche un mio amico, uno di quelli con cui si era cresciuti insieme – diciamo che si chiamava Mario – aveva divorziato – sì, insomma, si era separato – ed era tornato a casa dei suoi. Anche io me l’ero preso in culo dal momento che la mia donna m’aveva mandato a farmi un giro.

Casa mia era libera, non c’era nessuno che mi disturbasse. Un paio di volte a settimane veniva una signora a fare le pulizie. Non so cosa avesse da pulire, ma dato che non pagavo io, m’andava bene.

In casa era un vai e vieni di persone, giorno e notte. Sempre buttati a fumare e bere. I soldi, quelli, si trovavano in qualche modo. E poi eravamo una bella ciurma di spiantati che giocavano a fare i duri. La porta di casa si apriva e spuntava sempre qualche bottiglia, birra più che altro. Di tanto in tanto c’erano anche simpatici tocchi di fumo, erba. Niente merda, quella non entrava mai a casa mia. C’erano anche delle ragazze, bionde more e castane, gambe snelle e vellutate, col seno alto e prosperoso. Si piazzavano sui divani e succhiavano le loro bottiglie di birra, il vino in pietra e tutto quello che c’era a disposizione.

Si andava a “fare la spesa” giù, in periferia. Qualcuno aveva la macchina e i soldi per la benza. Si andava, si faceva la spesa, si tornava e ci buttavamo sui divani con la musica a volume alto. Il frigo era sempre magicamente pieno di lattine e bottiglie, il fumo e l’erba giravano a singhiozzo perché ce li rifilavano a prezzi assurdi.

Mario ed io finimmo per fare conoscenza con i nostri amici della periferia. Andavamo in macchina, posteggiavamo al bordo della strada dove c’erano i ragazzi. Tutt’intorno a noi c’erano case distrutte, immondizia e merda di cani, ma noi scendevamo e compravamo la nostra roba davanti ad un portone sfondato per tornare a casa.

Nel punto di smercio c’era uno con la lambretta che vendeva gelati buonissimi. I nostri amici ce ne offrivano – io prendevo sempre il gusto nocciola. Ci offrivano anche qualcosa da fumare, si parlava per una buona mezz’ora e poi si ripartiva verso il centro. Una volta, capitò che avevamo soldi buoni e così comprammo un bel po’ di materiale da rullare e fumare, roba buona di prima qualità. La vita era solo un gioco di colori: verde e marrone, biondo e bianco, rosso, crema panna e giallo.

Finì che, dopo qualche tempo, piantammo dei semini. Volevamo farci le nostre storie, da soli, per risparmiare. Cazzo, quella roba era forte ma costava un occhio della testa. I ragazzi erano contenti di vedere crescere quella meraviglia, una manna dal cielo. Anche le ragazze erano contente e, man mano che le piante crescevano, si facevano vedere più spesso ed erano anche più disponibili.

Erano dodici vasi di piantine verdi e in salute. Bastava avvicinare il naso e ti arrivavano zampate di odori robusti, resinosi, allucinogeni. Noi non sapevamo di che cultivar erano le piante ed era una delle prime volte che le coltivavamo. Con Mario ci guardavamo negl’occhi e ridevamo pieni di fantasie. Nella nostra testolina c’eravamo fatti l’idea di produrre un paio di chili di roba, un’esagerazione, pura fantasia, ma era la quantità giusta per tirare qualche mese. Alla fine, sarebbe stato un successo pesarne anche trecento 400 grammi e noi lo sapevamo. Sapevamo anche che sarebbe stata tutta roba guadagnata, niente soldi e solo sballo. Erba curata con le nostre manine, con l’acqua di casa, senza prodotti chimici, in compagnia di un gruppo di svitati e qualche bella figliola.

Conobbi più a fondo una delle ragazze, era bionda e a me piace il biondo. Si stava insieme più che con gli altri e per i fatti nostri. La situazione era sempre quella: qualcuno bussava, la porta s’apriva e magicamente entrava qualcosa per passarci la serata, la nottata, fino all’alba. Poi, venne fuori che la moglie di Mario gli scrisse una lettera e lui mi disse di leggerla. “va bene, fammela leggere”, gli risposi io.

A me sono sempre piaciute le famiglie unite, specie quando in mezzo ci sono i mocciosi e i guai si possono risolvere. Gli parlai per giorni, lui faceva resistenza, non voleva saperne. Io gli dicevo che poteva provare e che tutto sommato se una donna torna sui suoi passi vuol dire che ti vuole ancora bene. Certo, in mezzo, c’era stata qualche scopata, un po’ di cazzo e della fica, per forza, ma lei aveva capito che lui era il meglio, o il meno peggio. E poi c’era il moccioso e con lui non si poteva giocare a fare il muso lungo.

