Prossimo appuntamento

Giovedì 29 aprile 2010

ore 19.00

Libreria Flexi

Via Clementina, 9

Rione Monti (metro Cavour)

Reading di Scrittori precari & Alessandro Hellmann.

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Il nazista & il barbiere

Il nazista & il barbiere (Marcos y Marcos)

di Edgar Hilsenrath

“Io sono Max Schulz, figlio illegittimo, ma ariano purissimo, di Minna Schulz, che all’epoca della mia nascita faceva la cameriera in casa del pellicciaio ebreo Abramowitz. La mia origine ariana è fuori discussione poiché l’albero genealogico di mia madre, Minna Schulz, magari non si spinge fino alla battaglia del Teutoburger Wald, ma ha pur sempre radici che risalgono a Federico il Grande. Chi fosse mio padre non saprei dirlo con esattezza, ma dev’essere sicuramente uno di questi cinque: il macellaio Hubert Nagler, il fabbro Franz Heinrich Wieland, il muratore Hans Huber, il cocchiere Wilhelm Hopfenstange o il maggiordomo Adalbert Hennemann.”

Comincia così il romanzo di Edgar Hilsenrath, ripubblicato da Marcos y Marcos nella nuova collana minimarcos, che strega letteralmente con il suo stile incredibilmente crudele, divertente, che nella sua spietatezza narrativa sembra essere il resoconto fuorviante e fuorviato di un pazzo o di un ubriaco con pagine malate di conflitti pseudo esistenziali, manifestazioni di fanatismo e forse, una punta di amore, ma per cosa è difficile capirlo o forse, troppo semplice.

Max Schulz è figlio di una prostituta che non si cura minimamente di nascondere la sua condizione, (“Io dovevo stare di guardia davanti alla porta della camera da letto o nella sala d’aspetto, come chiamavamo allora il salotto, e distribuire bigliettini numerati ai soldati che facevano la coda. Davo loro ogni sorta di informazione”) vive in un ambiente malsano, raccapricciante, il suo aspetto è quanto di meno “germanico” si possa avere, moro, naso aquilino e occhi da rospo e il patrigno abusa di lui da quando era bambino. Max ha un solo amico, l’ebreo Itzig con il padre barbiere da cui Max imparerà il mestiere, evitando di farlo dal patrigno anch’esso barbiere, l’yddish e la cultura ebraica.

Max, disturbato, quasi “tocco”, diventerà così più edotto sul mondo ma quando il nazismo sarà al potere lascerà tutto per diventare uno sterminatore di Hitler, con una carriere fulminante, e poi un nuovo cambiamento e lo sterminatore diventerà perseguitato e allora cosa resterà di quel giovane figlio illegittimo ma ariano purissimo che parla come un ebreo? Dove finirà Max?

Un tuffo nella cruenta banalità del male

Alex Pietrogiacomi

Breviario di resistenza a mente armata

Dopo un po’ mi bruciano gli occhi e sento dolore all’attaccatura delle orecchie, schiacciate come sono dalla pressione continua delle cuffie.

Dopo un po’ sullo schermo compaiono dei puntini luminosi e le parole si confondono e si fanno brusio indistinto.

Dopo un po’ i muscoli delle braccia e delle gambe s’indolenziscono, la bocca si fa amara per le troppe risposte, o per le ingiurie, o per tutto quello che mi sono rimangiato.

Dopo un po’ ha un significato molto relativo, regolato dal volume e dal tono delle voci che si susseguono a intermittenza, gettandosi nel mio padiglione auricolare.

Dopo un po’ per me significa una durata compresa tra le due e le tre ore, sufficiente a trasformare il gentile utente in un incubo tradotto in cifre, che si materializza dritto davanti ai miei occhi.

Dopo un po’ smetto persino di pensare ai miei titoli di studio, anche quando gli altri mi dicono: “Ma come?! Uno come te, col dottorato di ricerca!”.

Dopo un po’ non riesco più a connettere i pensieri e mi costa fatica persino vedere frammenti di video su youtube tra una telefonata e l’altra.

