Slovacchia-Italia

Slovacchia-Italia: una partita che sognavo dai tempi in cui giocavo a medico-infermiera con il mio compagno di banco delle elementari.

A tre minuti dal calcio d’inizio mi alzo dalla poltroncina (che tra parentesi (come avrete notato) avevo trovato vicino al secchio della differenziata una settimanella fa circa), sbadiglio sonoro come fossi Pavarotti nella tomba e mi dirigo in cucina per prendermi un bicchiere di the freddo Blues (Euro Spin 68 centesimi).

Ritorno in camera e noto con imbarazzo che la Slovacchia ha segnato due goal. Il primo su rigore, il secondo su calcio d’angolo dal campo avversario. Dopo circa venti minuti di calzoncini svolazzanti e cosce muscolose che corrono dietro ad un pallone di tela, opto per farmi una sigaretta fuori al balcone. Dal terrazzino di fronte lo sguardo di un vecchio mi scruta imperturbabile, forse il signore è deceduto ore prima, visto che non dà segni di vita nemmeno quando alzo il braccio per salutarlo educatamente. Pare il sosia di Napolitano anche se il suo sguardo fiero mi ricordo pure un po’ Pertini disegnato da Pazienza. Il suo sguardo attonito mi inquieta e mi lubrifica.

Jocelyn, Rabid, Tonino e Namir sono sul marciapiedi di sotto, li guardo dall’alto in preciso effetto plombe. Età media dei quattro giocatori: 10 anni, carnagione media dei quattro: mulatta, accento linguistico medio dei quattro: romano.

Jocelyn e Rabid sono neri, il primo in porta, il secondo in attacco/difesa, Namir è mulatto e difende la porta di sinistra, Tonino è di Aversa e sta in attacco/difesa. A delimitare le porte ci sono le sbarre di ferro rosse e bianche tra il marciapiedi e la strada. La partita è già iniziata da un pezzo ed i quattro sono sudati come stessero in spiaggia a Sabaudia a mezzogiorno, sebbene siano le nove e mezza di sera.

Tonino ha la palla e dribbla Rabid che tenta di recuperare il pallone ma con esito negativo.

Jocelyn assume la posizione da portiere e si prepara a ricevere il tiro che arriva fiondato verso il suo viso. Colpito in piena faccia dal pallone arancione, gli altri tre giocatori scoppiano in una risata isterica ed irrefrenabile. Le magliette di cotone sporche e bagnate coprono le pance secche che sghignazzano. Rabid corre a recuperare la palla finita in strada. Il portiere dolorante si massaggia il volto e si dirige verso la fontanella. Una volta lì Jocelyn mette la testa sotto il getto d’acqua gelata, ci rimane per qualche secondo per poi ritornare dai suoi amici che lo aspettano impazienti per continuare la partita.

Il troione nero in minigonna che batte a pochi metri dall’incrocio di via del Campo, pare essere l’unico a preoccuparsi di Jocelyn, gli va vicino e gli sorride premuroso come fosse sua madre, prende quel visino di bimbo timido tra le sue mani grandi e poi rassicuratosi che non è nulla di grave gli passa la mano sulla testa come a scapigliarlo, sebbene abbia i capelli rasati.

Il troione ritorna al suo posto di lavoro e si posiziona a culopizzo per attirare i clienti.

Il ragazzino intanto ha raggiunto l’improvvisato campo di calcio, come nulla fosse accaduto, nessuna pallonata in viso, nessun dolore, nessun fastidio. Il gioco può riprendere.

Io continuo a fumare, cicco la cenere sul balcone ed il vecchio di fronte continua a fissarmi. L’azione è incalzante: Tonino ha di nuovo il possesso della palla, è inarrestabile, indubbiamente il più forte dei quattro, spintona l’avversario che cade in terra ridendo.

“A quanto state?” chiedo dalla tribuna.

“Stamo a vince quattro a zero, je stamo a fa er culo bianco, a cinque se vince tutto” mi risponde Namir che stando in squadra con Tonino è il meno spompato dei quattro.

La sigaretta è quasi finita, mancano un paio di tiri, li consumo con calma.

