Flärke

Tornò dall’ikea con un mobiletto per la tv, un Flärke. Una volta montato, avrebbe ottenuto un semplice parallelepipedo di 63cm di lunghezza, 44cm di profondità, e 40cm di altezza. Il lato anteriore era aperto, e l’interno era diviso da una mensola in due ripiani di uguale volume, ma con una differenza: quello superiore era chiuso solo sul lato posteriore, mentre quello inferiore era aperto sia davanti che dietro. Per far passare, pensò, i cavi del lettore dvd e del Nintendo.

Questo era quanto ricordava dell’esemplare di Flärke visto in esposizione, perché ovviamente quel che aveva davanti a sé, sul pavimento dello studio, erano solo sei assi di truciolato di diverse dimensioni, una busta contenente diversi piccoli oggetti, e i fogli di istruzioni. Si accinse dunque al montaggio.

Raccolse le istruzioni: due fogli in formato A3 ripiegati al mezzo e spillati assieme. La copertina mostrava la scritta “FLÄRKE” in bei caratteri maiuscoli e squadrati, coi due pallini della umlaut ad aggiungere un tocco amichevole; al centro era un disegno in assonometria isometrica del mobile; e in basso a destra il logo ikea con il motto “Design and Quality”. Il disegno certo era affascinante, con le sue poche linee nere proiettate in uno spazio assoluto, quasi un mondo delle idee dei mobili. Una semplicità vettoriale su cui si soffermò per un istante, durante il quale si sentì fugacemente incastonato all’interno di quella dimensione, conforme all’universo bianco senza fine. La sensazione scemò, lasciandogli nell’immaginazione una traccia di luogo immenso e lontanissimo, in cui pure riconobbe, con malinconia, di essere già stato. Si disse che poteva essere un ricordo ormai quasi svanito, così rarefatto da aver perso ogni contenuto, forse una cosa d’infanzia, o di prima ancora.

Girò pagina e si trovò dinanzi un fumetto. Decisamente, queste istruzioni ammiccavano a una predilezione adolescenziale per l’assemblaggio, non tanto più Lego quanto Lego Technic, in cui il gioco non è ormai più del tutto gioco ma suggerisce un’attività pratica, qualcosa che ha una finalità. La tavola era divisa in riquadri, quattro fasce orizzontali. Nella prima era raffigurato un omino stilizzato che, tutto felice, “diceva” il disegno di sei utensili allineati: un cacciavite a taglio, uno a stella, un martello, un oggetto che pareva una pompetta, una matita e un righello. Le tre vignette sottostanti rappresentavano ognuna una situazione problematica (a sinistra), e la sua giusta soluzione (a destra). Erano consigli utili e banali. Il primo suggeriva di lasciarsi aiutare nel trasporto dell’imballaggio se questo era troppo pesante, il secondo di frapporre tra il mobile e il pavimento, in fase di montatura, un tappeto o altro ammortizzante, il terzo di telefonare all’ikea se non si riusciva a comprendere le istruzioni. Aveva già disatteso i primi due, e riguardo al terzo si rese conto che non avrebbe chiamato l’assistenza in nessun caso, neppure di fronte a un completo fallimento. Mai e poi mai avrebbe superato l’imbarazzo e la vergogna. Era proprio una situazione adolescenziale, pensò: divertente, ma con la catastrofe appostata dietro ogni mossa.

Notò un fatto curioso: le figurine stilizzate, soprattutto l’aiutante del primo consiglio, una robusta signora con i capelli simili a un personaggio dei Simpsons, sembravano nude. L’effetto non era solamente dovuto alla mancanza di dettagli, ma a una certa rotondità del sedere, dei fianchi e delle braccia. Gli bastò riguardare rapidamente la pagina per figurarsi tutta una serie di simboli sessuali: gli arnesi ritti come falli, il pacco tenuto tra i due portatori come un membro, addirittura in una occasione l’ometto allegro pareva infilarsi soddisfatto un braccio intero nel sedere. A esagerare, il filo del telefono, attorcigliato intorno al signore che reggeva la cornetta, era simile sotto certi aspetti al corpo dalle scaglie e dalla chioma color del rame del serpente-femmina avvolto all’albero del bene e del male nella Cacciata di Michelangelo. Nudi e senza vergogna dunque, constatò, non senza una certa invidia.

