Giovani, nazisti e disoccupati

Non odio farmi le canne o chi se le fa. Disprezzo solo chi ne fa ancora un mito. Dopo gli anni Novanta mi sembra assolutamente démodé parlare continuamente con occhi splendenti ed eccitati di cilum, bong, rollare, filtrino, mista e quant’altro come se ci fosse ancora qualcosa di trasgressivo in quei lemmi sdruciti dall’uso e dal tempo. No, non sono venuto qui per fare morali a voi che, se siete qui, avete un problema serio. Voglio solo delle motivazioni, dei giudizi, delle alternative, delle domande impertinenti. Io, a vent’anni, non mi sento per niente un giovane. Quando esco il mio primo pensiero non è mettermi in mostra.

Mi sembrerà strano ma, pur avendo vent’anni, non ho nessuna voglia di suicidarmi e non odio il mondo, e i miei genitori li ritengo persone degne di rispetto per ciò che hanno sempre fatto e per gli studi che grazie a loro posso seguire libero da ansie adulte. Il mio solo problema è la mia generazione. La loro generazione. Io non mi sento parte di nessuna leva del cazzo. Non mi frega se i colori che indosso si abbinano tra loro, se i pantaloni stanno dentro le scarpe da boxeur, se il cappello storto suscita maggiore attenzione di quello ben calzato. Non mi guardo in giro per fare commenti sulla fica, non urlo nei pub, nemmeno li sfascio, per attirare orde di prevedibili ragazzine decerebrate in bagna per l’exploit bullo di turno, non corro per rovinare di cartoni un coetaneo in centro il sabato pomeriggio fuori da una discoteca, discoteca che non frequento perché all’aumentare dell’affluenza diminuisce l’agio complessivo e la mia capacità respiratoria va in panne.

Non so approcciare, non so stare una notte con una donna ubriaco a raccontargliela. Non sono uno snob. Sono un pratico sognatore. Un cocciuto, un passionale. Io voglio stare fuori dall’acqua dove c’è l’aria vera, non mi bastano quindici minuti di gloria nella vita. Non voglio essere considerato parte di questa gioventù continuamente in vetta alle statistiche, la gioventù più di tutto, più violenza, più alcol, più droghe, più viaggi, più conoscenza, più ignoranza, più sesso e, nello stesso tempo, la generazione del niente, niente che li caratterizzi, niente rivoluzioni, niente tratti distintivi, niente musica che li identifichi, niente mode che li distingua, niente ritrovi che li accomunino, niente profondità, niente futuro, niente sogni, niente passato, niente presente, niente valori, niente ideali, niente famiglia, niente futuro.

Io, tanto per cominciare, non ho mai raggiunto nessun primato, da una parte come dall’altra. In compenso, ho discrete credenze d’acciaio, desideri abbastanza inattaccabili e una fortissima probabilità di successo visto che non sono uno che spreca ore in università a regalare gli occhi vai a capire per cosa. Io, a vent’anni, non mi sento per niente un giovane. Bologna non mi piace, se ci sono venuto è per laurearmi, la robba, come la chiamano loro, la trovo ovunque, e a Trento o a Perugia, per fare un esempio concreto, ne avrebbero a vagonate a prezzi migliori. Non voglio sbiascicare per esservi più simpatico, non voglio fare finta di non essere capace di fare niente, non voglio essere uno del gruppo. Non voglio perdermi in questa o quella storia, non voglio sentirmi strano, non voglio presentarmi con frasi tipo: «Io sono troppo pazzesco», non sono pazzesco, non sono speciale, non farò mai nulla di incredibile per dimostrarvi quanto ci stia dentro o sia un figo, non voglio tirarmela, non voglio fare il misterioso, il depresso, l’emo, il marcio, quello contro a tutti i costi, non sono un capo, non sono un coglione, non voglio litigare con i miei, essere sbattuto fuori di casa, farmi lasciare perché in questo momento ho voglia di divertirmi, rubare caschi dai motorini, toccare i duecento in autostrada, mettere un impianto fuorilegge sulla mia autovettura, cercare rissa con chiunque con la scusa che mi ha guardato.
Non voglio fingere un me stesso più adattabile ai parametri dei coetanei che mi circondano. Non voglio costringermi a stare bene con loro per evitarmi la realtà. Non sto facendovi show della mia natura per portarvi a pensare che, in sostanza, io, sentendomi più adulto, sono meglio di qualunque essere italiano della mia età. Non c’entra un cazzo. Non sono un tipo posato, non sono un moralista. Anzi. È tutto un altro discorso. Sono un anarchico convinto, ma non ho bisogno di taggarmi una A cerchiata sullo zaino che lo ricordi agli altri, che mi permetta di strizzare l’occhietto trasgressivo ai compagnucci di corso, non mi interessa neppure che gli altri lo sappiano. Non mi beo della mia anacronistica condizione esistenziale. Ci convivo, per necessità. Lo dico sempre a chiunque abbia di che ridire: tu sentiti libero di fare ciò che ti pare, a me lasciami libero di non essere un giovane del 2010. Non voglio usare preposizioni errate, sbagliare i congiuntivi di proposito per sembrare sempre fattissimo, infilarmi le dita tra i dreadlock esteticamente sporchissimi e ridere per ogni cosa futile, comprarmi un cane scalcinato per poter essere ammesso nella cerchia degli amici frastagliati di un centro sociale occupato autogestito senza nessun motivo politico o ragione sociale, solo per sfogo adolescenziale tipo l’acne, non voglio fare combutta con gentaglia borghese poser che poi la domenica mattina, dopo aver cazzeggiato, bevuto, dormito, pisciato, scopato, cagato, aver fatto della patetica questua la loro apparente ragione di vivere in Piazza Verdi tutta la settimana, girano l’angolo e fanno drin drin al citofono delle dimore storiche dove, da generazioni, vivono e si riproducono le dinastie cui appartengono,si immergono nella Jacuzzi di mamma, si ripuliscono dal travestimento usato per combattere il sistema nei sei giorni precedenti, indossano gli Henry Cotton, la Ralph Lauren standard e i gemelli di famiglia, perché ok dire no al sistema che ti vuole imprigionare ma senza esagerare sia mai che papà si arrabbi e poi al lunedì addio mastercard o sostanziosa mancetta per continuare a giocare al disadattato sociale, e poi via, in ordine e signorini come si deve a prender posto nella Bentley di famiglia perché guai perdersi l’Eucarestia o il pranzo con la famiglia altolocata al completo nella tenuta dicampagna dell’anziano patriarca di turno.