Tonino silura il Super Santos verso la porta avversaria, un lancio potente e preciso che Jocelyn non riesce a trattenere. Inizialmente la palla gli finisce tra le mani, ma l’impatto è maestoso ed il pallone gli scivola tra le gambe. Ed è cinque a zero.

Un boato di vittoria ed esaltazione invade Alessandrino, le urla arrivano dalle finestre di fronte, dal piano di sopra, dalla famiglia del piano di sotto, dal baretto dell’angolo, clacson, botti, petardi e trombette. Il vecchio di fronte non si muove di una virgola, nemmeno un cenno di vita, nemmeno quando un giovane (che pare il vecchio con sessant’anni in meno, come fosse la sua morte ringiovanita) gli va vicino e gli sbraita posseduto: “Avemo segnato nonno! Avemo segnato!”.

Tonino e Namir esultano e si abbracciano per la vittoria. I due avversari sono seduti in terra, gambe piegate e spalle sul marciapiedi assaporandosi il meritato riposo della sconfitta. 

Rientro in stanza, la sigaretta è finita, la getto nel posacenere. La partita in tv continua, l’Italia non è ancora in vantaggio, ma noi ci si accontenta e le voci del quartiere Alessandrino ancora riecheggiano dalle pareti e da fuori il balcone.

Un ragazzo in Smart rallenta e si posiziona a pochi metri dall’incrocio di via del Campo, apre la portiera, il troione in minigonna sale in macchina. “Sono trenta euro di bocca coperto, oggi no culo, non sto bene. Paga prima tesoro”. La Smart si allontana. Il vecchio sputa catarro contrariato.

Almeno Napolitano è vivo.

Andrea Coffami

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Lo strano caso del Dottor Bizzotto

Nel punto in cui negli uffici Rai di Milano viene affrontata la questione, lui è nel bagno di un autogrill. Con tutta probabilità sta tornando nella sua Bolzano dopo una diretta di hockeyghiaccio. Un sudore freddo così non lo prendeva da anni, diciamo dalla maturità – poi risolta con la precisione e un pizzico di quell’estro limpido e quasi invisibile che tocca in sorte ai certosini. Solo che alla maturità il sudore freddo non si era trasferito allo stomaco, mutandosi da liquido a solido-gassoso come adesso.

Uscito dalla toilette con porta a soffietto, si bagna il viso e si guarda allo specchio. Si tranquillizza, è tutto in ordine, infila gli occhiali.

Giunto a casa dopo qualche ora e col cellulare ancora muto, prova a distrarsi spulciando vecchie copie della Gazzetta. Rinuncia presto. Si stende sul divano a guardare ancora un riflesso, ancora il suo, questa volta nello schermo opaco della televisione. La notizia arriva all’alba da quel collega con l’accento calabrese, dice solo: «È Civoli». Lui stringe i denti, un attimo, poi una smorfia mezzosorriso, a voce bassa: «Comunque fanculo a Cerqueti».

A quel punto torna a pensare all’hockey, ai tuffi: e un poco anche al curling.

Mi perdoneranno i seguaci della Dea Eupalla se ho deciso di occuparmi di un aspetto minore, si fa per dire, della Materia. Ma parlare di calcio è compito ingrato, peggio ancora scriverne, col rischio che si porta addosso la scrittura – rischio per la verità sempre più raro: e cioè che qualcuno possa trovar traccia del mio non voler essere epigono di Gianni Brera; e del non aver preso a pretesto il pallone per teorizzare sullo stato di salute della nostra democrazia.

Anche se, a dirla tutta, lo strano caso di Stefano Bizzotto – commentatore Rai da più di quindici anni e oggetto del mio iniziale fantasticare – potrebbe comunque dir molto di come vanno certe cose da queste parti.

Dopo la fine dell’era Bruno Pizzul (Mondiali 2002) la Nazionale italiana si è giovata di un ticket, diciamo così, quanto a commentatori: per un breve periodo Gianni Cerqueti e Stefano Bizzotto si sono alternati a far da colonna sonora agli azzurri. Una partita a testa, più o meno. Da un lato un giornalista dall’aspetto fresco, certamente di carattere e relativamente abile nel drammatizzare una telecronaca – Cerqueti; da un altro un vero cronista sportivo, nato a Bolzano e profondo conoscitore di lingua e calcio tedeschi – Bizzotto (di cui bisogna ascoltare la pronuncia del nome Bierhoff per capire).

