Al cuore, Ramòn, al cuore

Questa storia della deontologia andatela a menare a qualcun’altro, non a Clarita Cruz, che è mica nata ieri, quarant’anni d’onorato servizio, una gioventù votata a “stare sul pezzo”. Scrivevo di calcio, mi ci vedete?, una donna che scrive di calcio nel Perù dei tardosettanta, una carriera all’ombra delle polemiche di Tito Navarro che lui sì che ci metteva il pepe, mentre io no, io solo qualche parolavaligia (tirolibre, ad esempio), più una criniera nera come chicha morada.

Ci stavo sempre, sul pezzo, io.

Cavalcavo la notizia.

I miei pezzi parlavano di calciatori.

Stavo sui calciatori.

Li cavalcavo. E loro: giù fiumi di parole.

Si ha una predisposizione d’animo più ecumenica, dopo il sesso.

Mi adoravano, a La Voz. Una penna nada mal, dicevano, nada mal, anche se poi il più è finito nel dimenticatoio, perché è così che finisce sempre tutto, l’attuale è un branco di gazzelle in fuga, un secondo ed è svanito nella polvere anche l’elzeviro più elaborato.

Andateveli a cercare, i miei pezzi, se ci riuscite, i miei pezzi sui calciatori. Chissà se ci sono ancora.

Quello su Leonardo Cuéllar, per cominciare, che sembrava Hailé Selassiè. Aveva le gambe storte e avrebbe parlato per tutta la notte, mi disse che il Real Madrid ed il Barcellona lo volevano, ma lui ci pensava mica, a trasvolare in Europa, stava così bene coi Pumas, allenamento due volte a settimana ed il resto del tempo in campagna, a suonare la chitarra e soffiare sui denti di leone.

E quello su Jan Jongbloed? Non era quel personaggio che volevano far credere tutti, Jan Jongbloed. Fumava quaranta sigarette al giorno. Ci mancava se ne accendesse una anche mentre lo cavalcavo. Discutemmo a lungo di Johann Cruijff. “Non sa che si perde a non esser qui quando ci ruberemo la coppa sotto gli occhi del coglione coi baffi”, sproloquiava sprezzante, e il coglione coi baffi era Videla.

Ognuno aveva una storia mirabolante da raccontarmi.

Forse sentivano la necessità di entusiasmarmi, di incuriosirmi.

Erano proni al sensazionale.

Ramòn Quiroga no, lui era vero, vero e sincero, e aveva la faccia da montonero triste. Se c’era uno che non avrebbe dovuto esserci, in Argentina, quello era Quiroga.

Tanti amici a Rosario, dov’era nato, vedrai che qualcuno il suo nome sull’agenda ce l’aveva. E vagli a credere a chi diceva che la cittadinanza peruviana serviva per non essere tesserato come straniero nello Sporting Crystal. La cittadinanza peruviana serviva per non sentirsi più argentino, altroché.

Successe che in quel millenovecentosettantotto il regime militare argentino si trovò tra le mani un cadeau dalla storia: il campionato del mondo, in casa.

L’occasione per portare a compimento, dopo il Processo di Riorganizzazione Nazionale, il Processo di Riabilitazione Internazionale.

Che c’entra, si trattava di lasciare a casa la stella del Boca Juniors che si chiamava Diego Armando, e poi di chiudere un occhio su Luis Menotti, gente che storceva troppo facilmente il naso quando usciva il nome del Generale.

Ma per il resto: un’occasione unica. Le prevaricazioni, la violazione dei diritti umani, tutto sarebbe passato in secondo piano sotto gli scintillii aurei del certamen calcistico.

Me lo immagino, Videla, come si lisciava i baffi (che poi ci avete mai pensato voi all’inquietante legame tra baffi e dittatura, e sì che rendono i volti più buffi, i baffi, e tutto t’aspetteresti tranne che sia capace di qualcosa d’efferato, un uomo con dei baffi così).

Ma l’Argentina stentava, perse pure contro di voialtri italiani, segnò un certo Romeo Benetti, mentre il Perù di Quiroga, e poi di Percy Rojas, e di Chumpitaz, e di Cubillas, dovevate vederlo come andava, quel Perù, Scozia e Iran ridotti in macerie, l’Olanda di Jongbloed e del calcio totale fermata sullo zero a zero, andava una meraviglia.

Te lo dico, ma ti prego, non raccontarlo in giro, mi dice Quiroga, mentre s’accende una sigaretta.

Ultima partita della seconda fase a gironi.

Si giocano la qualificazione in quattro: Polonia, Brasile, Perù ed Argentina.

La classifica avulsa dice: se l’Argentina buca per quattro volte i peruviani, è in finale. Sennò: no. E in finale ci va il Brasile.

[fine prima parte]

Fabrizio Gabrielli

2 Responses to Al cuore, Ramòn, al cuore

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