Rammentò, all’improvviso e quasi con paura, un fatto talmente remoto che non lo aveva più rievocato da chissà quanto, forse da decenni. Era la sua iniziazione sessuale, la sua prima volta. Aveva undici anni. Doveva essere l’ultimo anno delle elementari. Era a casa di una sua compagna di classe, una bambina stizzosa e irrequieta, la cui caratteristica più notevole erano i capelli biondi e lunghissimi e lisci come il pelo dell’acqua. A un certo momento avevano chiuso la porta a chiave e si erano spogliati. Ricordava con chiarezza estrema la sua spaccatura dai lembi tondeggianti, ricordava anche vagamente qualcosa della stanza, un cerchio di divani attorno a un tavolo basso, di vetro, in cui si misero a girare in tondo, forse ridendo. Del nome e del volto di lei non aveva più alcuna memoria. Della porta chiusa a chiave, invece, ricordava perfettamente il suono, i tocchi di busse decise e inquiete, e la voce anziana che chiamava, e chiedeva che stavano facendo, e ingiungeva di aprire.

Passò a pagina 3. Un inventario illustrato delle parti di raccordo e fissaggio. Raccolse la busta di plastica trasparente che li conteneva, l’aprì con attenzione, e ne trasferì il contenuto sulla scrivania. Controllò se gli oggetti corrispondevano per tipo e quantità: quattro viti a brugola, quattro rivetti tozzi dalla forma complessa, quattro tasselli di legno scanalati, quattro viti di sostegno simili a colonnette votive, quattro viti normali, quattro piedi cilindrici di metallo, una manovella sottile e una bustina contenente venti chiodini. Contò i chiodini nel disegno: erano venti. Sovrapponendo ortogonalmente due manovelle, si accorse, se ne avesse avute due, avrebbe ottenuto una svastica. Aveva sentito dire che il Signor ikea, ai suoi tempi, era stato nazista, un metodico mercante nazista. Lo stereotipo derivava, pensò, dall’organizzazione dei treni per i campi. Come se servisse chissà che mentalità particolare a far girare i treni merci. E come se ci fosse qualcosa di male per un nazista nel fabbricare arredamenti. Ma ognuno ha la sua fede, rimuginava. A quante cose ho creduto io fin da ragazzo, si disse.

Giocherellava con le viti. Il segno della croce era costruibile in molti modi diversi. Il più efficace, gli parve, era giustapporre un tassello a una vite a brugola. La falce e il martello non erano ottenibili in alcun modo: mancavano pezzi curvi. Il che escludeva anche la mezzaluna e il tao. L’om, non valeva neanche la pena provarci. Gli fu invece abbastanza facile abbozzare una stella di David. Usando una ventina di pezzi, mise insieme addirittura una menorah, sghemba ma riconoscibile. Il suo capolavoro fu la torii, una porta shinto, riconoscibile dal doppio architrave. Il sole, calando, si delineò fra gli edifici che chiudevano lo stretto cortile su cui si affacciava la finestra dello studio. Era già tardi, e non aveva ancora iniziato a montare. Con un colpo di mano scompaginò i simboli che aveva formato, e girò pagina.

Pagina 4, punto 1: inserire i quattro tasselli scanalati nei fori laterali della mensola mediana. Riconobbe la mensola dal fatto che era l’unica asse con quattro fori laterali, due per parte. L’inserimento richiedeva una certa pressione, che era difficile da applicare su pezzi così piccoli. Andò quindi per casa in cerca del martello, e già che c’era si procurò gli altri strumenti richiesti. Solo la pompetta non fu in grado di trovare, ma fece finta di niente.

Punti 2 e 3: inserire la mensola fra i pannelli laterali, sfruttando i tasselli precedentemente incastrati, e facendo attenzione a che i pannelli laterali siano posti col lato dotato di fori rivolto verso l’alto. Non c’era molto da sbagliare. Il risultato, a quel punto, somigliava poco a quello ideale della figura: il primo era tremulo, incline al crollo; mentre il suo corrispettivo virtuale, forse per l’aiuto delle mani fantasma che lo sostenevano da ogni parte, era perfettamente in grado di reggersi da sé.

Anche il punto 4 era molto semplice: si trattava di avvitare al loro posto, di nuovo sull’unica asse con le caratteristiche necessarie, le colonnette votive. Divertito dal fatto che nello schema l’asse sembrava chiedere le sue viti ad alta voce, nuovamente attraverso l’espediente del fumetto, prese la matita, e disegnò lì accanto un’altra nuvoletta di dialogo. Non sapeva però che farle dire. Disegnò quindi al centro dell’asse una grande bocca ghignante, e aveva ottenuto uno Stregasse. A quel punto aggiunse le parole: “Puoi andare da quella parte, oppure da quella”. Guardò i pezzi che lo aspettavano sul pavimento. Gli sembrarono affamati. Che cosa volevano? Che cosa stava facendo? Che bisogno c’era di far finta di essere allegri per riuscire a montare un mobile? Ricordò le parole dello Stregatto: “Siamo tutti matti. Quando siamo contenti ringhiamo, e quando siamo siamo arrabbiati agitiamo la coda”.

Punto 5: chiudere il mobile. Ossia, rovesciare lo Stregasse a faccia in giù e appoggiarlo sulla base di cui ai punti 1, 2 e 3, inserendo le colonnette votive di cui al punto 4 nelle cavità predisposte. Il buonumore, comunque, ormai l’aveva perso. Si sbrigò.