Niente, alla fine la spunta un terzo candidato: Marco Civoli, tifoso ancora in pena in quegli anni per i disastri nerazzuri; a lui toccherà l’onore di pronunciare il celebre «Il cielo è azzurro sopra Berlino» nella vittoria finale dell’Italia ai Mondiali del 2006.

Bizzotto è uno che ama il suo lavoro, non c’è dubbio; una voce tranquilla, mai melodrammatica come si usa su Sky o Mediaset – neppure l’impressione di averci una mela in bocca come quel Gianni Bezzi della tv pubblica; esperto di tiro al volo, tiro a segno, tuffi, hockey su ghiaccio, sci, calcio (nazionali, Serie A – in special modo Udinese – ed estero), probabilmente Bizzotto adora anche il curling. Probabilmente. Ad oggi è però “solo” il commentatore della Germania: nessun rischio di figuracce quando c’è da pronunciare qualcosa tipo Schweinsteiger. Certo, potrebbe anche commentare partite dell’Arabia Saudita o dell’Honduras: è ferrato su ogni calciatore – ruolo, peso e altezza, data di nascita, numero di maglia in nazionale e nel club di provenienza; insomma, un tipo professionale, ai limiti, azzardo, della compulsività: eppure non gli è riuscita la scalata. Davanti a lui Civoli, si è detto, occhiaie da vampiro e una certa – inquietante – sintonia con Salvatore Bagni quanto a commento tecnico; ma anche lo stesso Cerqueti appare ad oggi qualche gradino più su nella classifica di gradimento dei telespettatori. Vien da pensare che sia la solita storia – chi ama e sa fare il proprio mestiere in Italia non fa molta strada. Oppure c’è dell’altro.

Nulla di apparentemente psicotico nello zelo di Bizzotto, sia chiaro. Lui stesso, quarantanove anni («ma ne dimostrava 51», citando un vecchio adagio di Via Merulana), spazzolino biondobrizzolato in testa, mascella da marine, l’idea di pulito e ordinato tra i denti, appare un uomo – prima ancora che un giornalista – normalissimo; che ai sogni preferisce il lavoro duro. C’è forse del tragico nel suo sfiorare la vetta – chi meglio di lui, del resto, avrebbe potuto urlare, in tedesco, «Il cielo è azzurro sopra Berlino»? E neppure può apparire l’oggetto dei bizzarri disegni di un dio che punisce i più meritevoli affinché possano affilare maggiormente il proprio spirito. Insomma, Stefano Bizzotto non dà l’idea del martire e neppure quella del virtuoso; sarebbe piuttosto un ottimo calciatore-operaio (Di Livio o Pessotto, per intenderci), un puntuale scrittore di gialli (facciamo legal-thriller), un candido paesaggio innevato, persino.

Ma nel bianco e nel candore si cela l’acciacco.

Nella puntualità della neve o di un ipotetico film biografico su di lui, al volto di Stefano Bizzotto potrebbe sostituirsi quello dello William H. Macy di Fargo. Con rispetto parlando, un uomo qualunque che sa fare il proprio lavoro cui però il destino, più che gli uomini, ha estorto un sogno. Il destino che si accanisce contro chi più se ne prende cura spulciando tra le biografie di vecchi calciatori tedeschi. L’approfondimento come disturbo ossessivo compulsivo. Un uomo che cammina anche in ginocchio: per seguire sport improbabili in giro per il mondo finendo per commentare solo squadre altrettanto improbabili ai Mondiali. Suggerendo formazioni ai colleghi, sollevandoli da compiti ingrati come imparare i nomi di sconosciuti difensori danesi. Aspettando infine l’ultimo bicchiere di Pizzul, assaporandone il bordo, ancora caldo di labbra; e poi…

La Repubblica, 22 agosto 2002, articolo di Marco Bracconi:

«Già, la finale mondiale. E se l’Italia ci arriva, toccherà a lui o a Cerqueti? Niente da fare, non ci casca, è troppo contento per mettere qualcosa di traverso alla felicità. “Per un fatto di anzianità dovrebbe toccare a Gianni, ma…” Ma? Stefano Bizzotto ride, poi sorride e quasi si intimidisce: “I prossimi Mondiali sono in Germania, e io so alla perfezione il tedesco…”»

Auf Wiedersehen, Doktor Bizzotto.