Dopo molto, già troppi anni, non mi sembra più possibile pensare a un lavoro che non sia questo lavoro; a un lavoro che non sia accumulo di momenti qualsiasi, di frammenti di vita che scrosciano a pioggia sulla mia testa mondandomi il capo di tutte le ambizioni scivolate lungo la linea dorsale. E il dolore alla cervicale, queste fitte lombari, e tutti i dolori articolari sono lì a ricordarmi che ho dimesso tutte le mie virtù per qualche grammo in più di comodità.

Dopo un po’ devo anche ritenermi fortunato ad avere un lavoro in questi tempi di crisi, dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Dopo un po’ devo ammettere: fortuna che mi hanno sempre insegnato a sfruttare anche gli avanzi, e a non lasciare niente nel piatto, che non si sa mai. Fortuna che amo i cani, e come loro non mi schifo dei resti, ché anche quelli servono a riempire la pancia. Dei gatti poi non vi dico, che farei proprio come loro: mi girerei volentieri dall’altra parte per non sentir le vostre lamentele senza conseguenze.

Dopo un po’ mi sono detto: ho finito anch’io per fare la fine del topo, ché a forza di scoprire nuove scappatoie, cunicoli sempre più piccoli, mi sono chiuso da solo nel buco più buio e fetente di questa fogna. Perché qui, nonostante tutti i neon che c’illuminano a giorno, è notte fonda, e neanche una candela che ci guidi verso l’uscita.

Dopo un po’ mi dico: potrei mollare tutto e tornare all’aria aperta, disfarmi di questo tempo fatto di piccoli blocchi, di turni appesi ai miei giorni, di amori e impegni destinati a scadere. Anche la mia vita sembra essersi accorciata, rimpicciolita, abbreviata da una memoria sempre più corta.

Dopo un po’ è finito il turno.

Prendo i miei due stracci e li trascino fuori dalla sede.

Tra un po’ sarà già domani, appena il tempo di far uscire le voci dalla testa e provare a scrivere due righe.

Qualcuno di voi ha mai provato a scrivere con un concerto di voci in testa? Bisogna essere dei direttori d’orchestra molto severi, e lo stesso ognuno va per proprio conto e sceglie arbitrariamente la scala su cui esibirsi. Impossibile, a queste condizioni, comporre sinfonie.

Simone Ghelli

Rappoetica!

QUESTA SERA!

Giovedi 15 aprile ore 22:00 (precise!!!)
Circolo Culturale Simposio
Via dei Latini 11 (Roma)

RappoEtica 3.0 in 3D + OdoramA Demenziale – Diocleziano – Daltonico

74 minuti di letture musicate e musicali di, a, da, in, con, su, per, tra, fra:

Andrea Coffami a.k.a. Angelo Zabaglio (voce e testi)
Marco Russo (musiche)

Ospiti speciali della serata:
Carolina Cutolo- Pornoromantica (Fazi editore)
Simone Ghelli– Il Pigneto liberato (00011 edizioni)
El Super Santos Santone– (cantastorie osceno)
Ezio Pound (lurido poeta biecamente fascista)

Raccontini stupidi e scabrosi, poesie oscene inneggianti alla fellatio, filastrocche senza senso ma che suonan bene all’ascolto, musiche di una bellezza che fanno rizzare i peli del petto a signorine e signorini, deprivazioni sensoriali, accenti livornesi al limite della decenza, testi gagliardamente littorici premiati con pagnotte fieramente italiche… questo e molto altro in RappoEtica 3.0!

ATTENZIONE: all’ingresso vi verranno consegnati innovativi occhiali 3D sterilizzati che a fine serata potrete portarvi a casa e riutilizzare per i vostri giochi erotici in stile bondage.