Non voglio più dover spiegare cosa sono agli sguardi dei vecchi in cancrena esistenziale perenne che cercano di sfangare la quotidianità soffocante nel bar sotto casa mia. Voglio sfuggire ai pregiudizi dei quarantenni che vivono in simbiosi coi loro videopoker di fiducia. Dai loro amici e dalle loro routine messe in piedi per scappare all’idea della morte con cui non saprebbero convivere. Non voglio essere triste costantemente o anoressico silenzioso e dark perché fa fico avere sempre dei problemi o dire cose tipo il mondo è una merda sto sempre male loro mi odiano voglio morire non valgo niente nessuno mi capisce. Voglio che mi stia lontano chiunque abbia paura di essere fuori dallo spazio e dal tempo. Io lo sono, ma non lo temo. Chi non ha coraggio di accettare la sua innata diversità, anculo. Io dico basta all’emarginazione in cui mi/ci volete battere a tutti i costi. Non l’ho scelto io. Che cazzo credete? Che io volessi essere vecchio a vent’anni? Non sarò l’unico, già, ma qui, a Bologna almeno, sembra che sia l’unico che abbia la faccia di merda di affermarlo sbattendosene delle reazioni eventuali.

Mi piace molto il death metal e trovo aberrante il reggae e la techno. La boccettina non la tocco da quasi tre giorni, e – come ex tossico – potrei già ritenermi soddisfatto, credo. In un anno ero passato dalle trenta sniffate giornaliere
alle novantadue di domenica scorsa. Oggi siamo a mercoledì, e so già di avere vinto. Adoro trovarmi la vita incasinata e sapere che sono capace in breve di rimettere tutto a posto. Di solito voi, dopo quanto capite di non essere più dipendenti dalla trielina? Sì, il mio dramma è essere degno di questo status. Non voglio fidanzarmi perché non m’innamoro sul serio. È un mio diritto? Sembra di no. Chi ti circonda ti condiziona, chi ti guarda sa che la strada verso l’amore perfetto è parecchio distante dal distributore automatico di solitudine a cui ti sei fermato
ormai da tre anni, se non di più. Chiara, la commercialista con cui stavo, era in procinto di aprire uno studio dove regolarizzare le ultime pratiche della sua esistenza, tra cui il nostro rapporto. Chiara, la cretina che non capiva come io potessi essere così senza farlo di proposito. Sei un bastian contrario, diceva nella sua intonazione così infantile da venir voglia di riprenderla o segnarla con un pessimo da seconda elementare sul registro in cui amavo annotare le volte in cui la facevo godere. Di marzo, l’anno scorso, andavo da Dio, tra parentesi.

Michele Vaccari

Estratto da Giovani, nazisti e disoccupati (Castelvecchi, 2010)

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3 Responses to Giovani, nazisti e disoccupati

  1. flaviopintarelli says:

    Fico. Proprio l’altro giorno l’avevo visto in libreria e mi aveva incuriosito. Il titolo è folgorante, prima o poi lo leggerò di sicuro.

  2. Pingback: Delia Murena « Scrittori precari

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