[sta nell’angolo; di un’osteria o di un locale che un tempo doveva esser molto frequentato, non è importante; importante è chiedersi cosa beve; bere: bevono tutti, prima o poi; cosa berrà mai lui? tocai: no, quello no, piaceva tanto a pizzul, chissà quanto ne avrà bevuto la sera in cui l’ha chiamato per avere la formazione della germania est; quanta emozione sprecata per nulla, allora, come questo sudore; dicevamo: qualcosa di fresco: mojito; ma no: sa bene che i brasiliani lo bevono durante i pasti e la cosa gli mette lo stomaco sottosopra; una birra, sì, ma come? chiara? rossa? una birra è banale; più probabile un bicchiere d’acqua, non gli passa il sudore sulla fronte, si è fermato lì, è caldo e freddo e sta solo in fronte; allora prova con una cosa che gli riesce da un po’, il locale è buio e viene meglio così: pensa a un altro abbandono, quando ne hai uno che ti blocca la digestione allora ne pensi un altro, lo immagini, lo porti lì davanti a te trascinandolo per i capelli, lo rivivi, ne hai un bisogno; e in fondo sì, è d’abbandono che si tratta, lui quella maglia l’ha sfiorata, lui e quel gianni, insieme, solo che a pensarci bene lui è mezzo crucco e dovrebbe fregarsene; ma comunque; un altro abbandono, non ha importanza che sia stato più o meno intenso, l’importante è che sia altro, lontano nel tempo, ma efficace; gli viene in mente lo specchio; lo specchio e quella ragazza, anni prima; lo specchio su cui quella ragazza gli ha lasciato un saluto, al rossetto, una nottataccia avevano passato; ma non ricorda cosa c’era, sullo specchio, tutto quel rosso; e dove – olanda? francia? bolzano? – e non ricorda cosa; e non ricorda dove; e gli gira la testa; cosa sta bevendo?]

Marco Montanaro

Che fine ha fatto la Coppa?

Era già successo per ben due volte, nel 1966 e nel 1983, che della Coppa si perdessero le tracce. Il primo caso si verificò in Inghilterra, ma essa riapparve poco dopo, col sospetto che si trattasse però di un clone. La seconda volta, a distanza di un anno dalla storica vittoria degli azzurri in Spagna, la Coppa invece non ricomparve più.

L’esemplare attualmente in circolazione sarebbe dovuto andare avanti fino al 2038, dopo di che non ci sarebbe stato più spazio per incidervi sopra i nomi delle nazionali vincenti.

Sarebbe, perché anche questa terza Coppa è improvvisamente scomparsa.

La stessa delegazione italiana ha espresso smarrimento e costernazione al momento di riconsegnare il trofeo. Al posto della Coppa, nella teca c’hanno trovato un esemplare del Tapiro d’oro.

“Ah, voi italiani”, ha esclamato il segretario della Fifa, “sempre a fare scherzi! Già ne avete inventata una, di Coppa, non vi basta?”.

Dovreste sapere infatti che l’attuale Coppa del Mondo fu disegnata proprio da un italiano, tal Silvio Gazzaniga, il cui modello fu scelto tra altri 53 esemplari.

Gli italiani mica c’avevano tanta voglia di ridere, però. Si sentivano come in quelle barzellette in cui ci fanno sempre una gran figura tra tedeschi, francesi e americani, soltanto che stavolta non trovavano la battuta finale per uscirne da signori.

“No, è che…”, ha cominciato uno.

“Insomma, vedete…”, ha continuato un altro.

“Il debito pubblico…”, ha concluso il terzo.