Hanno scritto e detto di RappoEtica 2.0:

Mai visto nulla di simile prima (Andrea Bocelli)

Meglio di una striscia di coca e di un cazzo in culo (Piero Marrazzo)

Vale la pena di morte (Eugenio Scalfari)

Andrea Coffami è un coglione (La psicologa di Andrea Coffami)

Una performance gratuita che vale il prezzo del biglietto (Repubblica)

Si ride tantissimo e ci si emoziona. Poi lo spettacolo inizia (Il Giornale)

Per un’ora ho dimenticato che avevo il ciclo (Donna moderna)

Info su di noi (nemmeno una nuvola)

IDEA REGALO: Se qualche tuo amico fa il compleanno e non gli hai fatto il regalo, regalagli RappoEtica (anche a domicilio con un preavviso di almeno 48 ore)

Andrea Coffami

Flärke

Tornò dall’ikea con un mobiletto per la tv, un Flärke. Una volta montato, avrebbe ottenuto un semplice parallelepipedo di 63cm di lunghezza, 44cm di profondità, e 40cm di altezza. Il lato anteriore era aperto, e l’interno era diviso da una mensola in due ripiani di uguale volume, ma con una differenza: quello superiore era chiuso solo sul lato posteriore, mentre quello inferiore era aperto sia davanti che dietro. Per far passare, pensò, i cavi del lettore dvd e del Nintendo.

Questo era quanto ricordava dell’esemplare di Flärke visto in esposizione, perché ovviamente quel che aveva davanti a sé, sul pavimento dello studio, erano solo sei assi di truciolato di diverse dimensioni, una busta contenente diversi piccoli oggetti, e i fogli di istruzioni. Si accinse dunque al montaggio.

Raccolse le istruzioni: due fogli in formato A3 ripiegati al mezzo e spillati assieme. La copertina mostrava la scritta “FLÄRKE” in bei caratteri maiuscoli e squadrati, coi due pallini della umlaut ad aggiungere un tocco amichevole; al centro era un disegno in assonometria isometrica del mobile; e in basso a destra il logo ikea con il motto “Design and Quality”. Il disegno certo era affascinante, con le sue poche linee nere proiettate in uno spazio assoluto, quasi un mondo delle idee dei mobili. Una semplicità vettoriale su cui si soffermò per un istante, durante il quale si sentì fugacemente incastonato all’interno di quella dimensione, conforme all’universo bianco senza fine. La sensazione scemò, lasciandogli nell’immaginazione una traccia di luogo immenso e lontanissimo, in cui pure riconobbe, con malinconia, di essere già stato. Si disse che poteva essere un ricordo ormai quasi svanito, così rarefatto da aver perso ogni contenuto, forse una cosa d’infanzia, o di prima ancora.

Girò pagina e si trovò dinanzi un fumetto. Decisamente, queste istruzioni ammiccavano a una predilezione adolescenziale per l’assemblaggio, non tanto più Lego quanto Lego Technic, in cui il gioco non è ormai più del tutto gioco ma suggerisce un’attività pratica, qualcosa che ha una finalità. La tavola era divisa in riquadri, quattro fasce orizzontali. Nella prima era raffigurato un omino stilizzato che, tutto felice, “diceva” il disegno di sei utensili allineati: un cacciavite a taglio, uno a stella, un martello, un oggetto che pareva una pompetta, una matita e un righello. Le tre vignette sottostanti rappresentavano ognuna una situazione problematica (a sinistra), e la sua giusta soluzione (a destra). Erano consigli utili e banali. Il primo suggeriva di lasciarsi aiutare nel trasporto dell’imballaggio se questo era troppo pesante, il secondo di frapporre tra il mobile e il pavimento, in fase di montatura, un tappeto o altro ammortizzante, il terzo di telefonare all’ikea se non si riusciva a comprendere le istruzioni. Aveva già disatteso i primi due, e riguardo al terzo si rese conto che non avrebbe chiamato l’assistenza in nessun caso, neppure di fronte a un completo fallimento. Mai e poi mai avrebbe superato l’imbarazzo e la vergogna. Era proprio una situazione adolescenziale, pensò: divertente, ma con la catastrofe appostata dietro ogni mossa.

Notò un fatto curioso: le figurine stilizzate, soprattutto l’aiutante del primo consiglio, una robusta signora con i capelli simili a un personaggio dei Simpsons, sembravano nude. L’effetto non era solamente dovuto alla mancanza di dettagli, ma a una certa rotondità del sedere, dei fianchi e delle braccia. Gli bastò riguardare rapidamente la pagina per figurarsi tutta una serie di simboli sessuali: gli arnesi ritti come falli, il pacco tenuto tra i due portatori come un membro, addirittura in una occasione l’ometto allegro pareva infilarsi soddisfatto un braccio intero nel sedere. A esagerare, il filo del telefono, attorcigliato intorno al signore che reggeva la cornetta, era simile sotto certi aspetti al corpo dalle scaglie e dalla chioma color del rame del serpente-femmina avvolto all’albero del bene e del male nella Cacciata di Michelangelo. Nudi e senza vergogna dunque, constatò, non senza una certa invidia.

