I senatori sono persone in gamba e per vincere bisogna starli a sentire

Pino Scannamonaca giocò quattro Mondiali e ne vinse uno. Tre volte arrivò secondo, poi si ritirò, lasciando spazio ai giovani.

Il mondo era piccolo e molti di loro il mare non l’avevano nemmanco visto, ma tanti cazzi: il mare è una roba che te ne innamori a sedici anni, quando ci hai il cervello in pappa dai culi dalle femmine. Prima no, il mare non ti serve. Prima, è calcio e basta. La dimensione striminzita del globo non era luogo comune: il mondo intorno a Montegrano era piccolo davvero, e contava otto paesi di montagna. Otto sputi di pietre, collegati tra loro da una sola strada per le macchine, e dalle scorciatoie, che ci potevi andare solo in bici o a piedi, ma allora raggiungevi l’orizzonte in ancora meno tempo. E il mondo, a Pino e a i suoi, per colpa pure delle scorciatoie, gli finiva sotto i piedi sempre prima.

Montegrano era il più brutto degli otto paesi, ma a differenza degli altri aveva il campetto di pietre, e per questo ogni estate da migliaia di anni vi si disputavano i mondiali di calcio – e avere i mondiali in casa tutti gli anni non è cosa da poco, perché gli altri dei sette paesi del mondo vengono a giocare in bicicletta e arrivano spompati dopo la salita. Ma la fortuna calcistica del Montegrano non era soltanto il fattore campo. Lungimirante e saggio infatti, il paese più brutto ma forte del mondo ci aveva la canteira, cioè il vivaio: guaglioni cresciuti calcisticamente a tiri in porta senza porta, per dire a tiri in faccia, dai fascismi dei padri e dei ragazzi grandi, coi polmoni d’acciaio temprati dalle stecche di MS e per scappare dai cani rabbiosi – i cani da preparazione atletica. Velocità e sopportazione della fatica, i giovini montegranesi crescevano e promettevano bene, loro, i figli della decennale tradizione di campioni infanti, meteore destinate a bruciarsi nel giro di cinque anni al massimo per via delle stramaledette femmine – tranne per i cepponi chiaro, quelli che a nove anni ci hanno i baffi e per loro non c’è pericolo perché le femmine non gli si avvicinano ma uno su un milione di quelli, solitamente alti e con le tette e gli occhiali, ci sa giocare a pallone.

Pino nel 1995, a nove anni, era il megliogenito della canteira e in quell’anno, sotto la calandra appenninica, esordì al suo primo mondiale – l’unico che gli regalò nella quadriennale carriera il gusto di una vittoria. All’esordio dunque alzò la coppa – sponsorizzata dall’Autorimessa Pangaro – roba che manco quella pippa di Barone dodici anni dopo. Come per tutti i fuoriclasse italiani che hanno meno di trent’anni, la convocazione di Pino nel Montegrano fu faccenda discussa che spaccò l’opinione pubblica. Successe che Toni Frutta, il mediano titolare – al secolo conosciuto come Antonio Frutta, – fu richiamato alla leva del padre, imprenditore dell’asparago, per caricare la mattina presto l’ortofrutta nei posti di pianura, visto che i negri non ci volevano più lavorare in quella landa deserta e reclamavano le fabbriche e i diritti, e nella valle, che pure ci aveva di tutto – ci aveva per dire anche il centro commericale – queste cose qua invece non ce le aveva, e allora i negri immigrarono ancora più a nord lasciando sguarnita la lussureggiante economia dell’asparago. Toni Frutta di fatto non era un gran che, ci aveva le mani grosse e i piedi piccoli come i mafiosi che si vedevano alla tivvù, ma era amico dei senatori grandi, quelli di tredici anni col culo incollato al sellino regio dei motorini appalettati, e quindi a lui la convocazione era garantita.

Nella saletta coi videogiochi sopra il bar della piazza per una buona mezzoretta non si parlò d’altro, poi la squadra – la figura del mister era cosa prettamente istituzionale – dicise e sentenziò che il degno sostituto dell’impossibilitato Toni Frutta sarebbe stato Pino, ma “mi raccomando Pinù non ti muovere dal centrocampo” gli avevano detto e lui lo capiva, certo, che era ancora un mediano coi piedi marci e quindi in quella sorta di catenaccio a cazzo doveva coprire e non spingere, ma per farglielo capire gli avevano disegnato un quadrato nella sabbia da non attraversare a rischio pugni nelle costole – quelli che ti levano l’aria e pensi di morire ma poi mica muori davvero, – quindi Pino quell’estate giocò di fatto il suo primo mondiale fermo in un quadrato nella sabbia, dannandosi a fottere palloni e gambe ai bambini della valle e niente di più, mentre la vecchia guardia gli spegneva il fuoco vivo addosso ma tant’è, questo ruolo di merda lo accettava poi per fede, perché i grandi, i senatori, hanno sempre ragione e vanno rispettati.

Così pure quell’estate le amiche dei senatori – pancabbestie coi pantaloni stretti e le scarpe a gommone – per una notte avrebbero lasciato i quarantenni spacciatori della villa e sarebbero andate a festeggiare con i senatori nella casetta abbandonata sotto il campetto, perché era così che si trattavano i campioni, mentre gli altri al massimo avrebbero potuto sbirciare dalla finestrella del bagno, anche se la maggior parte alla fine se ne saliva in paese perché quando il Montegrano vinceva poi al bar ti offrivano la gassosa e la gassosa ci ha le bollicine che salgono diritte nel centro come lo champagne che bevevano nei filme e per questo anche Pino dopo aver alzato la coppa per ultimo, andò a sedersi ai tavolini della piazzetta, quelli con le sedie rosse e il marchio bianco Avena. Quella notte Pino vide gli alberi che gli tendevano i rami in alto insieme ai pali dei lampioni mezzi fulminati, mentre correva a gran velocità verso casa per il viale largo, quello della festa del patrono e dei funerali, e le luci lo seguivano ad ogni passo tant’è che a Pino sembrava di stare passando attraverso le luci della ribalta, e che gli alberi stessero innalzando le braccia per osannarlo. A nove anni il giovane Pino Scannamonaca aveva vinto il mondiale.

