Il racconto dell’uomo chiuso in bagno

Il racconto dell’uomo chiuso in bagno

(da La maledizione di Roberto Baggio, di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni)

È il 1990 e l’Italia si prepara ad ospitare i mondiali di calcio.

Per chi, come voi, in quel periodo non era più che un ragazzetto, alcune immagini saranno di certo ancora ben stampate in testa. Sono immagini nitide, a tratti struggenti, che richiamano sempre le solite parole: gli “occhi spiritati” di Totò Schillaci, le “veroniche” di Roberto Baggio, la sciagurata “papera” di Walter Zenga. Sono dei luoghi comuni che suscitano sempre delle forti emozioni.

Ma se provate a pensare a freddo, a distanza di vent’anni, a quel complesso di emblemi, i pensieri che nascono non saranno a senso unico. Appariranno macchiati da una tenebra, da un’essenza che affoga la naturale purezza del gesto. L’ovatta della vostra infanzia diventerà un parco di trucioli, alcuni sporchi di fango, altri intinti nel veleno.

La sensazione che ne deriva è contrastante, giocata fra la magia incancellabile dei mondiali italiani, e un altro discorso, più gretto, che preme per rileggere, perlomeno in parte, la questione. Che la fa vedere da un altro punto di vista: la inquadra all’interno di premesse più miserabili, la riveste di altri vocaboli e ricordi.

Il parco dell’infanzia diventa spoglio, uno scenario quasi grottesco, privo del vincolo sentimentale che istintivamente gli abbiamo sempre attribuito. Esiste un doppio, un cono d’ombra, forse addirittura di grigio, una zona che noi adulti –specialmente chi faceva parte del mondo del calcio – sospettavamo, una zona scura che potrebbe spegnere gli occhi di Schillaci, accartocciare le veroniche di Baggio, salvare in corner lo sciagurato Walter Zenga.

Ecco che, all’improvviso, i mondiali italiani diventano i mondiali all’italiana. Di un’Italia diversa, lasciatemelo dire, da quella un po’ olandese che trionfava in Coppa dei Campioni. Diventano dei mondiali italiani come gli spaghetti, come Rai2, come il Colosseo, come Mataresse e Lanese.

Questo sottotesto che si distende – accanto, tutt’intorno e come impalcatura dell’alone iridescente e nazionalfamiliare delle “notti magiche” – non si identifica con la realtà favolosa delle piroette, del gol alla Cecoslovacchia e delle esultanze sull’erba. Fa appello a un altro principio di realtà.

La prima cosa che instilla il dubbio, è lo stile con cui un intero popolo, reduce, abbrutito e stordito dai sortilegi degli anni ottanta si dispone ad affrontare il gravoso e glorioso evento che è chiamato ad allestire. Uno stile squisitamente italiano. Un’atmosfera che accompagna Italia ‘90 fin dagli esordi e le fa da madrina fino ai bordi del campo. Da una televisione che aveva al tempo, ricordate, Gianfranco Magalli, Fabrizio Frizzi e le sorelle Carlucci come arieti di sfondamento, apprendiamo la primaria ed estenuante necessità di dare una ragione popolare al simbolo del mondiale italiano: di dargli un nome. Fino a quando non sgorgherà trionfante dagli schermi e poi nelle vetrine la silhoutte profeticamente pirelliana del “Ciao” nazionale – la snodabile, lucida o talvolta pelosa cosa che di quei mondiali sarà la mascotte – ogni domenica a “Domenica In,” ogni sabato a “Scommettiamo Che,” ogni mezzogiorno ad “Affari Vostri,” il pubblico italiano è chiamato a sciogliere il dilemma.

Ma c’è di più. A fare da contraltare alle solite ed inevitabili agitazioni massmediatiche fanno la loro bella parte le ragioni calcistiche. Mai, come per Italia ‘90, l’apparato sportivo – gli organizzatori, gli atleti, i dirigenti stessi – si presenta ai mondiali in un modo così uggioso e prosaico. [1]

Una sorta di armata brancaleone affatto divertente e ridicolmente seriosa, si prepara ad affrontare, in pantaloncini corti e parastinchi, le compagini venute da ogni parte del mondo.

Zenga, Bergomi, Maldini, Ferri, Ancelotti, Baresi, Donadoni, De Napoli, Vialli, Giannini, Carnevale.

Questa la formazione tipo, che affronterà il 9 giugno 1990 l’Austria di Polster. Se si aggiunge la presenza in panchina del brizzolato Serena e si confrontano le attrattive delle squadre ospiti – l’Higuita e il Valderrrama colombiano, il Roger Milla camerunense, l’argentina di Maradona e Caniggia, la personalità rocciosa della Germania di Klinsmann e Mattheus, gli azzurri, a distanza d’anni e storia alla mano, non possono che provocare un debole e triste brivido.

E ancora: nei mondiali delle 24 morti bianche e degli appalti fantasma, nei mondiali dei nuovi stadi e dell’Italia che funziona [2], il CT della nazionale è Azeglio Vicini, la cui lunga carriera di calciatore (nel LaneRossi di Vicenza, quattordici stagioni in serie B) e una breve parentesi come secondo allenatore a Brescia è sufficiente ad assicurargli il secondo e forse ultimo mondiale giocato in patria dagli azzurri. Nel volto e nelle parole di Azeglio Vicini leggiamo poco, o nulla. Non l’apprensione per una panchina ambita. Non la paura per un compito delicato. Rari sono i gesti di stizza. Gli sforzi profusi dalla stampa, gli sporadici proclama del diretto interessato, le singolari uscite di Matarrese valgono a poco [3]. Il peso, e persino il senso di una responsabilità tanto grande sembrano essersi svincolati dall’uomo. La lunga militanza dietro una scrivania ne ha ammansito ogni caratteristica, smussato tempra e bontà, livellato in un sordo continuum entusiasmi, debolezze ed arroganza.