Rammentò, all’improvviso e quasi con paura, un fatto talmente remoto che non lo aveva più rievocato da chissà quanto, forse da decenni. Era la sua iniziazione sessuale, la sua prima volta. Aveva undici anni. Doveva essere l’ultimo anno delle elementari. Era a casa di una sua compagna di classe, una bambina stizzosa e irrequieta, la cui caratteristica più notevole erano i capelli biondi e lunghissimi e lisci come il pelo dell’acqua. A un certo momento avevano chiuso la porta a chiave e si erano spogliati. Ricordava con chiarezza estrema la sua spaccatura dai lembi tondeggianti, ricordava anche vagamente qualcosa della stanza, un cerchio di divani attorno a un tavolo basso, di vetro, in cui si misero a girare in tondo, forse ridendo. Del nome e del volto di lei non aveva più alcuna memoria. Della porta chiusa a chiave, invece, ricordava perfettamente il suono, i tocchi di busse decise e inquiete, e la voce anziana che chiamava, e chiedeva che stavano facendo, e ingiungeva di aprire.

Passò a pagina 3. Un inventario illustrato delle parti di raccordo e fissaggio. Raccolse la busta di plastica trasparente che li conteneva, l’aprì con attenzione, e ne trasferì il contenuto sulla scrivania. Controllò se gli oggetti corrispondevano per tipo e quantità: quattro viti a brugola, quattro rivetti tozzi dalla forma complessa, quattro tasselli di legno scanalati, quattro viti di sostegno simili a colonnette votive, quattro viti normali, quattro piedi cilindrici di metallo, una manovella sottile e una bustina contenente venti chiodini. Contò i chiodini nel disegno: erano venti. Sovrapponendo ortogonalmente due manovelle, si accorse, se ne avesse avute due, avrebbe ottenuto una svastica. Aveva sentito dire che il Signor ikea, ai suoi tempi, era stato nazista, un metodico mercante nazista. Lo stereotipo derivava, pensò, dall’organizzazione dei treni per i campi. Come se servisse chissà che mentalità particolare a far girare i treni merci. E come se ci fosse qualcosa di male per un nazista nel fabbricare arredamenti. Ma ognuno ha la sua fede, rimuginava. A quante cose ho creduto io fin da ragazzo, si disse.

Giocherellava con le viti. Il segno della croce era costruibile in molti modi diversi. Il più efficace, gli parve, era giustapporre un tassello a una vite a brugola. La falce e il martello non erano ottenibili in alcun modo: mancavano pezzi curvi. Il che escludeva anche la mezzaluna e il tao. L’om, non valeva neanche la pena provarci. Gli fu invece abbastanza facile abbozzare una stella di David. Usando una ventina di pezzi, mise insieme addirittura una menorah, sghemba ma riconoscibile. Il suo capolavoro fu la torii, una porta shinto, riconoscibile dal doppio architrave. Il sole, calando, si delineò fra gli edifici che chiudevano lo stretto cortile su cui si affacciava la finestra dello studio. Era già tardi, e non aveva ancora iniziato a montare. Con un colpo di mano scompaginò i simboli che aveva formato, e girò pagina.

Pagina 4, punto 1: inserire i quattro tasselli scanalati nei fori laterali della mensola mediana. Riconobbe la mensola dal fatto che era l’unica asse con quattro fori laterali, due per parte. L’inserimento richiedeva una certa pressione, che era difficile da applicare su pezzi così piccoli. Andò quindi per casa in cerca del martello, e già che c’era si procurò gli altri strumenti richiesti. Solo la pompetta non fu in grado di trovare, ma fece finta di niente.

