Morte di una donna grassa

Una donna grassa, consumatrice accanita di cibi e bevitrice non certo moderata, si chinò nella gelida penombra del cortile, quando vide un piccolo animale, morto da poco, che dagli occhi sbarrati e dal muso sporco esprimeva una torva rassegnazione: «anche questa è fatta, avete visto?, ho vissuto, è vero, ma ora sono morto!».

La donna esaminò tutto il pavimento e scosse la testa. Nel raggio di pochi metri contò altri due animali morti, che avvertivano lievi folate di vento sulle pellicce gonfie.

Uscì in strada: una strana luce cadeva sui muri imbrattati. Si accese una sigaretta: il fumo lento e denso, commisto alla foschia del mattino, le diede un lieve senso di beatitudine.

Alcuni cittadini, superbi, si muovevano rapidamente accanto a lei: erano diversi dai cittadini di un tempo, ma le loro destinazioni erano sempre le stesse. I loro grandi orologi lucenti, dai quadranti convessi, riflettevano le torbide cose del paesaggio urbano.

La grassa camminò ancora per circa dieci minuti, prima di fermarsi vicino a un grosso furgone. Appoggiato con la schiena all’angolo di un palazzo, seduto a terra, c’era un uomo con una gamba amputata, che mendicava qualcosa rivolgendosi lamentosamente ai passanti, i quali, per lo più, fingevano di non accorgersi di lui.

La donna grassa gli fece un sorriso: benevolo, a prima vista. Ma a guardarla bene, si avvertiva, per l’espressione cattiva delle labbra e la luce fredda degli occhi, una volontà quasi malvagia.

A quel punto davanti a lei si apriva un ampio incrocio. Una densa nube di insetti, a breve distanza dall’invalido, vorticava velocemente, nera, grigia, verde. Le macchine sfilavano fra gli spartitraffico, con un fruscio sordo.

Urtata con violenza da una macchina senza più controllo, la donna cadde come un sasso, con un tonfo languido; l’asfalto attorno alla sua testa e alle sue spalle si insanguinò.

Quando i due infermieri la caricarono sull’ambulanza la donna era già morta.

Lo stesso giorno il portone dell’obitorio si aprì, la grassa comparve, spiritata, con i capelli sciolti. La sistemarono su un tavolo di marmo bianco, vicino ad altri due cadaveri: un uomo giovane, dalla faccia verde, e una vecchia.

L’addetto dell’obitorio ricompose il corpo della grassa, mentre il suo giovane collega, ignorando l’odiosa contrazione del cadavere, scherzò indecentemente, farfugliando qualcosa sul grasso e sulle bocche sdentate. «Sta’ zitto!», gli disse l’addetto.

Il giovane, a quella frase, pronunciata con un tono incolore, finse di occuparsi d’altro, e poco dopo uscì dalla sala.

L’addetto, rimasto solo vicino alla donna grassa, la guardò sorridendo, scosse la testa, e si accese una sigaretta, in sfregio al divieto cubitale.

Il fumo lento e denso, sospeso alla luce artificiale, gli diede un lieve senso di beatitudine.

Ugo Magnanti

Annunci

One Response to Morte di una donna grassa

  1. Ileana Itinera says:

    Non c’è beatitudine più profonda e più grande di quella provata dai vivi (magri o grassi, infimi o nobili) a sapersi vivi. Beatitudine precarissima, si sa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: