Lo stereotipato mondo delle tifose dei mondiali

Questo racconto è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti e persone è puuuuuramente casuale.

“Che ne diresti di scrivere qualcosa sui Mondiali?”. Argh, i Mondiali, me ne ero dimenticata. Googlizzo furiosamente “Mondiali 2010” e mi aggiorno su date, orari delle partite e più o meno chi giocherà con la maglia azzurra. Doppio Argh, la prima partita è proprio stasera.

Oui, lo stereotipo delle donne che guardano i mondiali, c’est moi. Di quelle che durante il campionato oltre a non interessarsi di calcio tentano di evitarlo, senza riuscirci. Di quelle che guardano con curiosità antropologica gli interminabili pomeriggi di calcio su Seven Gold, svegliandosi di soprassalto dalla pennichella domenicale con gli urli di Corno. Di quelle che però inevitabilmente si trasformano in sfegatate tifose di Europei e Mondiali, quando cioè gioca la Nazionale.

Che poi non è che si abbia questo patriottismo senza confini, e anzi, essere felici perché almeno ci sono i Mondiali mi fa a lungo riflettere su quell’”almeno”. Ma è così che è andata l’ultima volta.

Nel 2006 ero appena rientrata in Italia dopo il mio lungo anno parigino ed ero ancora piuttosto stordita. Io e le mie amiche ci eravamo conquistate un lussuoso ghetto femminile dove poter sfogare la nostra fede calcistica improvvisata e a tempo determinato come meglio ci piaceva, un po’ per nostra scelta e un po’ perché eravamo state bandite da morosi e amici. “Non vogliamo donne con noi, vogliamo il rutto libero e poterci sfogare come meglio ci pare. Mentre con le femmine fra i piedi non ci si riesce”. Una serie di donzelle in abiti rosa, di pizzi e organza, sedute composte sul divano con le gambe accavallate, con una bandierina italiana in mano che si dicono “cara, quei gentiluomini hanno forse segnato?” a un tono di voce lieve, quasi impercettibile. Ecco l’immagine che gli uomini che conoscevamo sembravano avere di un gruppo di donne che guardano i mondiali. Ma dico, di donne come noi!

Suonai il campanello dell’appartamento-ghetto e mi trovai di fronte alla realtà. Simildonne in mutande e canottiere da camionista stavano aggrappate a birrone da 66 cl. Qualcuna ruggì un rutto da competizione, poi scoppiò un coro improvviso e spaventoso: “Minchia di Toni, vogliam la minchia di Toni, minchia di Toniii, vogliam la minchia di Toni!”. Erano terribili. Annuii convinta, ero tra le mie simili.

Durante la partita tutte sfoggiavano le loro vere o presunte conoscenze calcistiche, e io urlavo contro la televisione, seguendo a naso i “Nooooo” e i “Sìììììì!!!!” delle altre pulzelle indifese. Che poi non ho mai capito bene la regola del fuorigioco, ma non l’ho mai sottolineato.

Mentre seguivo le complesse vicissitudini di quella finale pensavo ai personaggi che avevo incontrato nei giorni precedenti e che volevano in qualche modo ostacolare il mio connubio con il calcio una tantum: L’Intellettuale: “Non trovi che tifare per i mondiali sia una mera sovrastruttura vuota di senso che serve solo a costruire l’illusione di un’unità nazionale?”. Il Fidanzato: “Non capisco quelle donne, come te, che si interessano del calcio solo quando ci sono i Mondiali. Se vuoi ti faccio io un riassunto”. Lo Scaramantico: “Visto che eri in Francia durante le altre partite saresti così cortese da prendere un volo prima della finale e tornartene là?”.

No, no e no. Io avevo solo una ragione per seguire i Mondiali: mi piaceva. Mi piacevano l’euforia leggera della folla, i colori, i sudori, quell’essere-insieme energico. Mi sembravano motivazioni più che sufficienti.

Alla fine quell’anno abbiamo vinto anche la finale, Campioni del Mondo. Noi ci siamo abbracciate, abbiamo bevuto, gridato, gioito, e ci piaceva un sacco. Mi piaceva quell’euforia, quell’effervescenza collettiva. E per me, in bilico tra la Francia e l’Italia, tra un mondo e l’altro, tra un periodo della vita e un altro, per me che non ero più e non ero ancora, quell’euforia diventava qualcos’altro, colmava gli interstizi della mia immaginazione e scatenava la mia fantasia. Tanto da volerci scrivere un libro.

Sofia Assirelli

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3 Responses to Lo stereotipato mondo delle tifose dei mondiali

  1. FRA says:

    Fantastico Sofy!!! Grazie mille per questo articolo che mi immerge in mille ricordi di 4 anni fa! Sto ridendo come una matta…. Grazie davvero!

  2. Madda says:

    Non so perchè, ma forse invece lo so, perchè anche io ero appena tornata dall’esperienza Erasmus nella lontana Inghilterra (madre della birra!), ma in un certo qualmodo mi riconosco notevolmente nella descrizione del quadretto femminile che ti si è parato davanti alla tua entrata nell’appartamento-ghetto e forse…forse ero proprio io…il leone!!! hihihihi
    Grazie per aver condiviso questo con noi…e non dimentichiamoci, come hai scritto tu all’inizio, che anche quest’anno ci sono i mondiali…e chissà, forse potremmo replicare un po’ di quella goliardia che non è più forse molto parte delle nostre vite, ma che ci ritufferebbe anche solo per due tempi da 45 minuti, in quell’atmosfera da studentesse?
    Boh, io la butto là…a presto donzelle!

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