Punti 2 e 3: inserire la mensola fra i pannelli laterali, sfruttando i tasselli precedentemente incastrati, e facendo attenzione a che i pannelli laterali siano posti col lato dotato di fori rivolto verso l’alto. Non c’era molto da sbagliare. Il risultato, a quel punto, somigliava poco a quello ideale della figura: il primo era tremulo, incline al crollo; mentre il suo corrispettivo virtuale, forse per l’aiuto delle mani fantasma che lo sostenevano da ogni parte, era perfettamente in grado di reggersi da sé.

Anche il punto 4 era molto semplice: si trattava di avvitare al loro posto, di nuovo sull’unica asse con le caratteristiche necessarie, le colonnette votive. Divertito dal fatto che nello schema l’asse sembrava chiedere le sue viti ad alta voce, nuovamente attraverso l’espediente del fumetto, prese la matita, e disegnò lì accanto un’altra nuvoletta di dialogo. Non sapeva però che farle dire. Disegnò quindi al centro dell’asse una grande bocca ghignante, e aveva ottenuto uno Stregasse. A quel punto aggiunse le parole: “Puoi andare da quella parte, oppure da quella”. Guardò i pezzi che lo aspettavano sul pavimento. Gli sembrarono affamati. Che cosa volevano? Che cosa stava facendo? Che bisogno c’era di far finta di essere allegri per riuscire a montare un mobile? Ricordò le parole dello Stregatto: “Siamo tutti matti. Quando siamo contenti ringhiamo, e quando siamo siamo arrabbiati agitiamo la coda”.

Punto 5: chiudere il mobile. Ossia, rovesciare lo Stregasse a faccia in giù e appoggiarlo sulla base di cui ai punti 1, 2 e 3, inserendo le colonnette votive di cui al punto 4 nelle cavità predisposte. Il buonumore, comunque, ormai l’aveva perso. Si sbrigò.

Il passaggio successivo (6) prevedeva l’avvitamento dei rivetti complicati. La loro forma elaborata serviva a far sì che con un semplice mezzo giro di cacciavite i rivetti si incastrassero con le colonnette votive, fissandole al loro posto, rendendo così il piano di appoggio superiore solidale col resto della struttura. L’unica difficoltà era che si doveva sedere a terra e penetrare con la testa all’interno del vano superiore del mobile, poiché gli alloggi dei rivetti erano nascosti dal ripiano. Perciò si mise a sedere sul pavimento con una gamba che passava attraverso il mobile e l’altra che lo fiancheggiava, e si curvò dentro di esso con impaccio.

«Ciao papà» disse una voce alle sue spalle. «Che fai?».

«Secondo te?» stava per rispondere, ma si trattenne.

«Monto questo aggeggio. È un mobile nuovo per la tv» aggiunse sentendo rimbombare spiacevolmente il suono della sua voce affannata all’interno del cubicolo. «Aspetta un secondo che mi disincastro» disse e diede un colpo deciso di cacciavite all’ultimo rivetto.

Non aveva fatto in tempo a trarsi fuori e a mettersi in piedi, che sentì sbattere la porta di casa. Avrebbe voluto farsi aiutare a rovesciare il mobile, come indicato al punto 7. Ma quando si accinse a farlo, si accorse che non era poi così pesante. Il problema fu che lo girò fin troppo alacremente, finendo per sbattere e scheggiare lievemente un angolo del piano. Non ne poteva più. Utilizzando il braccio di svastica avvitò con furia e con forza, col rischio di spanare i buchi, le ultime quattro viti.

Passando al punto 8, provò un indistinto moto di disgusto. Era il punto più complesso. Doveva avvitare i piedi del mobile, ma per qualche motivo gli ingegneri non si erano dati pena di segnare sul legno l’esatta posizione, perciò, armato di righello, dovette misurare 35mm di distanza dai due assi di cui ogni spigolo era l’origine. Sarebbero 35mm per radice di due lungo la bisettrice. Radice di due sarebbero uno virgola quattro uno quattro due. Per 35 sarebbe aggiungere circa la metà, un po’ meno della metà… Si confuse. Al diavolo, pensò, ognuno ha il suo lavoro, e io in vita mia ho fatto bene il mio. Si avvide che la pompetta non era una pompetta: era un punteruolo, la cui funzione consisteva unicamente nel marcare i punti misurati. Li segnò per far prima direttamente con le viti, poi fissò i piedi alla bell’e meglio con la speranza che l’eventuale imprecisione non aggravasse la già evidente instabilità del tutto.

