Un pianto coreano

C’eravamo tanto commossi, diciamocelo, con la storiella di Jong Tae-Se, essì, quello delle lacrime, volto da copertina di tutto un album di carneadi capaci di far goal al Brasile (che poi, oh, è finita uno a zero per gl’uomini di Kim Jong-Il, dice), quello che c’aveva dimostrato che anche (e soprattutto) i ricchi (di spirito) Pyongyang.

Prima dei mondiali, prima che scrittorucoli calciolizzati se ne servissero beceramente pei loro scarabocchi, la storia di Jong Tae-Se sarebbe stata comunque perfetta per un reportage di sette pagine e quattro trafiletti d’approfondimento su Limes (la rivista di geopolitica, non gl’agrumi): nato in Giappone da genitori sudcoreani, di buona famiglia, discretamente ricchi, ad un certo punto gl’è venuto d’esser Coreano oltre che del sud pure del nord, e forse chissà, dell’est e dell’ovest, ed ha richiesto il passaporto alla Repubblica Democratica Popolare di Corea (tu chiamala se vuoi: Corea del Nord).

Solo. Solo che a Seul la riconoscono mica, la Repubblica Democratica Popolare di Corea, e a Jong Tae-Se gl’è toccato pigliarsi il passaporto in Giappone, farselo rilasciare dalla Chongryon, che poi altro non è che l’Associazione dei Zainichi, ergo i coreani di seconda generazione nati e e residenti in Giappone, una mezzaspecie di Ambasciata nordCoreana in Nipponia, ed insomma è un po’ un bel casino spiegarlo e capirlo, come funziona di preciso, questa storia della multinazionalità del baldo Tae-Se.
Fatto sta che Jong Tae-Se oggi ha tre passaporti, uno dei quali non è valido stessimo a sentir quel che ne pensano i Paesi che hanno emesso le altre due, ed insomma vallo a capire, di che nazionalità è Jong Tae-Se, troppo complicato, troppo macchinoso, boh ma che ne so ma che me frega, ci vuol qualcosa di più semplice, di più facilmente comprensibile, qualcosa d’impatto che faccia commuovere le genti semplici, tipo che ne so, piangere durante l’esecuzione dell’inno.

[E a dircela tutta, gl’era già successo, a Jong Tae-Se, perché quella sera là mica aveva quei capelli là, è recidivo, allora, è una femminuccia frignona, allora].

E c’è chi ha detto: piange per orgoglio nazionale.
E c’è chi ha sostenuto: lacrime di commozione per l’annosa questione delle coree divise.
E c’è chi ha parlato di: tristezza per la durezza del regime di Pyongyang.
E c’è chi se n’è uscito con: semplice emozione.

A noialtri interessava poco, dopotutto, perché vederli sgambettare, i nordsudovestestcoreani, spavaldi ed onesti come novelli ammiragli Nelson contro l’Armada Invencible verdeoro, è stata una gioia a prescindere, al di là d’ogni significato latente, al di là di tutto.

Poi, però, i coreani ci son cominciati ad andare a noia.

È stata la simpatica boutade della scomparsa, anzi no, anzi sì, a farci perdere interesse pegl’asiatici, alla stregua d’un postulato troppo inafferrabile che ci fa disamorare d’amblé della meccanica quantistica.

Difficile ricostruire quel ch’è successo davvero: un semplice errore di trascrizione, c’è chi ha sostenuto, i baldi Pak Sung Hyok, An Chol Hyok, Kim Kyong Il e Kim Myong Won son mica mai spariti, solo voialtri ve li siete confusi con An Sung Hyok, Pak Chol Hyok, Kim Kyong Won e Kim Myong Il, c’hanno dato ad intendere, e l’arbitro nel suo referto ha scritto Pak Kyon Hyok, An Il Hyok, Kim Kyong Chol e Sung Myong Won, capito dov’è stato l’inghippo?, potremmo andare avanti all’infinito, le combinazioni possibili sono duecentoquarantatré, avete il pomeriggio libero?

Mentre noi c’arrovellavamo sulla vexata questio, loro son scesi in campo col Portogallo.

Ed han perso sette a zero.

No, dico, sette a zero.
Settazzero, tutto di filato, ch’è più ruvido.
E se t’azzero? Ti distruggo, ti demolisco, ti squacchero.
Come ‘l Portogallo ha squaccherato la Corea del Nord.
Brutta figura invero.

Che poi, brutta figura, parliamone.
Fossero stati in campo i calciatori coreani, allora sì che potremmo parlare di brutta figura.
Ma c’erano mica i calciatori, in campo, oggi.
Quelli se ne son scappati, bisogna credere che se ne siano scappati sul serio i vari Pak Sung Hyok, An Chol Hyok, Kim Kyong Il e Kim Myong Won e compagnia bella, sparpagliati pei vicoli di Pretoria, per le slum di Johannesburg, e non solo quei quattro di cui s’è parlato, eran quattro al principio, poi son divenuti otto, dodici, sedici, ventiquattro, massaggiatori, allenatore, tutti in fuga, ed in campo contro ‘l Portogallo con le belle magliettine dei giocatori veri ti vien da pensare che ci siano andati un pizzaiolo, seppur nordcoreano, uno studente di Afrikaans alla facoltà di lingue di Città del Capo, seppur nordcoreano, ed il nipote di Pak Doo Ik, sempre nordcoreano, che non è nell’esercito ma esercita comunque, esercita il mestiere.
Son rinomati, sembra, i gigolò nordcoreani.
Però pigliano pure sette gol, se li metti in campo.

E alla fine della fiera, son mica simpatici come Jong Tae-Se.

Fabrizio Gabrielli

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2 Responses to Un pianto coreano

  1. Simone Ghelli says:

    Eccezionale! Pensa che in campo, contro il Portogallo, dovevo esserci anch’io 😉

  2. Pingback: Fútbologia « Scrittori precari

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