Mi diede ascolto e sua moglie venne a fargli visita con il figlio. Io continuavo a stare con la bionda, a fare la mia vita da duro con le birre, il fumo e l’erba grassa del buon dio. Le piante crescevano, Mario l’appoggiava nel culo di sua moglie, io in quello della bionda, gli amici bussavano alla porta di casa. La porta s’apriva e la roba si posava sul tavolo accanto alle bottiglie smezzate, all’accendino, al pianale e quel che ci serviva.

Venne un caldo infernale, fuoco allo stato puro, c’era anche difficoltà a respirare quando s’abbassava l’umidità. Le piante soffrivano come le persone, ma loro erano giovani e curate con tanto amore. S’andava avanti così, giorno dopo giorno. Mario mi chiamava, mi scriveva una mail per raccontarmi come si mettevano le cose con sua moglie e, da amico sincero, io gli davo un consiglio, una parola di conforto o, se era il caso, un calcio in culo.

Un giorno gli dissi di tornare con lei, di stare accanto a suo figlio, che alle piante ci avrei pensato io con l’aiuto della bionda. Lui tentennava, non si decideva ancora a fare il salto. Nel mentre le piante con i loro vasi da 30 cm di diametro si spostavano da un balcone all’altro: a levante la mattina fino alle 10, e a ponente fino al tramonto. Tutto il giorno a mollo al sole, all’aria aperta con la loro giusta dose d’acqua.

Una mattina mi accorsi che sulle foglie di una pianta c’erano degli insetti bianchi. Non gli diedi importanza e continuai a trasportare le piante da una parte all’altra della casa. Le foglie erano anche a undici punte, ma ce n’erano un paio che avevano solo una punta, delle spade lunghe, seghettate e ruvide. I fiori, che si andavano formando, erano grossi, resinosi e odoravano come mai ne avevo sentito in vita mia. Con la bionda davamo l’acqua, zappettavamo il terreno, facevamo i travasi, i drenaggi, tagliavamo le foglie basse. Le piante erano arrivate ad ottanta centimetri e a quel punto le cime si potevano vedere oltre il muretto del balcone. Erano ottanta centimetri di femmine belle toste, stanghe meravigliose, manco un maschio e tanto culo!

I ragazzi mi portavano a casa articoli di giornale in cui si segnalavano arresti di persone che coltivavano a casa. Mi dicevano di stare attento, di non fare troppo il duro. Io li ascoltavo e sapevo che non ero un duro, solo che non me ne fregava un cazzo. Io rigavo dritto per la mia strada! Quei figli di puttana dovevano prendermi e dimostrarmi che avevo torto. Era tutto qua, non c’entrava niente fare il duro. Non era il mio problema e i ragazzi non capivano bene ma mi davano filo perché ero deciso e non me ne fregava un cazzo.

Una mattina andai per spostare le piante con la bionda a darmi una mano e vidi una nuvola di merdosi insettini bianchi svolazzare nell’aria calda. Erano milioni, miliardi di puntini bianchi, piccole merde che galleggiavano nell’afa. Capii che le piante erano in pericolo. Capii che era tardi per fare qualcosa. Andai avanti per qualche giorno, mi consultai con Mario e comprammo qualche prodotto per salvare il culo delle nostre piantine.

I ragazzi venivano a casa, si mettevano tristi, bevevano la loro roba, fumavano qualche paglia, salutavano me e la bionda e se ne andavano desolati. Era triste vedere i ragazzi ridotti in quel modo. Era come se un loro parente prossimo stesse male. Ma le piante soffrivano per davvero. Decisi di sbarazzare un po’ di piante malate. Era davvero triste vederle morire giorno dopo giorno. Non mi andava, per me era un gioco e non volevo vedere le piante sofferenti, mangiate da quei puntini bianchi.

Erano dodici piante alte più di un metro e si potevano vedere tranquillamente oltre il muretto del balcone. Un giorno dal cielo rosso fuoco sbucò fuori un elicottero della pula. Ero alla scrivania a lavorare su un romanzo in pubblicazione, avevo gli occhi sul manoscritto, leggevo a voce alta alla bionda, che mi seguiva contenta e divertita. Il romanzo stava funzionando bene, eravamo tutti e due contenti, e quella notte la bionda l’avrebbe preso con più gusto.

Sentii il rumore dell’elicottero, le finestre e la veneziana erano aperte. Alzai gli occhi quel tanto per vedere quella locusta di merda avvicinarsi verso di me. Aveva il muso puntato verso il basso e andava dritto come per entrarmi in casa. Quasi venne a sbattermi sul naso. Rimasi immobile col fiato sospeso a pensare, gli occhi fissi a guardare e la bionda dietro di me aveva il respiro pesante.

Vidi la coda della locusta allontanarsi con il suo rumore sordo, ritmico, uguale al nulla. Ripresi a leggere e, subito dopo, sentii di nuovo le pale dell’elicottero avvicinarsi. Mi alzai di scatto dalla poltrona, dissi alla bionda di uscire di casa, di farsi un giro, di non chiamarmi né al fisso né tanto meno al cellulare. Le dissi: “sparisci per qualche giorno”.