“Sì, lo so che c’avete un bel buco nel vostro bilancio”, ha risposto loro uno dei delegati Fifa, “ma per caso non avrete mica pensato d’infilarci dentro anche la Coppa?!”.

“Noooooo, ma che Le viene in mente mai!”, s’è subito ripreso il primo italiano.

“Dicevamo che…”, ha continuato il secondo.

“Che per risolvere il problema del debito pubblico abbiamo coniato una serie di tapiri d’oro da collezione, e questo ve lo abbiamo portato come omaggio”.

“Sono molto lieto del vostro regalo”, ha chiosato il segretario, “ma la Coppa dov’è?”.

“Ecco…”, ha ricominciato il primo.

“La Coppa…”, ha continuato il secondo.

“Sìììììììììììì?”.

“Ce l’ha il Ministero! Sì, proprio il nostro Ministero…”, ha concluso il terzo.

“Il Ministero?”, ha sgranato gli occhi il segretario: “E quale Ministero, se mi è concesso?”.

“Il Ministero della Gioventù!”, hanno risposto in coro i tre italiani.

Gli uomini della Fifa a questo punto erano piuttosto perplessi.

“Mai sentito nominare…”, ha detto il segretario: “È un’altra delle vostre invenzioni?”.

Gli italiani sono rimasti un attimo interdetti.

“Ma che per davvero non lo conoscete?”, ha chiesto il primo.

“Impossibile, son già un paio d’anni che esiste”, ha precisato il secondo.

“Sa”, conclude il terzo, “dalle nostre parti ci piace dare spazio ai giovani”.

La delegazione Fifa è esplosa in una fragorosa risata.

“Complimenti, questa era davvero bella…”, ha chiosato il segretario coi lucciconi agli occhi, “ma la Coppa, dov’è la Coppa?”.

Ancora oggi sono lì che la cercano…

Simone Ghelli

Pacchetto emergenza

…che poi io i mondiali di calcio non li guardo!

Lo dicono tutti, fa figo e così quest’anno lo dico anch’io. Il bello è che ne sono obbligatoriamente convinto. Ne son liberamente sicuro quando scendono in campo Slovenia e Algeria, non me ne frega un cazzo. Ne ho la certezza geografica quando giocano Cile-Honduras, non so nemmeno dove sta l’Honduras. Vacillo quando gioca il Camerun, quegli africani lì mi son sempre stati simpatici.

La mia è una scelta legittima in un paese normale, solo che se sei nato in uno dove si mangia pane e calcio non ti crede nessuno. Poi siamo pure i campioni del mondo in carica, non si può non guardare il mondiale sudafricano. Il bello è che a me il calcio piace e anche parecchio. Mi piace giocarlo con gli amici, mi piace andare allo stadio e mi piace guardare le partite in tv. Ma io quest’anno i mondiali di calcio non li guardo! Non posso, ultimamente non riesco più a vedere le partite. Non le trasmettono più. Cioè le trasmettono eccome ma devi essere abbonato, avere la tessera prepagata, il decoder, l’abbonamento, il pacchetto campionato, il pacchetto champions e ovviamente quello dei mondiali 2010. Mamma Rai ha smesso di farmi da balia, ha creato il bisogno visivo, la dipendenza catodica e poi ha smesso di spacciare dirette mondiali tv come prima. Dice che non ha più la roba, che non può più fornirtela aggratis col canone, c’è la crisi. Fanculo mamma Rai, io smetto quando voglio e come voglio, non cedo ai capitalisti senza scrupoli di Sky.

Solo che disintossicarsi è dura, durissima, è quasi impossibile quando ci sono i mondiali. Allora si ricorre a mezzucci d’ogni sorta per placare la crisi. Il boccettino di metadone si chiama casa del vicino, quello che ha il megaschermo, la parabola e il decoder. Solo che non so nemmeno come si chiama il vicino e allora ricorro al classico rimedio della nonna: vado al bar. Che oggi non si chiama nemmeno più così, ha cambiato nome e si è rifatto il trucco. I bar di una volta, quelli dove mi portava il papà la domenica a comprar il gelato, sono spariti. Adesso son locali alla moda e si fan chiamare lunge, pub, birreria, bistro, pim pum pam, bang, crash, gulp, argh… e non hanno nemmeno i gelati.