Era quasi alla fine. Punto 9: voltare il mobile col lato posteriore verso l’alto; poggiare l’ultima assicella, un oggetto sottile ruvido e flessibile, a copertura del retro della mensola superiore.

Infine (punto 10): inchiodarla. Radunò i chiodi facendoli rotolare con una mano, ne colse uno e lo puntò contro il legno, poi lo piantò con colpetti esitanti. Prese il secondo, e lo piantò a poca distanza dal primo, con un po’ più sicurezza. Il terzo, ancor più decisamente. Il quarto, il quinto, il sesto seguirono, con sempre maggior lena e precisione, via via che prendeva confidenza. Indugiò, guardò i quattordici chiodi rimasti, come se per completare il primo lato dell’asse ne occorresse uno in particolare. Ne scelse uno a caso, lo soppesò, lo mise in posizione, strinse l’impugnatura del martello e diede un colpo, forte, per conficcare il chiodo con una botta sola. L’impeto andò a scapito della precisione: mancò il bersaglio. Il colpo mal direzionato si abbatté sul legno con uno schiocco assordante.

Restò a capo chino scornato. Si vide scagliare Flärke contro il muro, farlo a pezzi metodicamente, sbriciolarne i componenti tra le dita. Si pensò possente, furioso. Ma non ne aveva la rabbia. Le sue mani erano fiacche e la cosa migliore da fare era completare il lavoro in fretta, chiudere quella bara. Il settimo chiodo dunque. L’ottavo, il nono, il decimo. I muscoli delle braccia erano indolenziti. L’undicesimo, il dodicesimo. Gli si scaldarono le tempie, sudava. Tredici, quattordici, quindici. Così sarebbe andata. Sedici, diciassette. Abbattuto e venduto al mercato. Diciotto. Consegnato al fuoco dell’inferno. Diciannove. Sparse le ceneri al vento tra le consolazioni e le risa di scherno degli uomini. Venti. E splenda la luce perpetua.

Gregorio Magini

Censura in Rai?

Cosa succede in Italia?

Premessa: il 15 ottobre 2009, non era ancora mezzanotte, quando al Parco degli acquedotti, a Tor Pignattara, quartiere popolare di Roma, un giovane, Stefano Cucchi, viene fermato dai carabinieri che gli trovano pochi grammi di cannabis e lo conducono in carcere. Il 22 ottobre Stefano muore. I familiari lo rivedranno all’obitorio in condizioni disumane: col volto devastato, tumefatto, con l’occhio sinistro fuori dall’orbita, lividi, rigonfiamenti ed ecchimosi dappertutto. Una storia incredibile, dove lo Stato, ancora una volta, ammazza i suoi figli.

Luca Moretti e Toni Bruno ne ripercorrono le vicende in una splendida graphic novel, Non mi uccise la morte, edita da Castelvecchi, di cui abbiamo pubblicato la settimana scorsa sceneggiature e tavole qui.

Giovedì sera, i due autori, erano ospiti in diretta di TG3 Linea Notte, qui sotto l’estratto video:

Avete notato niente di strano?

Appare evidente che c’è stato un taglio alle parole di Luca Moretti in postproduzione.

Ritornate indietro e prestate bene attenzione al min. 3:42.

Notato niente?

Ricopio le parole di Luca:

Il libro nasce appunto dall’analisi della vicenda, perché, come tutti sappiamo, la famiglia di Cucchi ha reso disponibile tutta la documentazione clinica, a parte le foto che sono tristemente note a tutti quanti… è diviso in tre parti: la parte iniziale, che è un saggio, ripercorre la violenza subita. Sono importanti le parole della sorella, il caso Cucchi è tristemente esemplare, perché oltre alla violenza subita da parte delle forze dell’or… t-tum… un menefreghismo successivo da parte della sanità, tra virgolette…

Quali parole sono state omesse dal discorso di Luca Moretti applicando una censura in postproduzione?