A Toni Frutta invece le cose andarono diversamente, la naja estiva gli fu prolungata a vita quando anche il padre si immigrò al nord in cerca di soldi e fica, perché nemmanco queste cose qua ce le avevano nella valle, così gli asparagi che pure dovevano arrivare nei fruttivendoli trovarono un nuovo imprenditore in diretta discendenza e Pino, che le regole le aveva rispettate, fu richiamato altre tre volte. Ma senza fortuna, perché il Montenegro non vinse più, disonorando una lunga tradizione che lo collocava sulle vette dell’invincibilità e in paese tutti già sussurravano che era colpa della maledizione, che l’invidia tanto fa che poi qualcuno lassù l’ascolta e manda la maledizione e poi nessuno ci può scappare. Neanche l’armata montenegrese e infatti nella squadra tutti presero a ricoprirsi di oggetti scaramantici e pure Pino se l’era procurato: una maglietta tutta rossa, come il lenzuolo dei toreri, che se lo agiti davanti alle bestie loro se ne innamorano e sarebbero disposte a rincorrerlo per sempre, infatti se poi glielo levi da sotto i baffi loro si intestardiscono e non mollano e tu lì le devi pugnalare, quando sono accecate dal desiderio, come Marcelo Salas, che Pino ci aveva pure la figurina in casa incorniciata nel soggiorno grande proprio sopra la tivvù. Pure i paesani ci avevano creduto e durante i giorni dei mondiali chiudevano le imposte e sul davanzale buttavano il sale perché il demonio arriva strisciando e c’ha palato fine lui, ma non servì a nulla – tant’è che al bar, dove pure non era concesso parlare di alta strategia, spuntò quella parola che nessuno capiva bene che voleva dire: rinnovamento, e tutti sembravano d’accordo, “la casta dei senatori ha frenato la squadra, bisogna tornare alla canteira, perché solo i guaglioni c’hanno ancora la cazzimma nelle vene”, dicevano, ma il direttivo scuoteva la testa e si trincerava dietro al fatto che i campioni non si toccano mai, altrimenti che ci deventi a fare campione se poi non ci hai l’impunità, e allora in paese se ne convinsero perché tutto gli mancava tranne che la fede. Sì, quei tredicenni fenomeni al loro ultimo mondiale – contestati dall’opinione pubblica che inneggiava a sto cazzo di rinnovamento “ma fenomeni in giro non se ne vedono” – avevano portato la gloria a Montegrano, che se la squadra esiste è merito loro, e se adesso tutti vivono nel rispetto dei ragazzi degli altri sette paesi della montagna era grazie anche alle loro tre vittorie di fila al mondiale. Ma nonostante le polemiche faziose il mondiale, il quarto mondiale di Pino, iniziò.

Il dito al cielo di Marcelo Salas, abbracciato dal compagno Zamorano in divisa rossa cilena, gli aveva dato la carica giusta per spaccargli il culo, a quelli. Il culo e gli stinchi, perché a undici anni il parastinco è roba da buffone, che se te li metti per giocare i mondiali nel campetto di pietre le caviglie te le spaccano per davvero, perché è giusto così, e quelli della valle – il paesino dei commercianti sul fiume in secca – ci avevano le divise, verdi e bianche e i pantaloncini a corredo coi calzettoni, e sotto i parastinchi. Ridicoli.
Pino, indossò quell’ultima volta la sua casacca rossa – che non era la divisa della sua squadra perché divisa nella squadra pluricampione del mondo non esisteva, per scelta politica – sopra la maglietta della salute, bianca con la scritta a pennarello “A Gesù e a Ivan Zamorano”, da esibire a fine partita, quando avrebbe annunciato l’addio ad un calcio che lo vedeva portatore di vecchi ideali ormai dismessi. Che lo faceva sentire vecchio.
Per la terza volta di fila, nel 1998, il Montegrano si piazzò al posto d’onore e Pino fu umiliato in finale dai finocchi con le divise e i parastinchi – uno squarcio che nemmanco la morte ti ricuciva – dando l’anima ma giocando di merda: ancora una volta la disciplina e le mazzate avevano avuto la meglio, in questo calcio fighetto, con tante immagini e poche storie da ricordare.

Tornando a casa in quel giorno triste di fine estate Pino si consolò pensando che i bambini si dividono in due categorie: quelli grandi di età e quelli piccoli. I grandi ci hanno sempre ragione, perché sono più alti dei piccoli e perché ti lasciano un’eredità che non puoi dilapidare – o meglio puoi, ma se lo fai sei uno stronzo. I piccoli invece, hanno il compito di crederci, di sacrificare le costole per la vittoria, sperando un giorno di diventare grandi e lasciare il patrimonio ai giovani, ma poi forse non ne vale neanche la pena, perché alla fine arrivano sempre le femmine e finisce tutto a puttane.

Collettivomensa

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2 Responses to I senatori sono persone in gamba e per vincere bisogna starli a sentire

  1. paola says:

    ahahahah una figata pazzesca!

  2. Pingback: Fútbologia « Scrittori precari

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