Lei si alzò, non fece un fiato, uscì dallo studio, andò in camera da letto, raccolse le sue cose, le ficcò dentro il sacco e se andò di filato. Io tornai a sedere, a pensare, a guardare quella locusta puntare di nuovo su casa mia, sul mio fottuto naso. Mi alzai di nuovo e mi decisi che era arrivato il momento di fare la loro conoscenza.

Andai al balcone, mi piazzai con le gambe aperte, accanto alle dodici piante alte oltre un metro, verdi, con dei fiori invidiabili, profumati, belli. Il muso della locusta mi diede un bacio sulla punta del naso, quei tipi dentro l’abitacolo erano veri, in carne ed ossa, avevano visto tutto. Per dio, erano delle teste di cazzo monumentali, roba da fumetti e pestaggi di massa, ma dovevano averle viste le mie “bimbe” anche se fossero stati cecati.

Il cuore mi ballonzolava e pensavo a tutto e niente, ero pazzo e strafottente. Pensai alla ragazza, alla bionda, un bel tocco di figliola, una buona scopata, vogliosa. Mi decisi che, va bene, se tornavano per la terza volta al diavolo tutto, avrei staccato le piante in un batti baleno e le avrei buttate nell’immondizia.

Faceva un gran caldo e io sudavo, sentivo la fronte imperlata e le gocce scivolarmi giù per le guance. Aspettai con gli occhi sospesi sulle montagne brulle, il cielo incendiato e il culo ben stretto. Vidi la locusta fare una mezza virata, un semi cerchio, e ritornare al punto di partenza. “Porca puttana”, mi dissi incazzato nero “sta volta i figli di puttana m’hanno inculato per davvero”.

Il duro non duro, che ero io, si stava sciogliendo come un ghiacciolo, serrai i denti e guardai l’elicottero venirmi incontro per la terza volta. Era una sfida, lo sapevamo io e loro. Era una questione di palle, chi tiene più duro vince. Io, per conto mio, ero già fottuto. Se volevano ero andato: processo per direttissima, articolo sui quotidiani locali, le mie sorelle che mi prendevano a calci su denti e gengive, sei mesi di lavori sociali, pisciate sotto controllo, fedina penale sporchissima, comunque più di prima.

Tutto sommato pensai che me ne fottevo abbastanza da potere reggere l’urto di quel fottuto elicottero spia e così guardai davanti a me, quasi vedevo le facce di quei sbirri, volendo potevano mettermi in mano anche il mandato d’arresto. Poi, la locusta virò un altro po’ e si dileguò.

Sentii le mie gambe ammollarsi e mi appoggiai alla ringhiera. La bionda ritornò la sera stessa con una bottiglia di rosso extra lusso e un paio di amici del gruppo per fare baldoria e scherzare su tutta la faccenda. Io scherzai con loro e il giorno dopo tagliai le piante tranne una. Erano malate, con le foglie collose e miliardi d’insettini bianchi a succhiargli l’anima. Ne tenni una sola, enorme, rigogliosa ma anche lei piena di moschette bianche: erano le palombelle bianche.

Ogni giorno la mettevo sul tavolo della cucina e con acqua, aceto e spirito la lavavo per togliere tutte quelle uova. Mi faceva venire il volta stomaco quella specie di colla di un colore assurdo, sembrava muco. L’estate passò in quel modo, venne settembre e la pianta aveva un fiore centrale di trenta centimetri, una cima enorme, profumata, resinosa; aveva anche una decina di fiori laterali meno grandi, meno resinosi, meno belli, meno di tutto.

Con la bionda piazzammo la pianta in cucina, stappammo un bianco abbastanza secco e fresco, ne versammo nei bicchieri di vetro cristallo, erano le dieci di mattina con un cielo giallo e sabbioso come un uovo rimestato. Con le cesoie tagliammo tutti i fiori, prima la cima, e via ad essiccarli su un telaio messo al buio e alla corrente.

La montagna di fronte a casa mia continuava a bruciare insieme alla grecia e a tutto il fottuto mondo occidentale. Mario era partito da quindici giorni con la moglie e il figlio; i nostri amici della periferia s’erano dileguati in compagnia del gelataio per paura di finire in gattabuia. I ragazzi continuavano a fare i duri e a poggiare i loro culi sui divani di casa mia, mentre la bionda stava seduta al balcone con gli occhi grigi bagnati dal sole, i capelli biondi, la maglietta macchiata e la faccia scioccata dal vino fresco della prima colazione. Io ero nel mio studio a scrivere un altro romanzo e c’era un fottuto caldo che mi annodava le palle.

Erwin De Greef

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One Response to Era un’estate maledettamente torrida

  1. Daniele says:

    Molto carino!

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