In piena crisi d’astinenza mi aggiro spaesato tra sedie, tavolini e divanetti in cerca del televisore. L’uomo dietro al bancone mi invita ad accomodarmi e mi offre il menu. Frittatona di cipolle e birra gelata non sono nemmeno elencate. Consumo qualcosa per gentilezza. Nessun volto amico, nessuna parrucca azzurra, nessun tricolore, nessun tric e trac, nessuna vuvuzela. Mi sento un alieno con la mia maglietta azzurra. Tutto è asettico e preciso allo sfinimento. Il piacere del rutto libero è vietato per legge. Per uno che non si è mai seduto a veder una partita in tv su un divano che non fosse quello di casa l’impatto è devastante. Poi quando l’arbitro fischia l’inizio e mi accorgo che ci sono solo io in quel tempio dell’aperitivo mi viene una malinconia addosso. Io e l’uomo dietro al bancone che mi fissa aspettando un’altra ordinazione. Sono le quattro del pomeriggio e nessuno fa l’aperitivo alle quattro di giovedì pomeriggio, la gente lavora alle quattro di un pomeriggio infrasettimanale. Io ho preso pure mezza giornata di ferie per vedere l’Italia. Esco a gambe levate prima che la tristezza mi rovini la partita. Mi dimentico anche di pagare il cocktail aromatizzato alla pesca e le patatine fritte light. Che figure di merda, inseguito dall’uomo del bancone che poi è pure grosso. Mi viene quasi da piangere. A questo punto crollo e corro a tutta velocità verso il primo megastore dell’elettronica che mi capita a tiro. Spolvero la carta di credito e con sommo sollievo mi regalo il goldbox. Fanculo il metadone, qui si ritorna alla purezza della sostanza. Adesso posso finalmente godermi i mondiali in salotto. Faccio pure lo splendido e invito tutti gli amici a vedere le partite da me, tutte mica solo quelle dell’Italia. Cazzo con quello che mi è costato vedere ventidue ragazzotti in mutande me le guardo proprio tutte, anche Azerbaigiàn-Papua Nuova Guinea!

Alessandro Boni

Al cuore, Ramòn, al cuore (parte 2)

[continua da qui]

Il giorno prima della partita tra Argentina e Perù gli andini ricevono una visita. Negli spogliatoi si presenta Videla in persona, insieme al segretario di stato americano Henry Kissinger. Quiroga non li saluta nemmeno, continua ad allacciarsi le scarpe, finge un malessere, è distrutto dalle chiacchiere che girano intorno al suo nome, Quiroga l’argentino, Quiroga si venderà, Mettete Sartor!, incitano i giornali brasiliani.

Quiroga, durante quella visita, ha la faccia tosta di non stringere la mano a nessuno.

Sembra Matthias Sindelar quando, in un match celebrativo tra Germania ed Austria voluto da Hitler in occasione dell’Anschluss, si rifiuta di salutare romanamente il Fuhrer.

Ha coraggio da vendere, Quiroga.

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Al cuore, Ramòn, al cuore

Questa storia della deontologia andatela a menare a qualcun’altro, non a Clarita Cruz, che è mica nata ieri, quarant’anni d’onorato servizio, una gioventù votata a “stare sul pezzo”. Scrivevo di calcio, mi ci vedete?, una donna che scrive di calcio nel Perù dei tardosettanta, una carriera all’ombra delle polemiche di Tito Navarro che lui sì che ci metteva il pepe, mentre io no, io solo qualche parolavaligia (tirolibre, ad esempio), più una criniera nera come chicha morada.

Ci stavo sempre, sul pezzo, io.

Cavalcavo la notizia.

I miei pezzi parlavano di calciatori.

Stavo sui calciatori.

Li cavalcavo. E loro: giù fiumi di parole.

Si ha una predisposizione d’animo più ecumenica, dopo il sesso.

Mi adoravano, a La Voz. Una penna nada mal, dicevano, nada mal, anche se poi il più è finito nel dimenticatoio, perché è così che finisce sempre tutto, l’attuale è un branco di gazzelle in fuga, un secondo ed è svanito nella polvere anche l’elzeviro più elaborato.

