Il Maradona dei Carpazi

I campi del Ravelli sono sempre stati i peggiori della zona. E’ una follia giocare qui un intero torneo. Addirittura patetico chiamarlo Sud Africa 2010, in vista dei prossimi mondiali di calcio. E’ un appuntamento che va avanti da anni e le tradizioni vanno rispettate. Al di là del nome, che cambia ogni volta, quello per tutti è soltanto “il torneo del Ravelli”. Pazienza se le strutture cadono a pezzi. L’erba sintetica, fine, è poggiata direttamente sul cemento. La superficie del quadrato è dunque terribilmente dura e inadatta alla corsa. Senza contare che ogni caduta può costare cara. Le linee sono tanto scolorite che una delle aree di rigore è totalmente inesistente. Ci si regola a occhio, grazie alla posizione del dischetto.

Le voci dicono che siamo una squadra cuscinetto. Non si può neanche dargli torto. Siamo i peggiori e lo sappiamo. Gliel’avevamo detto a Enzo ma quello non ha voluto sentir ragioni:

“Iscriviamoci pure noi al torneo del Ravelli quest’anno.”

Hai voglia a dire che non giocavamo da una vita. Che eravamo grassi, mezzi acciaccati e pigri, tanto pigri. Niente da fare. Insisti e insisti, quel rompipalle è riuscito a convincerci. Uno alla volta. Persino arrivando ad assillarci con ripetute e fastidiose telefonate notturne.

La nostra maglia è quella della Germania. Perché Massimetto, il portiere, l’ha ottenuto da Enzo come compromesso alla sua convocazione. Massimo è sempre stato un vero nazista: o la maglia tedesca o niente. Deutschland 34 il nome della squadra. Ogni mercoledì una sfida. Fino alla vittoria finale. Nel nostro caso, una sconfitta epocale.

Gli unici tre punti che abbiamo in classifica, li abbiamo ottenuti a tavolino. I nostri avversari non si sono presentati per via dell’improvviso lutto capitato a uno dei cinque giocatori. Per il resto soltanto prestazioni umilianti, goffi movimenti e scarsa attitudine al gioco di squadra.

Negli spogliatoi, prima del match, la solfa è sempre la stessa. Enzo, il capitano, che dà la carica al gruppo elencando strategie che non seguiremo. Sistemiamo con cura i parastinchi sotto ai calzettoni. Esce fuori un pallone e qualcuno prende a calciarlo facendo rimbombare quel piccolo locale ricoperto da maioliche bianche. Fino a che Enzo, con un colpo di mano, afferra la palla gridando – E basta cazzo!

In campo siamo lenti. Ce la mettiamo tutta ma contro abbiamo ragazzini di vent’anni che vanno a mille all’ora e persone dell’età nostra, con la passione del calcetto e dello sport in genere. Di solito nei primi dieci minuti ci crediamo. Riusciamo a tamponare l’arrembaggio dei nostri avversari. Poi gli anni di fumo e inattività si fanno sentire e restiamo travolti. Uno a zero. Due. Tre. Quattro. Tutti dentro la porta di Massimetto che è un tronco umano e non ne prende una. Ciò che abbiamo speso per l’iscrizione al torneo e l’acquisto di quelle magliette del cazzo, sono gli unici motivi per cui siamo ancora qui a far figure di merda.

Best Team Tiburtino contro Deutschland 34. La prima in classifica affronta l’ultima. La pioggia ha bagnato la città per parecchie ore e anche se è tornato il sereno, il clima è freddo e umido. Quelli del Best Team sono dei veri mostri. C’è Enrico, un difensore roccioso, cattivo e attaccabrighe. E c’è il Pialla, un goleador di razza, alto un metro e ottantacinque, dotato di un tiro mancino in grado di piegare in due la porta. In mezzo al campo, a far da regista, c’è Sandrino. Ha giocato in serie C, nell’Acireale. Finita la carriera, se n’è tornato a Roma con un piccolo gruzzolo da parte con cui ha aperto un negozio di articoli per la casa. E’ appesantito e panciuto. Si muove lento come un bradipo ma non importa. I suoi piedi sono fatati. Riesce sempre a mettere il pallone dove vuole e se per caso gli capita di tirare da fuori area, Dio scampi quelli che si trovano sulla traiettoria.

Nel nostro spogliatoio manca la solita euforia. Il motivo è chiaro: un imbarazzante confronto ci attende. Stavolta non reggeremo neanche quei dieci minuti. Il Best Team ci distruggerà, con grasso divertimento dei suoi sostenitori che accorrono sempre più numerosi. Forse sarebbe meglio dargliela vinta e basta. Risparmiarsi la figura. Ma ci hanno visti tutti arrivare. Un nostro ritiro sarebbe molto più umiliante.

Guardo la preoccupazione dei miei compagni ma sono come chiuso in un guscio. Ho altri cazzi per la testa e non penso al martirio che ci attende. Davvero una pessima settimana. Il tubo del cesso esploso lunedì notte. Il concretizzarsi del rischio di perdere il lavoro. Quando Valentina m’ha confessato di aver scopato con un altro era domenica, alla televisione trasmettevano Stadio Sprint.