Insomma, proprio nell’occasione dei tanto attesi mondiali italiani, dei mondiali che possono consacrare l’Italia nell’olimpo delle grandi, che devono regalare il quarto mondiale agli azzurri, dei mondiali in cui l’Italia intera è chiamata a dare nervo e sfoggio delle proprie qualità l’Italia giunge all’appuntamento con un burocrate in panchina, una compagine anestetica di atleti in gioco, e un’atmosfera affatto pirotecnica alle spalle. È da queste premesse, su questa architettura che si aprono le notti magiche.

Fra gli undici titolari che scenderanno in campo nella gara iniziale con l’Austria, schierati in uno schema che obsolescente è dire poco, non figurano i nomi Nicola Berti, che di quel mondiale avrebbe potuto essere la sorpresa, né di Totò Schillaci, che di quel mondiale sarà il mattatore, nè di Roberto Baggio, che di quei mondiali sarà la luce. Il ragazzo di Caldogno, dopo una burrascosa transizione che ha visto mettere a ferro e sangue la città di Firenze ed un’operazione storica da quasi venti miliardi di lire, è appena passato alla Juventus. In bianconero troverà proprio Totò, il perfido gnomo di Messina. Per adesso siedono al fianco in panchina ed assistono ad un primo tempo sconsolante, arido, macchinoso. Nel secondo tempo Vicini dà fiducia a Totò Schillaci. Totò entra, segna il gol del provvisorio e definitivo vantaggio e una crepa si apre.

Nello stesso identico modo, sostituendo nel secondo tempo Carnevale nella partita con gli Usa, Schillaci entra, segna il gol decisivo, ed allarga la crepa, la ricalca, la dirama. Nella partita con la Cecoslovacchia – inutile ai fini della qualificazione alla seconda fase – Baggio e Schillaci sono schierati come coppia d’attacco.

Al venticinquesimo del primo tempo, Roberto Baggio è a centrocampo, chiede e ottiene un triangolo da Giannini, scende, quasi a balzi, sulla tre quarti avversaria, salta un uomo con un tocco rapido, scheletrico, salta un secondo avversario, tutto d’un fiato, come in un unico gesto atletico, arriva al limite dell’area e finta, si avvicina alla porta, finta ancora, incrocia il tiro, e segna.

Da quel momento comincia Italia ‘90. A dire il vero, da quel momento comincia anche USA ’94, ma questa è un’altra storia, troppo dolorosa. Comunque: lì comincia Italia ’90, quella che custodisce i ricordi, ne prepara le tratte e i ritorni improvvisi, che li fermenta e li fa sussultare. Quella che offusca il superfluo ed annichilisce la stasi della memoria, i suoi monumenti, che manda a gambe all’aria le sorelle Carlucci e le logorroiche ola dell’Olimpico. Come andrà a finire poi, è una storia a parte. Testa di Caniggia. Serena e Donadoni che sbagliano il rigore. Baggio che lo segna. Baggio che fa tirare il rigore della finalina a Schillaci. Schillaci che vince la classifica marcatori. Ma è tramite il gol alla Cecoslovacchia, tramite quell’esultanza e quel momento che Italia ’90, all’improvviso, trova un altro spazio, trova un modo diverso per essere raccontata, e ricordata come la ricordiamo tutti.

Matteo Salimbeni e Vanni Santoni

– Nota 1

Vialli inventa uno slogan:

<<C’è la giusta insicurezza per fare grandi cose>>

Carnevale, viva l’egoismo:

Sogno un gol da dedicare soltanto a me.

Montezemolo allo specchio:

Caro mondiale, grazie a te non sono più antipatico: ma mi hai tolto 4 anni di vita

– Nota 2

Italia ’90, Italia che funziona, di Candido Cannavò

“Ormai è inutile nasconderlo: il mondo si attende da noi il meglio della storia. E noi, spazzando via le ultime scorie della cialtroneria nazionale, tra guizzi di fantasia e brividi dell’ultima ora, siamo in grado di offrirlo: in 12 stadi, spiegamento senza precedenti, e con la nostra benedetta Italia, protagonista sublime, sullo sfondo. […] Nel giorno del sorteggio – spettacolo osiamo pensare che questa Italia ’90 possa essere, in tutta onestà, un riflesso dell’Italia che funziona.”

Nota 3

Le guide della Gazzetta”, supplemento alla Gazzetta del sport Giugno 1990

Vi presentiamo il C.T. degli Azzurri.

L’esatto contrario di Bearzot. E’ Vicini, il Gran Timoniere.”

Sorridente, misterioso, ma anche cocciuto. Quando è convinto delle sue idee, Vicini infatti non si lascia influenzare da nessuno. Neppure… Da sua moglie, la simpaticissima signora Ines […]

3 Responses to Il racconto dell’uomo chiuso in bagno

  1. sarmizegetusa scrive:

    Una nota per facilitare la lettura: a parlare è “l’omino chiuso in bagno”, un personaggio che i protagonisti incontrano nascosto nel cesso del centro sportivo di Coverciano, e nel quale i più attenti riconosceranno una figura storica del nostro calcio.

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