Andateveli a cercare, i miei pezzi, se ci riuscite, i miei pezzi sui calciatori. Chissà se ci sono ancora.

Quello su Leonardo Cuéllar, per cominciare, che sembrava Hailé Selassiè. Aveva le gambe storte e avrebbe parlato per tutta la notte, mi disse che il Real Madrid ed il Barcellona lo volevano, ma lui ci pensava mica, a trasvolare in Europa, stava così bene coi Pumas, allenamento due volte a settimana ed il resto del tempo in campagna, a suonare la chitarra e soffiare sui denti di leone.

E quello su Jan Jongbloed? Non era quel personaggio che volevano far credere tutti, Jan Jongbloed. Fumava quaranta sigarette al giorno. Ci mancava se ne accendesse una anche mentre lo cavalcavo. Discutemmo a lungo di Johann Cruijff. “Non sa che si perde a non esser qui quando ci ruberemo la coppa sotto gli occhi del coglione coi baffi”, sproloquiava sprezzante, e il coglione coi baffi era Videla.

Ognuno aveva una storia mirabolante da raccontarmi.

Forse sentivano la necessità di entusiasmarmi, di incuriosirmi.

Erano proni al sensazionale.

Ramòn Quiroga no, lui era vero, vero e sincero, e aveva la faccia da montonero triste. Se c’era uno che non avrebbe dovuto esserci, in Argentina, quello era Quiroga.

Tanti amici a Rosario, dov’era nato, vedrai che qualcuno il suo nome sull’agenda ce l’aveva. E vagli a credere a chi diceva che la cittadinanza peruviana serviva per non essere tesserato come straniero nello Sporting Crystal. La cittadinanza peruviana serviva per non sentirsi più argentino, altroché.

Successe che in quel millenovecentosettantotto il regime militare argentino si trovò tra le mani un cadeau dalla storia: il campionato del mondo, in casa.

L’occasione per portare a compimento, dopo il Processo di Riorganizzazione Nazionale, il Processo di Riabilitazione Internazionale.

Che c’entra, si trattava di lasciare a casa la stella del Boca Juniors che si chiamava Diego Armando, e poi di chiudere un occhio su Luis Menotti, gente che storceva troppo facilmente il naso quando usciva il nome del Generale.

Ma per il resto: un’occasione unica. Le prevaricazioni, la violazione dei diritti umani, tutto sarebbe passato in secondo piano sotto gli scintillii aurei del certamen calcistico.

Me lo immagino, Videla, come si lisciava i baffi (che poi ci avete mai pensato voi all’inquietante legame tra baffi e dittatura, e sì che rendono i volti più buffi, i baffi, e tutto t’aspetteresti tranne che sia capace di qualcosa d’efferato, un uomo con dei baffi così).

Ma l’Argentina stentava, perse pure contro di voialtri italiani, segnò un certo Romeo Benetti, mentre il Perù di Quiroga, e poi di Percy Rojas, e di Chumpitaz, e di Cubillas, dovevate vederlo come andava, quel Perù, Scozia e Iran ridotti in macerie, l’Olanda di Jongbloed e del calcio totale fermata sullo zero a zero, andava una meraviglia.

Te lo dico, ma ti prego, non raccontarlo in giro, mi dice Quiroga, mentre s’accende una sigaretta.

Ultima partita della seconda fase a gironi.

Si giocano la qualificazione in quattro: Polonia, Brasile, Perù ed Argentina.

La classifica avulsa dice: se l’Argentina buca per quattro volte i peruviani, è in finale. Sennò: no. E in finale ci va il Brasile.

[fine prima parte]

Fabrizio Gabrielli

Lo stereotipato mondo delle tifose dei mondiali

Questo racconto è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti e persone è puuuuuramente casuale.

“Che ne diresti di scrivere qualcosa sui Mondiali?”. Argh, i Mondiali, me ne ero dimenticata. Googlizzo furiosamente “Mondiali 2010” e mi aggiorno su date, orari delle partite e più o meno chi giocherà con la maglia azzurra. Doppio Argh, la prima partita è proprio stasera.

