La piazzetta

È da poco passata la mezzanotte, e per strada non c’è già più nessuno, nell’inevitabile destino delle località turistiche una volta finita l’estate. Fede e Nicola hanno fatto diversi giri della piazzetta, in tondo, con lo stereo a palla, i finestrini abbassati nonostante il precoce freddo autunnale, la lucetta dell’abitacolo accesa come a dire eccoci, noi siamo qui.

Poca voglia di chiudersi in un locale in una notte di metà settimana, a vedere le solite facce note e stranote, le immancabili quattro cozze che non le avvicineresti nemmeno se fossero le ultime donne rimaste sulla faccia della terra (o forse anche sì, ma è un’ipotesi troppo fantascientifica sulla quale riflettere, convengono entrambi), e giusto un paio di ragazze carine e senza l’uomo che, consapevoli di questo, non fanno altro che tirarsela come dannate. Uno le maledice ma poi gli va appresso lo stesso. Anche se tanto loro li pisciano sempre quelli che non hanno abbastanza quattrini o non sono belli, le troie, come se loro invece fossero chissà quale meraviglia. Le ragazze veramente belle, quelle del paese di Fede e Nicola, ma anche dei paesi vicini, o sono fidanzatissime con qualche rampollo figlio di papà locale oppure hanno sfornato un marmocchio già ai tempi del liceo. Al massimo, quelle con le famiglie più in grana, si sono trasferite in città per iscriversi a psicologia o scienze delle comunicazioni.

Quindi, piuttosto che andare a perder tempo e dignità nell’unica discoteca ancora aperta della costa, meglio un paio di birre scure al pub, che fra l’altro costa anche meno. Poi di nuovo in paese, di nuovo in piazzetta, giusto in tempo per vedere Monica che sta andando a casa dopo aver buttato l’ultimo sacco di spazzatura del bar dove lavora come cameriera. Fede pensa che se non lo avesse ancora buttato, il sacco, sarebbe stata una buona scusa per andare da lei e offrirsi di darle una mano. Un po’ se ne rammarica, perché invece adesso non gli viene in mente nulla per avvicinarsi.

Nicola lo sprona. “Dai, le dici che l’accompagniamo a casa in macchina”, fa. Fede è indeciso, poi quasi per inerzia lascia che la 207 scorra fino a raggiungere Monica. Lei però, prima ancora che qualcuno parli, dice seccata “no grazie, vado a piedi”.

I nostri tornano allora in piazzetta nel silenzio triste di parole sillabate, per vedere di nuovo la desolazione dei bar chiusi appena dopo la mezza, e quindi mettersi a girare in tondo, come se fosse un incantesimo in grado di far comparire le persone. E poi ancora in giro per il resto del paese, sulla via per il mulino, e persino giù fino al campo sportivo, senza incrociare che poche macchine nascoste al buio, e i loro occupanti in armi.

Di nuovo e per l’ennesima volta in piazzetta, incontrano finalmente un’anima. Enzo, un ragazzino intirizzito e semiparalizzato dal freddo, appena tornato in ciclomotore dalla famosa unica disco ancora aperta. A Fede e Nicola quel ragazzo sta simpatico, un po’ ci rivedono loro stessi a sedici anni. Lo invitano a saltare in macchina, gli offrono una paglia americana perché Enzo ripete sempre che “le Diana sanno un po’ troppo di catrame e troppo poco di tabacco”. Poi tutti insieme salgono al belvedere, con i freni che stridono nel prendere veloci i tornanti, i lampioni sempre più radi, le auto posteggiate ai bordi della strada sempre più frequenti, gli alberi imponenti che circondano la via nascondendo la luna, i rami spogli che si stagliano lugubri verso il cielo.

Giunti in cima i tre scendono dalla 207 e, col sottofondo del car stereo, si appoggiano al parapetto per scrutare tutta la vallata sottostante, immersa nella notte e nel buio, riscaldata dalle luci delle case e degli ultimi televisori nottambuli. Fede prende dalla tasca dei jeans mezzo scudo di cioccolato, poco aroma molto stonamento, e si mette a rollare una canna.

Tornati in paese, Enzo saluta i compari e allunga verso casa, perché “domattina devo andare a faticare”, mentre Nicola e Fede vanno a sedersi su un muretto, lasciando le portiere aperte per far arrivare meglio la musica. Per strada non c’è nessuno. Fede guarda i tappetini di pelliccia ormai consunti e riflette che è giunto il momento di cambiarli.

I ragazzi si accendono un’altra paglia e, sbuffando il fumo dai polmoni, si stringono nelle camicie per tentare di allontanare il freddo. Fede si alza e va a poggiarsi allo sportello della 207, mentre Nicola rimane seduto sul muretto, quasi accovacciato su se stesso. Non dicono niente, ma hanno negli occhi lo stesso sguardo, e nella mente i pensieri di tempi caldi e lontani, grandi amori finiti nel nulla, ragazze in bikini, piedi sporchi di sabbia, Peroni da sessantasei comprate con pochi spicci raccolti fra amici, baci languidi di donne meravigliose a primavera, super santos arancioni, viaggi sognati… Tutte immagini che svaniscono presto, travolte dai progetti per domani, l’ultima discoteca ancora in funzione, le fiche, la partita a biliardo al baretto, spazzate via dal vento gelido che precede l’alba.

Gianluca Colloca

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