A quanto ricordo, in diretta, Luca aveva parlato dell’assurdità che l’Istituzione abbia lasciato Stefano solo, non soltanto nella figura delle forze dell’ordine, che non sarebbe il primo caso, ma anche in quelle del personale medico, che è la cosa più grave. Inoltre, sempre se la memoria non mi inganna, aveva detto anche che queste pratiche violente da parte di chi è pagato con i nostri soldi per garantire la nostra sicurezza, sono sempre più frequenti… ripeto, la memoria potrebbe ingannarmi, ma avendo visto da casa il programma in diretta e, successivamente, il filmato qui sopra, posso dire senza paura di smentite che una pratica censoria c’è stata. Non esiste in un paese democratico.

Il problema è quanto democratico sia ancora il nostro paese e quanto sia ancora vigente nei fatti lo stato di diritto. Ma in un paese come il nostro dove avvengono vicende disumane e inconcepibili come quella accaduta a Stefano non so quanto le parole democrazia e diritto abbiano ancora valore.

Gianluca Liguori

Storia aurea *

Un giorno come quello può capitare ovunque;

ed io prima di dormire, dunque,

ripetevo sempre nomi di angeli, animali,

incantesimi presi da qualche vecchio libro

per non pensare alla catena di nuovi approdi

e, di lì, nuove strade:

ed io che chiedo a chiunque: cosa ci faccio qui?

Un giorno che ho chiuso gli occhi e una donna,

mai vista prima ma ben pagata,

mi ha toccato con un dito,

come fosse terra nuda, la mia pancia sporca e bucata,

e, poi, ha preso in una mano, stretto,

il mio desiderio e io pure l’ho abbracciata

come se facessi sul serio

o credessi nelle sue promesse di eterna gioia.

Un giorno che non so quale dio,

e non so per quale sua strettoia,

mi fece fuggire.

E poi un giorno (qui arriva la parte spaventosa);

un giorno esatto, misurabile con il metro;

un giorno è venuto che niente mi è sembrato qualcosa.

Niente: la mia giovinezza ardita e scaltra,

e quando scalammo insieme quella montagna,

cercando spuri funghi velenosi

per una Eleusi tutta nostra:

e scendemmo leggeri, non meno felici che delusi;

E inoltre un cinghiale che mi marchiò,

ma davanti al latrocinio del mio avo,

causa sua, affinché non dovessi mai,

mai perdere davvero casa mia: un ritorno.

E poi i caffè notturni, e la musica barocca

sguinzagliata da automobili in corsa;

vecchi che fuggono dagli ostelli;

angeli del futuro che ci si presentavano

ma con la faccia di certi folli derelitti;

locali ben redimiti di broccati, ori e delitti;

librerie che vendevano poco, niente,

solo abbecedari per apprendere la lingua degli uccelli;

rosticcerie dove le cucinavano, le lingue degli uccelli;

alcuni spiriti ribelli con il seguito,

povere ma non poco necessarie creature, di demoni

che non sanno di non essere più belli.

E la pioggia sulle foglie di castagno nel viale dell’Università;

la delicata crudeltà, e gli scherzi sacri della giovinezza.

E della giovinezza, lo spaventoso amore,

dolce come il mosto, come la notte scura:

e io che la prendo senza paura.

Nostro figlio, la casa, i libri e i sogni, l’esaltazione.

Poi la guerra, la festa che mi fecero, piena di degnazione.

E poi, infine, un giorno è venuto,

e niente mi è sembrato qualcosa.

Può capitare a chiunque. Questa cosa

è come quando vi parla

(anni che non pensavate a lui)

uno che è morto e che pare abbia deciso,

a ragione o torto, di dovervi parlare proprio ora, adesso.

E, io, quel giorno, coi peli dritti sulla nuca,

m’alzai e spalancai la finestra:

e avrei dovuto piangere: Il cielo denso e spesso,

la testa che disastra, ed io che infine piango.

Pier Paolo Di Mino

* Estratto da Storia aurea (EdiLet, 2010), racconto in versi di Pier Paolo Di Mino.

Leggi l’intervista.

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