Oui, lo stereotipo delle donne che guardano i mondiali, c’est moi. Di quelle che durante il campionato oltre a non interessarsi di calcio tentano di evitarlo, senza riuscirci. Di quelle che guardano con curiosità antropologica gli interminabili pomeriggi di calcio su Seven Gold, svegliandosi di soprassalto dalla pennichella domenicale con gli urli di Corno. Di quelle che però inevitabilmente si trasformano in sfegatate tifose di Europei e Mondiali, quando cioè gioca la Nazionale.

Che poi non è che si abbia questo patriottismo senza confini, e anzi, essere felici perché almeno ci sono i Mondiali mi fa a lungo riflettere su quell’”almeno”. Ma è così che è andata l’ultima volta.

Nel 2006 ero appena rientrata in Italia dopo il mio lungo anno parigino ed ero ancora piuttosto stordita. Io e le mie amiche ci eravamo conquistate un lussuoso ghetto femminile dove poter sfogare la nostra fede calcistica improvvisata e a tempo determinato come meglio ci piaceva, un po’ per nostra scelta e un po’ perché eravamo state bandite da morosi e amici. “Non vogliamo donne con noi, vogliamo il rutto libero e poterci sfogare come meglio ci pare. Mentre con le femmine fra i piedi non ci si riesce”. Una serie di donzelle in abiti rosa, di pizzi e organza, sedute composte sul divano con le gambe accavallate, con una bandierina italiana in mano che si dicono “cara, quei gentiluomini hanno forse segnato?” a un tono di voce lieve, quasi impercettibile. Ecco l’immagine che gli uomini che conoscevamo sembravano avere di un gruppo di donne che guardano i mondiali. Ma dico, di donne come noi!

Suonai il campanello dell’appartamento-ghetto e mi trovai di fronte alla realtà. Simildonne in mutande e canottiere da camionista stavano aggrappate a birrone da 66 cl. Qualcuna ruggì un rutto da competizione, poi scoppiò un coro improvviso e spaventoso: “Minchia di Toni, vogliam la minchia di Toni, minchia di Toniii, vogliam la minchia di Toni!”. Erano terribili. Annuii convinta, ero tra le mie simili.

Durante la partita tutte sfoggiavano le loro vere o presunte conoscenze calcistiche, e io urlavo contro la televisione, seguendo a naso i “Nooooo” e i “Sìììììì!!!!” delle altre pulzelle indifese. Che poi non ho mai capito bene la regola del fuorigioco, ma non l’ho mai sottolineato.

Mentre seguivo le complesse vicissitudini di quella finale pensavo ai personaggi che avevo incontrato nei giorni precedenti e che volevano in qualche modo ostacolare il mio connubio con il calcio una tantum: L’Intellettuale: “Non trovi che tifare per i mondiali sia una mera sovrastruttura vuota di senso che serve solo a costruire l’illusione di un’unità nazionale?”. Il Fidanzato: “Non capisco quelle donne, come te, che si interessano del calcio solo quando ci sono i Mondiali. Se vuoi ti faccio io un riassunto”. Lo Scaramantico: “Visto che eri in Francia durante le altre partite saresti così cortese da prendere un volo prima della finale e tornartene là?”.

No, no e no. Io avevo solo una ragione per seguire i Mondiali: mi piaceva. Mi piacevano l’euforia leggera della folla, i colori, i sudori, quell’essere-insieme energico. Mi sembravano motivazioni più che sufficienti.

Alla fine quell’anno abbiamo vinto anche la finale, Campioni del Mondo. Noi ci siamo abbracciate, abbiamo bevuto, gridato, gioito, e ci piaceva un sacco. Mi piaceva quell’euforia, quell’effervescenza collettiva. E per me, in bilico tra la Francia e l’Italia, tra un mondo e l’altro, tra un periodo della vita e un altro, per me che non ero più e non ero ancora, quell’euforia diventava qualcos’altro, colmava gli interstizi della mia immaginazione e scatenava la mia fantasia. Tanto da volerci scrivere un libro.

Sofia Assirelli