IN HOC SIGNO VINCES

Una volta m’è toccato di leggere un libro che si chiama Internet e la Madonna. (No, non Internet: elamadonna!, a mò di esclamazione di malcelato stupore, ma proprio Internet E la Madonna, due cose apparentemente distanti eppure accostate, suppongo per generare un effetto straniante).

Si dice, in questo libro, una ròba che io non c’avevo mai pensato, ma poi, a provarla, è vera: da qualsiasi sito, nel giro di dieci link, a volte anche meno, gira che ti rigira finisce che vai a sbattere su un sito porno.

Qualche tempo dopo, era notte tardissimo, sulla rai passavano una di quelle trasmissioni che generalmente non guarda nessuno, perché a quell’ora se sei sveglio, se non stai godendoti il riposo dei giusti, nove su dieci che sei su un sito porno.

C’era ospite in studio Sergio Givone, che diceva questa cosa qua, parlando di Dostoevskij: il fatto è che il male è anzitutto qualcosa di casuale. (Come sbattere su di un sito porno, penso io, se poi andare sui siti porno è male). Ma va anche detto che il male è qualcosa che ha molto a che fare, con noi, da noi oscuramente voluto.

Uso Givone come alibi, lo ammetto: son voluto andare su un sito porno e vedere se in dieci clic, come i salmoni, riuscivo a risalire la corrente.

Liberi di non crederci: da YouPorn sono arrivato ad una uèbpagina che non vi immaginereste mai. Dalla figa alla foga calcistica, giungo ad un sito in cui si parla, addirittura, anche di religione.

Il sito, eccovelo, si chiama Atleti di Cristo e somiglia un po’ al sito della Gea, se la Gea avesse sede a Nazaret ed il capo della Gea fosse il figlio di Dio (c’è stato un momento in cui circolavano anche queste voci).

I calciatori che ci trovate, su questo sito, però, a differenza di quelli che sono sul sito della Gea, non sono rappresentati.

Bensì: rappresentano.

Rappresentano la parola di Cristo, predicano le norme di condotta di Cristo, e tante altre cose che hanno a che fare con la parola Cristo.

Detto tra noi: una squadra di tutto rispetto, nomi importanti della sfera di cuoio nell’ultimo ventennale. Una compagine della madonna, per rendere omaggio un po’ a tutti.

Tra i pali Claudio Taffarel, in difesa José Chamot, Nicola Legrottaglie, Lucio e Zé Maria, quello biondo ossigenato del Perugia; a centrocampo, sostanza e fantasia tra Zé Roberto, Alemão, Marcos Senna e Kakà, dico Kakà, ripeto: Kakà, alle spalle di due a scelta tra Paulo Sergio (quello che regalava le Bibbie in giallorosso), Amarildo (quello che invece le regalava in biancoceleste), Edison Cavani o se lo preferite più esotico il kiwi Wynton Rufer.

Io qualche sentore del fatto che dall’alto qualcuno li aiutasse, gli Atleti di Cristo, ce l’avevo avuto. Ma mica tanto per Legrottaglie, quanto per Wynton Rufer.

Diamine, Wynton Rufer!

Wynton Rufer era il più grande giocatore neozelandese: infatti, appena l’ha capito, se n’è andato subito a cercar fortuna all’estero, mica è rimasto a Wellington.

L’inizio è stato esaltante: dopo un periodo di prova al Norwich eran tutti convinti che l’uomo nuovo fosse lui. Tutti tranne Sua Maestà la Regina, che infatti non gli ha concesso il permesso di lavoro per tirar calci sul suolo britannico. Alla faccia del Commonwealth.

Quindi Rufer mi va a finire tra i pascoli dell’hinterland di Zurigo, nel paese rossocrociato. E’ là che conosce la donna che poi avrebbe sposato, ed è là che abbraccia con convinzione la fede. Ad occhio e croce, nel paese rossocrociato e dopo essersi rotto il crociato.

Comincia a pregare.

Prega.

Prega.

Che prima o poi arriva, il miracolo.

Quando entri nella Gea, dieci giorni dopo sei nell’orbita della Juventus e della Nazionale.

L’altraGea, quella che ha sede a Nazaret, mezzi così potenti non li ha mica: ti devi accontentare del Werder Brema.

Quattro anni dopo il tuo arrivo, un freddo giorno di dicembre del millenovecentonovantatré, la tua squadra è forte, stai giocando la Champions League e ti viene a far visita l’Anderlecht, con gente improbabile tipo Philippe Albert, baffi lunghi in maniera inversamente proporzionale al talento calcistico, ed un francesino coi capelli a zazzera ed il cognome buffo: Boffin.

Ad esser buffi son buffi sul serio, Albert e Boffin. Nondimeno, te ne buttan dentro tre. Due dei quali: Boffin.

Al sessantaseiesimo minuto e sei secondi, sei Wynton Rufer e ti fai il segno della croce: un po’ per esorcizzare la malia della cifra demoniaca. Un po’ per insaccare il rigore della speranza. Preghi. Segni. Tre a uno per i belgi. Figurati, figurati se arriva il miracolo.

Bratseth, Hobsch e Bode, che di nome fa Marco, indossano tutti la maglia verde d’una squadra ch’è verde oltre che nel nome pure nelle maglie. E a rassegnarsi ad un destino buffo, ci stanno mica. Due a tre, tre a tre, quattro a tre.

La rimonta sarebbe completa, se non fosse che gli ultimi minuti, davvero, sono un calvario.

Fin quando non arriva Wynton Rufer. Mica puoi farli, i conti senza Rufer. Mica puoi dirlo: tutto è compiuto.

Infatti, all’ottantanovesimo, è lui che sigla il goal della sicurezza. Il cinque a tre.

Ròba da gridare al miracolo.

I belgi si disperano, la sfiga s’è accanita contro di noi, dicono ai giornalisti, ma in cuor loro lo sanno che la figura dell’eroe, quella che hanno fatto fare al cristianèrrimo Wynton Rufer, per buona parte è merito loro.

Il male, come diceva Givone in quel programma a notte fonda sulla rai, è qualcosa che ha a che fare, con noi. Qualcosa da noi fortemente voluto.

Tipo le mazzate che si da sugli attributi Tafazzi.

Sono un buon viatico, le bottigliate sulle palle, per metaforizzare la storiella di quella squadra, l’Anderlecht, che vinceva tre a zero a meno di mezz’ora dalla fine e poi s’è fatta rimontare.

Che poi tra l’altro, andàteci sul sito di Wynton Rufer: in dieci link, credeteci o no, oltre a rivivere quella bella e commovente serata, capace che vi ritrovate pure su YouPorn.

Fabrizio Gabrielli

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