Devo ammettere che in questo momento, le corna che ho in fronte, pesano sull’avvenire più delle fucilate del Pialla, delle gomitate di Enrico e dei colpi di tacco di Sandrino. M’è passato addosso un carro armato, tre giorni fa e mi sento ancora schiacciato, dilaniato. Ho l’umore sotto ai tacchi, il muso lungo e qualcos’altro che mi cuoce dentro.

Il momento di entrare in campo. In fila indiana verso il terreno dello scontro. Le raccomandazioni dell’arbitro ai due capitani, a centrocampo. Il fischio d’inizio.

Gioco dietro a destra. Il mio avversario è un brutto cliente. Si chiama Marco Pandolfi. Veloce e tecnico, possiede la dote della spericolatezza e scatta di continuo come una molla impazzita. Punta sempre l’uomo sicuro di riuscire a saltarlo con un dribbling veloce o una finta perfetta, impossibile da marcare. Come quando giocavamo nel cortile dell’oratorio salesiano “Teresa Gerini”. Chi aveva la fortuna di averlo in squadra, sapeva che quella sarebbe stata una partita divertente. L’intelligenza tattica e i movimenti di Pandolfi, infatti, facevano dialogare meglio tutto il collettivo.

Ora Marco lavora in proprio. Fa l’elettricista e guadagna bene. Ultimamente è venuto anche a casa mia, per montare una ventola elettrica nel gabinetto. Quando Valentina m’ha confessato di aver scopato con lui, volevo fare un macello. Avevo immaginato di prenderlo, tagliarlo a fette e infine ficcarlo nel congelatore. Mangiarlo pezzo a pezzo, giorno dopo giorno, tenendo il cuore come ultimo boccone. Poi il pensiero è andato a mercoledì. Alla partita.

Marco mi salta. Una, due, tre volte. Fa il suo solito gioco. Sbruffone ed epilettico. Dal nostro primo scontro ha annusato l’immensa differenza tecnica che ci divide ed ora tutto sta a contare quante volte riuscirà a nascondermi la palla. Marco batte un fallo laterale. Gli passo vicino e mi faccio sentire solo da lui – Alla prossima te ne accorgi. Ti mando sulla carrozzella per Dio!

Gheorghe Hagi. Soprannominato Il Maradona dei Carpazi, in un’Italia-Romania di qualche anno fa. Il campione dell’est, a un certo punto dell’incontro, era entrato con un fallo da assassino su uno dei centrocampisti italiani, procurando a quest’ultimo un gravissimo infortunio. Mentre i sanitari portavano via in barella l’atleta azzurro, l’arbitro tirava fuori il cartellino rosso, espellendo Hagi. Guardando il replay, si vedeva benissimo che l’aveva fatto apposta. Il suo volto, i suoi occhi, il modo troppo palese di mancare la palla e colpire la gamba del suo avversario. Mio padre, seduto in poltrona, sciarpetta tricolore al collo e Peroni gelata in mano, s’era alzato in piedi gridando – Guarda come cazzo è entrato sto’ cornuto!

Se Gheorghe Hagi era, come asserito da mio padre, un cornuto, di certo era un cornuto violento e spietato.

Sono passati soltanto venti minuti e siamo sotto per sei a zero. Passaggio rasoterra del solito Sandrino per Marco Pandolfi che stoppa la palla e si invola sulla fascia. Mentre corre verso di me mi guarda fisso, con quella sua faccia da stronzetto. Conosce le mie intenzioni, gliele ho promesse poco fa. Ma è anche sicuro di evitarmi come al solito. Quello che non sa, è che io non sono Gheorghe Hagi. Tutto quello che il romeno faceva in campo era classe pura. Persino quel fallo da stronzo poteva apparire elegante, dopotutto. Faccio quattro passi di corsa e poi spingo sulle gambe, con tutta la forza che ho. Mi sollevo distendendomi quasi in aria. Volo verso le gambe di Marco e a piedi pari mi infrango sulla sua tibia destra e sul suo ginocchio sinistro. Mi sorprende come, dalla suola dello scarpino che ha colpito il ginocchio, io riesca a sentire qualcosa. Un movimento. Un movimento rotto.

Ricado sul campo con l’osso sacro, una spada mi trafigge dal coccige alla schiena, un dolore della madonna. Non riesco a muovermi. Marco urla dimenandosi a terra. Enrico e il Pialla vengono verso di me, decisi a darmi il resto. L’arbitro prova a dire qualcosa ma i due lo spingono lontano minacciandolo. Sono incapace di difendermi e persino di rannicchiarmi mentre mi prendono a calcioni. Si mettono in mezzo Massimetto ed Enzo, per fortuna. Poi arrivano tutti gli altri.

E incomincia la rissa.

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2 Responses to Il Maradona dei Carpazi

  1. Me gusta, e mi ricorda quando avevo il fiato (nonostante giocassi sempre come portierone).

  2. Pingback: Fútbologia « Scrittori precari

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