Metodica delle cose inutili – La felicità

Quanto sarei felice se solo fossi felice.

Trattando della felicità possiamo dire cose molto importanti. Tutti vogliono essere felici. Tutti farebbero qualsiasi cosa per essere felici. È per essere felici che la gente vive piena di infelicità.

La felicità rappresenta l’apoteosi tetragonica dell’inutilità.

Guardiamo da vicino le parole che le danno vita. Prima di tutto, felicità, che più o meno significa allattamento, nutrimento: l’uomo è felice quando ha a che fare con il cibo. Se prendiamo la parola gioia entriamo nel campo della goduria: tolti i surrogati, quando pensiamo al godimento, pensiamo all’amore. Poi abbiamo la parola lietezza, dove lieto non può nascondere di essere la stessa parola di letame: la fertilità, certo, ma anche quel finire in poltiglia e far nascere qualcos’altro: quella forma di eternità chiamata morte, insomma.

La felicità, dunque, riguarderebbe stati essenziali dell’esistenza. La felicità è uno stato dell’essere. Felici si può essere o non essere.

Il passo fondamentale che introduce la felicità nel nostra sistema dell’inutile, dunque, è l’instaurazione di una retorica che permetta alla felicità di essere degradata a oggetto, e, quindi, di essere posseduta.

Il primo effetto del decadimento da uno stato dell’essere è una nostalgia che la ridondante fantasia umana trasforma in vaste narrazioni teologiche. I greci preferivano pensare a dei da cui siamo separati a causa della dismisura fra la loro felicità e la nostra infelicità. Più bruscamente, la tradizione cristiano-giudaica preferisce immaginare che un dio collerico ci abbia cacciato dal bengodi per tenerselo a proprio esclusivo godimento. Il succo non cambia: grazie a queste fantasie l’uomo deve vivere per colmare la dismisura e riconquistare il paradiso.

Il paradiso è l’oggetto da ottenere. A tutti i costi. La vita è la lotta feroce per conquistare questa felicità. Le diverse modalità di questa lotta, nessuna manchevole di ferocia, fanno per intero la nostra storia.

Bisogna aggiungere, poi, che oggi la qualità di questa ferocia diventa particolarmente godibile così come lo diventa quella dell’oggetto felicità, sempre più vertiginosamente inutile. La religione ha finora posto un limite a se stessa: inventa una vita come gara, ma pone regole a questa gara. Gli antichi avevano un dio sommo, Zeus, che era ospitale. Che tu ci credessi, o ti attenessi semplicemente ad una regola, ma di fatto dovevi smettere di lottare davanti all’ospite, al più debole, all’altro: dovevi usare la pietas. La stessa attenuazione, più o meno, ha avuto corso nei monoteismi.

La diga, invece, ora è rotta. La lotta è senza quartiere. È una guerra disperata. Siamo nel regno della paura. Il nostro sistema è un sistema della paura. La nostra economia è un’economia della paura. Noi compriamo la felicità. Per comprarla dobbiamo lavorare tutto il giorno fino a sentirci male. Il nostro lavoro consiste nel non fare lavorare gli altri, in uno scenario diviso fra disoccupati cronici e superaffaticati. Chi può, compra la felicità. La felicità è non avere paura. Compriamo badanti per non avere a che fare con i nostri vecchi, con la vecchiaia che fa paura; per comprare bambinaie, e non avere a che fare con la paura che ci mette addosso la confusione creativa dei bambini; per comprare oggetti, televisori e nuovi strumenti tecnologici, che ci rendano facile il rinchiuderci a casa, dove stiamo bene, perché abbiamo paura dell’esterno.

La nostra vita è un’allucinazione, la quale, se non porta alla santità, è la cosa più maledettamente inutile del mondo.

Pier Paolo Di Mino

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