Storia aurea *

Un giorno come quello può capitare ovunque;

ed io prima di dormire, dunque,

ripetevo sempre nomi di angeli, animali,

incantesimi presi da qualche vecchio libro

per non pensare alla catena di nuovi approdi

e, di lì, nuove strade:

ed io che chiedo a chiunque: cosa ci faccio qui?

Un giorno che ho chiuso gli occhi e una donna,

mai vista prima ma ben pagata,

mi ha toccato con un dito,

come fosse terra nuda, la mia pancia sporca e bucata,

e, poi, ha preso in una mano, stretto,

il mio desiderio e io pure l’ho abbracciata

come se facessi sul serio

o credessi nelle sue promesse di eterna gioia.

Un giorno che non so quale dio,

e non so per quale sua strettoia,

mi fece fuggire.

E poi un giorno (qui arriva la parte spaventosa);

un giorno esatto, misurabile con il metro;

un giorno è venuto che niente mi è sembrato qualcosa.

Niente: la mia giovinezza ardita e scaltra,

e quando scalammo insieme quella montagna,

cercando spuri funghi velenosi

per una Eleusi tutta nostra:

e scendemmo leggeri, non meno felici che delusi;

E inoltre un cinghiale che mi marchiò,

ma davanti al latrocinio del mio avo,

causa sua, affinché non dovessi mai,

mai perdere davvero casa mia: un ritorno.

E poi i caffè notturni, e la musica barocca

sguinzagliata da automobili in corsa;

vecchi che fuggono dagli ostelli;

angeli del futuro che ci si presentavano

ma con la faccia di certi folli derelitti;

locali ben redimiti di broccati, ori e delitti;

librerie che vendevano poco, niente,

solo abbecedari per apprendere la lingua degli uccelli;

rosticcerie dove le cucinavano, le lingue degli uccelli;

alcuni spiriti ribelli con il seguito,

povere ma non poco necessarie creature, di demoni

che non sanno di non essere più belli.

E la pioggia sulle foglie di castagno nel viale dell’Università;

la delicata crudeltà, e gli scherzi sacri della giovinezza.

E della giovinezza, lo spaventoso amore,

dolce come il mosto, come la notte scura:

e io che la prendo senza paura.

Nostro figlio, la casa, i libri e i sogni, l’esaltazione.

Poi la guerra, la festa che mi fecero, piena di degnazione.

E poi, infine, un giorno è venuto,

e niente mi è sembrato qualcosa.

Può capitare a chiunque. Questa cosa

è come quando vi parla

(anni che non pensavate a lui)

uno che è morto e che pare abbia deciso,

a ragione o torto, di dovervi parlare proprio ora, adesso.

E, io, quel giorno, coi peli dritti sulla nuca,

m’alzai e spalancai la finestra:

e avrei dovuto piangere: Il cielo denso e spesso,

la testa che disastra, ed io che infine piango.

Pier Paolo Di Mino

* Estratto da Storia aurea (EdiLet, 2010), racconto in versi di Pier Paolo Di Mino.

Leggi l’intervista.

Guarda il book trailer.

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