Sia folgorante la fine

“Non spegni il sole se gli spari addosso”

Valerio l’ho incontrato una domenica di fine inverno, verso l’ora di pranzo.

Ero stata invitata a casa di amici ed ero in ritardo, come al solito; non conoscevo la zona, ed avevo solo una vaga idea di come arrivare all’indirizzo che mi era stato indicato.

Ho svoltato a caso in una via il cui nome mi suonava vagamente familiare: via Monte Bianco. E allora, alzando gli occhi, l’ho visto.

Mi sorrideva da una foto in bianco e nero sistemata sotto a una lapide che recitava:

Valerio Verbano

19 anni un comunista

Assassinato dal piombo fascista.

Sono rimasta lì davanti, a fissare la fotografia, per un tempo indefinito. Conoscevo già la storia di Valerio, ma non ero mai stata sotto casa sua. Casa sua, il luogo dove lo hanno ucciso.

Il 22 febbraio del 1980 ero nella pancia di mia madre, e ne sarei uscita solo dopo altri tre mesi. A qualche centinaio di chilometri di distanza, tre giovani con il volto coperto da passamontagna entravano con l’inganno in casa di Valerio, legavano e imbavagliavano i suoi genitori, attendevano il suo rientro e, dopo una colluttazione, gli sparavano alla schiena, uccidendolo.

Recentemente ho conosciuto sua madre, Carla. Ha ottantasei anni, e sono esattamente trent’anni che attende giustizia, per quel ragazzo molto bello che sorride dalle fotografie in bianco e nero che ho visto in tv, su internet, sulla lapide che lo ricorda in via Monte Bianco.

Carla, però, non si limita ad aspettare, ma fa di tutto per far sentire la sua voce, più forte possibile.

Da qualche anno tiene un blog animato quotidianamente dagli amici di Valerio, da lei stessa, che risponde a tutti, e da persone che, pur non avendo conosciuto personalmente suo figlio, esprimono la loro solidarietà. Talvolta ci sono anche provocatori, che scrivono sciocchezze e sgradevolezze varie, ma niente, per fortuna, può affievolire la determinazione di questa donna, che negli anni ha già sconfitto il cancro per tre volte, e vive, sola, nella sua casa di Montesacro.

Da pochi mesi, poi, è uscito per Rizzoli il libro che Carla ha scritto sulla vicenda sua e di Valerio, Sia folgorante la fine.

Leggerlo mi ha dato l’impressione di entrare in contatto con il dolore nella sua forma più pura; come toccare a mani nude un pezzo di acciaio incandescente. Consiglio la lettura soprattutto a coloro i quali (e ce ne sono) vedono i cosiddetti Anni di Piombo come un periodo eroico, durante il quale i giovani erano pronti a combattere per i loro ideali.

Può darsi che ci sia stato anche questo, ma quel che si trova, nelle parole di Carla, è soprattutto altro: aggressioni ed omicidi motivati dall’appartenenza a una fazione “avversa”, morti assurde causate da scambi di persona, famiglie devastate a cui nessuno ha mai chiesto scusa o anche solo fornito una spiegazione.

Come si sa, sono tantissimi i caduti in questa vera e propria guerra civile andata avanti per tanti anni; giornalisti come Walter Tobagi e Carlo Casalegno, magistrati che si battevano contro il terrorismo, come Francesco Coco, Mario Amato e Vittorio Occorsio, sindacalisti come Guido Rossa, oltre ai tanti militanti di destra e di sinistra, come Fausto e Iaio, Walter Rossi, Paolo Di Nella, e lo stesso Valerio, morti spesso non ancora ventenni.

Guardando il nostro Paese, quotidianamente calpestato, sfregiato e saccheggiato dai loschi figuri che spadroneggiano in tutti gli ambiti (politica, informazione, economia), sono portata a chiedermi come sarebbe la situazione, oggi, se tutte queste persone non fossero morte; se, ad esempio, a Valerio fosse stato consentito di realizzare il suo sogno di diventare giornalista. Lui che, a diciannove anni non ancora compiuti, aveva messo insieme un corposo dossier documentale e fotografico (ovviamente sparito non si sa dove) con i nomi, i volti, le abitudini di decine di esponenti dell’estrema destra romana, e probabilmente è proprio questo il motivo per cui è stato ucciso.

Ma sono pensieri oziosi; meglio distrarsi con un bel servizio del Tg1 sulle nuove acconciature per cani.

Ilaria Mazzeo

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