Il passaggio successivo (6) prevedeva l’avvitamento dei rivetti complicati. La loro forma elaborata serviva a far sì che con un semplice mezzo giro di cacciavite i rivetti si incastrassero con le colonnette votive, fissandole al loro posto, rendendo così il piano di appoggio superiore solidale col resto della struttura. L’unica difficoltà era che si doveva sedere a terra e penetrare con la testa all’interno del vano superiore del mobile, poiché gli alloggi dei rivetti erano nascosti dal ripiano. Perciò si mise a sedere sul pavimento con una gamba che passava attraverso il mobile e l’altra che lo fiancheggiava, e si curvò dentro di esso con impaccio.

«Ciao papà» disse una voce alle sue spalle. «Che fai?».

«Secondo te?» stava per rispondere, ma si trattenne.

«Monto questo aggeggio. È un mobile nuovo per la tv» aggiunse sentendo rimbombare spiacevolmente il suono della sua voce affannata all’interno del cubicolo. «Aspetta un secondo che mi disincastro» disse e diede un colpo deciso di cacciavite all’ultimo rivetto.

Non aveva fatto in tempo a trarsi fuori e a mettersi in piedi, che sentì sbattere la porta di casa. Avrebbe voluto farsi aiutare a rovesciare il mobile, come indicato al punto 7. Ma quando si accinse a farlo, si accorse che non era poi così pesante. Il problema fu che lo girò fin troppo alacremente, finendo per sbattere e scheggiare lievemente un angolo del piano. Non ne poteva più. Utilizzando il braccio di svastica avvitò con furia e con forza, col rischio di spanare i buchi, le ultime quattro viti.

Passando al punto 8, provò un indistinto moto di disgusto. Era il punto più complesso. Doveva avvitare i piedi del mobile, ma per qualche motivo gli ingegneri non si erano dati pena di segnare sul legno l’esatta posizione, perciò, armato di righello, dovette misurare 35mm di distanza dai due assi di cui ogni spigolo era l’origine. Sarebbero 35mm per radice di due lungo la bisettrice. Radice di due sarebbero uno virgola quattro uno quattro due. Per 35 sarebbe aggiungere circa la metà, un po’ meno della metà… Si confuse. Al diavolo, pensò, ognuno ha il suo lavoro, e io in vita mia ho fatto bene il mio. Si avvide che la pompetta non era una pompetta: era un punteruolo, la cui funzione consisteva unicamente nel marcare i punti misurati. Li segnò per far prima direttamente con le viti, poi fissò i piedi alla bell’e meglio con la speranza che l’eventuale imprecisione non aggravasse la già evidente instabilità del tutto.

Era quasi alla fine. Punto 9: voltare il mobile col lato posteriore verso l’alto; poggiare l’ultima assicella, un oggetto sottile ruvido e flessibile, a copertura del retro della mensola superiore.

Infine (punto 10): inchiodarla. Radunò i chiodi facendoli rotolare con una mano, ne colse uno e lo puntò contro il legno, poi lo piantò con colpetti esitanti. Prese il secondo, e lo piantò a poca distanza dal primo, con un po’ più sicurezza. Il terzo, ancor più decisamente. Il quarto, il quinto, il sesto seguirono, con sempre maggior lena e precisione, via via che prendeva confidenza. Indugiò, guardò i quattordici chiodi rimasti, come se per completare il primo lato dell’asse ne occorresse uno in particolare. Ne scelse uno a caso, lo soppesò, lo mise in posizione, strinse l’impugnatura del martello e diede un colpo, forte, per conficcare il chiodo con una botta sola. L’impeto andò a scapito della precisione: mancò il bersaglio. Il colpo mal direzionato si abbatté sul legno con uno schiocco assordante.

Restò a capo chino scornato. Si vide scagliare Flärke contro il muro, farlo a pezzi metodicamente, sbriciolarne i componenti tra le dita. Si pensò possente, furioso. Ma non ne aveva la rabbia. Le sue mani erano fiacche e la cosa migliore da fare era completare il lavoro in fretta, chiudere quella bara. Il settimo chiodo dunque. L’ottavo, il nono, il decimo. I muscoli delle braccia erano indolenziti. L’undicesimo, il dodicesimo. Gli si scaldarono le tempie, sudava. Tredici, quattordici, quindici. Così sarebbe andata. Sedici, diciassette. Abbattuto e venduto al mercato. Diciotto. Consegnato al fuoco dell’inferno. Diciannove. Sparse le ceneri al vento tra le consolazioni e le risa di scherno degli uomini. Venti. E splenda la luce perpetua.

Gregorio Magini

One Response to Flärke

  1. fabriziocarucci says:

    Bello, veramente! mi è piaciuto molto!!

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