Slovacchia-Italia

Slovacchia-Italia: una partita che sognavo dai tempi in cui giocavo a medico-infermiera con il mio compagno di banco delle elementari.

A tre minuti dal calcio d’inizio mi alzo dalla poltroncina (che tra parentesi (come avrete notato) avevo trovato vicino al secchio della differenziata una settimanella fa circa), sbadiglio sonoro come fossi Pavarotti nella tomba e mi dirigo in cucina per prendermi un bicchiere di the freddo Blues (Euro Spin 68 centesimi).

Ritorno in camera e noto con imbarazzo che la Slovacchia ha segnato due goal. Il primo su rigore, il secondo su calcio d’angolo dal campo avversario. Dopo circa venti minuti di calzoncini svolazzanti e cosce muscolose che corrono dietro ad un pallone di tela, opto per farmi una sigaretta fuori al balcone. Dal terrazzino di fronte lo sguardo di un vecchio mi scruta imperturbabile, forse il signore è deceduto ore prima, visto che non dà segni di vita nemmeno quando alzo il braccio per salutarlo educatamente. Pare il sosia di Napolitano anche se il suo sguardo fiero mi ricordo pure un po’ Pertini disegnato da Pazienza. Il suo sguardo attonito mi inquieta e mi lubrifica.

Jocelyn, Rabid, Tonino e Namir sono sul marciapiedi di sotto, li guardo dall’alto in preciso effetto plombe. Età media dei quattro giocatori: 10 anni, carnagione media dei quattro: mulatta, accento linguistico medio dei quattro: romano.

Jocelyn e Rabid sono neri, il primo in porta, il secondo in attacco/difesa, Namir è mulatto e difende la porta di sinistra, Tonino è di Aversa e sta in attacco/difesa. A delimitare le porte ci sono le sbarre di ferro rosse e bianche tra il marciapiedi e la strada. La partita è già iniziata da un pezzo ed i quattro sono sudati come stessero in spiaggia a Sabaudia a mezzogiorno, sebbene siano le nove e mezza di sera.

Tonino ha la palla e dribbla Rabid che tenta di recuperare il pallone ma con esito negativo.

Jocelyn assume la posizione da portiere e si prepara a ricevere il tiro che arriva fiondato verso il suo viso. Colpito in piena faccia dal pallone arancione, gli altri tre giocatori scoppiano in una risata isterica ed irrefrenabile. Le magliette di cotone sporche e bagnate coprono le pance secche che sghignazzano. Rabid corre a recuperare la palla finita in strada. Il portiere dolorante si massaggia il volto e si dirige verso la fontanella. Una volta lì Jocelyn mette la testa sotto il getto d’acqua gelata, ci rimane per qualche secondo per poi ritornare dai suoi amici che lo aspettano impazienti per continuare la partita.

Il troione nero in minigonna che batte a pochi metri dall’incrocio di via del Campo, pare essere l’unico a preoccuparsi di Jocelyn, gli va vicino e gli sorride premuroso come fosse sua madre, prende quel visino di bimbo timido tra le sue mani grandi e poi rassicuratosi che non è nulla di grave gli passa la mano sulla testa come a scapigliarlo, sebbene abbia i capelli rasati.

Il troione ritorna al suo posto di lavoro e si posiziona a culopizzo per attirare i clienti.

Il ragazzino intanto ha raggiunto l’improvvisato campo di calcio, come nulla fosse accaduto, nessuna pallonata in viso, nessun dolore, nessun fastidio. Il gioco può riprendere.

Io continuo a fumare, cicco la cenere sul balcone ed il vecchio di fronte continua a fissarmi. L’azione è incalzante: Tonino ha di nuovo il possesso della palla, è inarrestabile, indubbiamente il più forte dei quattro, spintona l’avversario che cade in terra ridendo.

“A quanto state?” chiedo dalla tribuna.

“Stamo a vince quattro a zero, je stamo a fa er culo bianco, a cinque se vince tutto” mi risponde Namir che stando in squadra con Tonino è il meno spompato dei quattro.

La sigaretta è quasi finita, mancano un paio di tiri, li consumo con calma.

Tonino silura il Super Santos verso la porta avversaria, un lancio potente e preciso che Jocelyn non riesce a trattenere. Inizialmente la palla gli finisce tra le mani, ma l’impatto è maestoso ed il pallone gli scivola tra le gambe. Ed è cinque a zero.

Un boato di vittoria ed esaltazione invade Alessandrino, le urla arrivano dalle finestre di fronte, dal piano di sopra, dalla famiglia del piano di sotto, dal baretto dell’angolo, clacson, botti, petardi e trombette. Il vecchio di fronte non si muove di una virgola, nemmeno un cenno di vita, nemmeno quando un giovane (che pare il vecchio con sessant’anni in meno, come fosse la sua morte ringiovanita) gli va vicino e gli sbraita posseduto: “Avemo segnato nonno! Avemo segnato!”.

Tonino e Namir esultano e si abbracciano per la vittoria. I due avversari sono seduti in terra, gambe piegate e spalle sul marciapiedi assaporandosi il meritato riposo della sconfitta. 

Rientro in stanza, la sigaretta è finita, la getto nel posacenere. La partita in tv continua, l’Italia non è ancora in vantaggio, ma noi ci si accontenta e le voci del quartiere Alessandrino ancora riecheggiano dalle pareti e da fuori il balcone.

Un ragazzo in Smart rallenta e si posiziona a pochi metri dall’incrocio di via del Campo, apre la portiera, il troione in minigonna sale in macchina. “Sono trenta euro di bocca coperto, oggi no culo, non sto bene. Paga prima tesoro”. La Smart si allontana. Il vecchio sputa catarro contrariato.

Almeno Napolitano è vivo.

Andrea Coffami

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2 Responses to Slovacchia-Italia

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